
David LaChapelle
Fly on My Sweet Angel, Fly on to the Sky
©1988 David LaChapelle
È il 31 luglio del 2018 quando sulla pagina Instagram di Travis Scott compare una foto che preannuncia l’uscita del suo nuovo album, da lì a pochi giorni. L’immagine, tanto fulgida e patinata da apparire irreale, ritrae un’enorme scultura dorata della testa del rapper, posizionata all’ingresso di un parco a tema verso cui si stanno dirigendo alcuni bambini e le loro famiglie.
Un altro scatto, la versione dark dello stesso ingresso che vede però come protagoniste alcune macchine in fiamme, ballerine di burlesque e altre creature della notte, comparirà il giorno seguente sempre sul profilo Instagram del rapper di Houston. Entrambe le versioni della cover di “Astroworld” (questo il titolo dell’album annunciato da Travis Scott) sono state scattate a Los Angeles da uno dei fotografi più influenti di tutta la cultura pop: David LaChapelle.
Oggi che sono passati quasi cinque anni dalla nascita di quella che è stata – senza dubbio – una delle copertine più iconiche del rap americano contemporaneo, LaChapelle pare averla già archiviata dentro una delle più remote cartelle della sua vastissima carriera. Me ne rendo conto dalle risposte secche con cui smorza – all’inizio della nostra chiacchierata – il mio entusiasmo nel cercare di scoprire qualche retroscena, di farmi svelare anche solo uno dei tanti segreti che sono sicuro quella foto custodisca: «L’immagine sta semplicemente facendo una dichiarazione sul concetto di idolatria e sul culto degli idoli dorati, per questo è ambientata all’ombra del fascino di un parco divertimenti».

David LaChapelle
Astroworld (day)
©2018 David LaChapelle
Quando poi rincaro la dose, chiedendo esplicitamente se esistano versioni precedenti a quella che è divenuta la famosissima cover di “Astroworld”, LaChapelle risponde perentorio: «No, le immagini originali che ho realizzato sono le stesse utilizzate per la copertina e per il retro dell’album». Eppure, molto si era discusso e congetturato sul web in seguito all’eliminazione della modella transgender Amanda Lepore, apparsa in una prima versione pubblicata su Instagram dallo stesso fotografo, il quale poche ore dopo era intervenuto con un commento che aveva sedato ogni polemica: «Amanda è stata eliminata perché metteva in ombra tutti gli altri».
Del resto, la lavorazione di “Astroworld” rappresenta un unicum nella carriera più recente di LaChapelle, che da anni ha voltato le spalle – personalmente e professionalmente – alla vita edonistica e frenetica dei decenni passati.
Dopo aver acquistato un appezzamento di terreno alle Hawaii, più precisamente sull’isola di Maui, LaChapelle ambienta oggi molte delle sue immagini tra le lussureggianti foreste e cascate appartenenti a quegli stessi luoghi idilliaci nei quali ha deciso di ricalibrare la propria vita. Nascono così lavori come “A New World”, una serie di opere ispirate ai fasti biblici, ma ambientate all’interno di un’utopia tropicale.

David LaChapelle
Deluge
©2006 David LaChapelle
A segnare questa svolta, è stata la visita agli affreschi michelangioleschi della Cappella Sistina durante un soggiorno romano nel 2006. Da quel momento, uno degli occhi più irriverenti della cultura pop e dell’opulenza spinta della fashion industry ha iniziato con un nuovo approccio, anche morale, verso la fotografia. «È in realtà dal 1980 che realizzo opere di natura religiosa che aspirano a un coinvolgimento spirituale, per cui questo genere di lavoro è semplicemente qualcosa che sono tornato a fare», mi racconta David. «Nelle mie creazioni recenti intendo semplicemente essere molto chiaro e non aggiungere disordine al mondo. Questo nuovo approccio è senza dubbio collegato alle credenze spirituali e lo esercito senza alcuna irriverenza o ironia». E su questo, LaChapelle ha perfettamente ragione: un seme di religiosità è custodito già in molte delle sue opere precedenti al 2006, come se le foto editoriali e commerciali fossero soltanto la punta dell’iceberg di un suo personale Fitzcarraldo iniziato all’alba degli anni ‘80.
Passo rapidamente in rassegna tutti i suoi scatti che hanno segnato la storia della musica e mi soffermo sull’immagine iconica di Tupac, appena uscito di prigione, che si lava nella vasca da bagno. Non è in fondo anche questa una sorta di purificazione? «Esattamente!», conferma David. «Il titolo di questo lavoro è “Coming Clean”, proprio perché Tupac era stato molto sincero e onesto nell’ultima intervista che aveva rilasciato dal carcere, uscita poco prima del nostro servizio fotografico. Sentivo che stava crescendo ed evolvendo molto velocemente come artista. Stava avendo dei momenti di illuminazione attraverso la sua arte che mi hanno profondamente colpito, compreso alcuni messaggi che si sono rivelati profetici. Io e Tupac abbiamo avuto un rispetto reciproco e una profonda fiducia l’uno nell’altro, e questo ha permesso alle immagini di manifestarsi in maniera quasi naturale».

David LaChapelle
Tupac: Coming Clean
©1996 David LaChapelle
Quando lo informo che un rapper italiano di nome Sfera Ebbasta si è fatto ritrarre nella stessa identica posizione di Tupac, LaChapelle non sembra particolarmente sorpreso. Colgo l’occasione allora per chiedergli quale sia il suo pensiero sul citazionismo nella fotografia. «Credo mostri nient’altro che la forza dell’immagine originale. Lo vedo come un omaggio piuttosto che come un’appropriazione o un semplice riferimento. Per me è creativamente soddisfacente l’idea di aver toccato altri artisti».
Ogni volta che LaChapelle parla di fotografia, è come se estendesse il discorso contemporaneamente a tutte le altre forme d’arte, compresa la musica. D’altra parte, il linguaggio fotografico negli ultimi anni ha arricchito sempre di più l’agorà creativa di rimandi e contenuti, creando un processo che destruttura e ridefinisce più e più volte il rapporto tra la produzione, la diffusione e il consumo di ogni forma d’arte. Un nuovo rinascimento visivo, a cui LaChapelle ha preso parte aggiungendo una profonda e personale analisi della figura umana e del suo rapporto con il divino.
Cercare di comprendere assieme a lui le dinamiche estetiche e lo Zeitgeist di un periodo come quello in cui ha scattato le foto iconiche di Michael Jackson, Madonna, Kurt Cobain, Eminem e di molte altre star della musica, è un atto imprescindibile per conoscere l’articolazione artistica e la complessità etica del presente.

David LaChapelle
Our Lady of the Flowers
©2018 David LaChapelle
Mentre parlo con lui di progresso, di consapevolezza e di spirito dei tempi, mi viene naturale chiedergli se percepisca la musica di oggi più vicina al peccato o alla santità. «C’è una linea di oscurità che ritrovo un po’ in tutti i film, la musica, i video e la cultura pop di questo periodo» incalza David, decisamente interessato all’argomento. «In confronto, se ascolti il Rinascimento della musica degli anni ’60, percepisci da subito una natura allegra, luminosa e commovente, fin dalle liriche. D’altra parte, quel periodo ha avuto un’assenza totale di cinismo e rifletteva in pieno la nostra innocenza. L’ossessione di oggi con il vero crimine e la violenza estrema come forma d’intrattenimento nella cultura popolare è iniziata per un aneddoto spirituale. Ci si sente di essere nel bel mezzo di una battaglia tra il buio e la luce, per questo dobbiamo cercare ancora più attentamente i momenti di bellezza, di poesia, di purezza. Trovo oggi più progressista, radicale e nobile fare un lavoro che canalizzi l’illuminazione».
Il fatto che LaChapelle abbia citato proprio gli anni ’60, individuando in quel periodo di rivoluzione sociale, economica e culturale il “Rinascimento della musica”, mi incuriosisce non poco. Sono quelli gli anni in cui si inizia a creare musica in studio con strumentazioni sempre più complesse e professionali, in cui appaiono le prime “Top Forty” americane e i Grammy Awards, in cui nasce – di fatto – una vera e propria industria musicale. Ma sono anche anni in cui l’ingenuità creativa è ancora talmente “commovente” (come lui stesso la definisce) da riuscire ad alimentare un raggio impetuoso che intiepidisce tuttora lo spirito di chi ascolta. Non è un caso che molti dei maggiori rapper contemporanei siano attratti creativamente da quest’epoca così selvaggiamente pura e non lo abbiano mai nascosto, saccheggiando i sample e le voci – da quella di Marvin Gaye a Nina Simone – per arricchire i propri beat.

David LaChapelle
Stevie Wonder in Garden
©2021 David LaChapelle
Senza neanche avere il tempo di fantasticare se LaChapelle, nell’ascoltare musica, prediliga il romanticismo del vinile o la comodità di Spotify, inizia a suggerirmi un po’ di chicche golden oldies che sta ascoltando in quest’ultimo periodo: “Songs in the Key of Life” di Stevie Wonder, “All Things Must Pass” di George Harrison, “Lay Down (Candles in the Rain)” di Melanie Safka e “Quiet Fire” di Roberta Flack, una cantante e pianista immensa che io stesso ho riscoperto da quando è stata inserita nei 50 brani di ogni epoca preferiti da Frank Ocean.
Attratto dall’idea di scovare qualche nome insolito dei nostri giorni, gli chiedo quali album contemporanei abbia attualmente in riproduzione, ma si rivelano essere tutti dei grandi classici: “Grace” di Jeff Buckley, “The Miseducation of Lauryn Hill” della poliedrica leader dei Fugees e “Jesus is King” di Kanye West, che proprio LaChapelle ha ritratto con una corona di spine appoggiata sul capo nell’indimenticabile scatto “The Passion of the Christ”. Chissà se alla luce delle recenti dichiarazioni del rapper e dei suoi comportamenti ingiustificabili, lo ritrarrebbe negli stessi panni. «No, non rifarei mai questa foto oggi», allontana subito ogni dubbio. «Quell’immagine l’ho scattata 16 anni fa e a quel tempo ero molto interessato a rappresentare Gesù e la Sacra Famiglia in modi diversi. Quando si verificano delle apparizioni in giro per il mondo, Gesù e Maria rispecchiano spesso l’etnia delle persone a cui si rivelano. All’epoca volevo ritrarre un Gesù nero, Kanye aveva appena prodotto una canzone intitolata “Jesus Walks” e mi sembrava avesse senso per una copertina di Rolling Stone».

David LaChapelle
Kanye West: Passion of the Christ
©2006 David LaChapelle
Oggi che tutto è accessibile, instagrammabile e irrazionale, la libertà artistica di scattare o meno una foto diventa per David LaChapelle un atto politico, da prendere però rigorosamente con leggerezza.
In tal senso, mi confida che in ogni sua scelta gioca all’“Opposite Day”, quello che per i bambini italiani è “il gioco dei contrari”: «Mi sottraggo alle tendenze e mi ispiro a controbattere con l’esatto opposto». Dalla prima immagine scattata alla madre Helga, alla quale ha attribuito il merito di aver influenzato le proprie abilità compositive per il modo in cui allestiva la scena durante gli scatti di famiglia, LaChapelle ha valicato con i suoi lavori decenni di storia, anche della musica e della discografia. Lavori non soltanto fotografici, perché David ha diretto nella sua carriera decine di videoclip musicali, nel solco di tre generazioni: da “I’m With You” di Avril Lavigne a “Tears Dry On Their Own” dell’indimenticabile Amy Winehouse, passando per la hit di Moby “Natural Blues”, che monopolizzava le mattinate di MTV all’alba del nuovo millennio.

David LaChapelle
Good News for Modern Man II
©1984 David LaChapelle
Visto l’osservatorio privilegiato del mio interlocutore, ci tengo a fargli una domanda che da un po’ di tempo a questa parte è una mia personale inquietudine: complice forse la standardizzazione dei processi e dei meccanismi promozionali, sta diventando sempre più tortuoso e spesso sterile lavorare con gli staff, le etichette discografiche e gli uffici stampa? «In realtà per me è diventato anche più semplice», mi dice sorridendo. «Ormai, quando mi chiamano, si aspettano che io mantenga esattamente il mio stile. È per questo che spesso sono gli stessi artisti a cercarmi per lavorare su dei progetti. Tutte le collaborazioni recenti mi hanno divertito moltissimo». Una delle ultime che mi vengono in mente è quella per il lancio della serie tv “The Ferragnez”, che vede protagonista la chiacchieratissima coppia nostrana.
Eppure, nonostante LaChapelle esponga spesso in Italia – penso ad esempio alla recente mostra “Poems and Fevers” che si è tenuta alla Galleria Deodato Arte di Milano – ha lavorato con pochissimi musicisti italiani nella sua carriera. Lo avrei visto bene a scattare la copertina dell’ultimo lavoro di Guè, della protratta fatica di Tedua, o della prossima collezione di hit di Sfera. «Sono sempre aperto a nuovi progetti» mi sorprende David, che credevo invece scettico nel mettersi a disposizione. «Soprattutto quando si parla dell’Italia che – dal Rinascimento a Cinecittà – è uno dei centri d’arte del mondo. Lavorare qui è un piacere perché sia gli artisti che le troupe sono davvero pieni di talento, aperti ed entusiasti».

David LaChapelle
Tupac: When I Was a Slave
©1996 David LaChapelle
Mentre mi perdo a fantasticare su come David LaChapelle avrebbe scattato le copertine più segnanti del rap italiano e su quanta libertà gli avrebbero effettivamente concesso, mi viene in mente che nell’arco di tutta la nostra chiacchierata nessuno dei due ha mai citato Andy Warhol. Eppure, è come se il geniale padre della Pop Art fosse rimasto sempre con noi fin dall’inizio e il suo fantasma – dopo averci guidato come un moderno Virgilio nell’inferno dei mutamenti – aleggi ancora sulle nostre parole, sulle nostre riflessioni. «L’arte è tutto ciò con cui puoi farla franca», affermava proprio lui, che per primo offrì un lavoro da fotografo a un giovanissimo LaChapelle, dimostrando una rara lungimiranza. All’epoca, David si era impiantato nell’East Village di New York e lavorava come cameriere al mitologico Studio 54. Erano i famelici anni ’80, quelli del conservatorismo e del libero mercato, ma anche quelli dell’eroina e dell’HIV, delle tangenti e della Milano da bere, che oltreoceano elevava all’ennesima potenza tutta la sua forza edonistica. Buona parte delle opere più controverse del postmodernismo affondano le radici proprio in questo decennio così fugace ma traboccante di fermento artistico: dalla pittura di Basquiat al cinema di David Lynch, passando attraverso la musica dei Depeche Mode e la fotografia di Robert Mapplethorpe. Dalla nascita dei capolavori che quest’epoca ha partorito sono trascorsi neanche quarant’anni. Un tempo sufficiente per farci ritrovare con un iPhone in mano, i sensi atrofizzati e migliaia di foto che non hanno più alcun valore, abbandonate negli spazi più remoti delle nostre gallerie.

David LaChapelle
George Harrison: State of Consciousness
©2018 David LaChapelle
Arrivo in fondo a quest’intervista con un grosso interrogativo al quale non riesco a dare una risposta: è ancora possibile oggi essere controversi nell’arte, o siamo ormai assuefatti ad ogni tipo d’immagine? «Stiamo vivendo nell’epoca del post-shock», osserva David, che a questa domanda sembra già aver risposto con la propria vita, le scelte personali e quella sua arte così luminosa. «Ho come l’impressione che ci siamo desensibilizzati e non possiamo più tornare indietro rispetto alla svolta del 2002, quando uno dei video più scaricati è stato quello della decapitazione di Daniel Pearl. Se essere controversi è il proprio obiettivo o la propria motivazione, penso sia un traguardo patetico e molto piatto. In definitiva, ogni spinta ad attirare l’attenzione e a suscitare una reazione è uno sforzo superficiale. In questo momento, l’arte deve toccare i nostri cuori ed elevarci. Abbiamo bisogno che la natura e l’arte ci aiutino a superare quest’epoca così confusa e turbolenta».