Questo articolo è uscito per la prima volta sul sesto numero cartaceo di Outpump Magazine.
Ci sono le sue enormi paia di scarpe, così gonfie che sembrano uscite da un cartoon americano di culto, di quelli che andavano in onda negli anni ’90. Ci sono le felpe voluminose, che distorcono il corpo, i pantaloni ovattati, i bomber imbottiti come armature di strada. C’è quella strana eleganza ruvida, per la quale ogni suo capo sembra uscito da un film post-apocalittico ambientato tra la periferia di Atlanta e il Rocket di Milano. Ci sono poi i dettagli funzionali portati all’estremo: zip disperse ovunque, tasche che sembrano zaini, cappucci che coprono mezzo volto. E soprattutto, c’è una ricerca maniacale e sistematica sui materiali, frutto di un tale tormento interiore da trasmettere ai vestiti i segni di una storia, come se fossero già sopravvissuti a qualcosa.
C’è tutto questo nell’immaginario concreto di Domenico Formichetti, uno dei designer italiani più noti nel panorama internazionale della moda street. La sua storia inizia lontano da Milano, in una provincia che sarebbe risultata una serra arida per i sogni creativi di chiunque, non per i suoi. Ai margini dei grandi circuiti culturali, Chieti nei primi anni 2000 è una città densa di quella tensione interiore che spesso accompagna e strugge chi ha voglia di evadere. Un luogo dove tutto sembra già scritto – soprattutto per uno come Domenico, i cui genitori sono entrambi impiegati, distanti anni luce dal glamour della moda. Il liceo, l’università, un lavoro stabile – come avrebbe voluto il padre Maurizio, magari qualche serata in centro o un giretto al mare d’estate: un copione troppo rassicurante, fatto di abitudini familiari e traiettorie prevedibili.
Quando lo raggiungo al telefono, sta rientrando da Como, dove ha scattato le foto che accompagnano questa conversazione. Per quanto le sue creazioni appaiano vistose e accattivanti, la sua voce si muove dinamica ma pacata, a tratti quasi insicura.

Collana: A Jewellers
Canotta: PDF
Anello: PDF
«Vuoi sapere com’era Chieti ai tempi? Completamente diversa da oggi, cento volte più viva: il cambio generazionale l’ha spenta. Ci ho passato un’infanzia piacevole, piena; io ero un tipo vivace, stavo sempre in giro. Qualche momento difficile – certo – c’è stato, ma sono anche quelli che più mi hanno formato. In fondo, mentre crescevo non posso dire che non mi sia piaciuta, ma quando ho iniziato a scoprire cosa c’era fuori, volevo uscirne».
Sarà il suo flow, sarà la sua attitudine, ma mentre andiamo avanti a conversare mi sembra di intravedere, condensato nelle sue parole, tutto quello che il rap italiano ha voluto insegnarmi fin dal primo ascolto: un contesto dove l’orizzonte è limitato, può diventare il luogo ideale per iniziare a immaginare qualcosa di completamente nuovo.
E così, Domenico cresce tra skate park improvvisati, i poster dei rapper americani appesi sulle ante interne degli armadi, i muri di Chieti Scalo taggati sempre degli stessi nomi, e quel mix tra noia e desiderio che diventa per lui un fertilizzante di estetiche radicali.
In quel periodo, nel pieno dell’adolescenza, identifica nello snowboard una vera e propria via di fuga espressiva. Più che uno sport, è la scusa per costruirsi un’identità: «Con lo snow ho trovato il mio spazio. Mi dava il pretesto perfetto per vestirmi in modo estremo, come altrimenti non avrei potuto: felpe e magliette 8XL, pantaloni giganteschi e boot. Ricordo che appena tornavo dalla montagna – che per noi era dietro casa – andavo al bar con gli amici ancora vestito così, e mi godevo il fatto di poter restare tutto il giorno con quell’outfit».
Come molti suoi colleghi stilisti, anche Formichetti parte quindi da un desiderio personale: dare forma a quello che ha sempre sognato per sé, ma che nessuno ha ancora realizzato. Ecco perché molti dei capi ampi e delle sneakers monumentali delle sue attuali collezioni, vogliono imitare proprio gli outfit quotidiani di quei suoi anni di provincia, quando la passione per lo skate e lo snowboard si intrecciava all’interesse per i graffiti, un’influenza che ancora oggi segna profondamente il suo approccio al design, evidente nei bomber e nei pantaloni dalle superfici aerografate.

Camicia: PDF
Pantalone: PDF
Anello: PDF
Quando parla di Chieti, capisco che è stata per lui tanto una città da lasciare, quanto un vuoto creativo da riempire: «Da quanto la odiavo, ho iniziato ad amarla nella sua tranquillità e semplicità», mi racconta. «Oggi apprezzo anche solo passare del tempo con persone vere come i miei amici d’infanzia e la mia famiglia, tanto che ho deciso di lasciare tutta la mia produzione lì, in quelle zone». Un gesto affettivo ma anche politico, che rivendica il valore di un Made In Italy sempre più mercificato e svenduto.
Del resto la geografia e le città, per Domenico Formichetti, non sono mai solo uno sfondo: diventano main characters, presenze attive che influenzano il suo modo di pensare e di disegnare. E se Chieti è la culla affettiva, Milano è invece il punto di partenza, la detonazione. È qui che si trasferisce a 19 anni, iscrivendosi all’Accademia di Belle Arti di Brera e iniziando a immaginare che il suo linguaggio potesse davvero parlare a un’intera generazione. «Mi sentivo abbastanza perso all’inizio a Milano, perché ero abituato ad avere il mio gruppo coeso e gigante a Chieti con cui neanche mi davo appuntamento. Uscivo alle scalette, al bar o in piazza Vico ed ero sicuro di beccare sempre qualcuno. Quindi arrivare a Milano senza conoscere nessuno è stato uno shock».
Ma la sua naturale predisposizione all’incontro – un’energia che mescola apertura e intraprendenza – lo aiuta a muovere i primi passi nella giungla urbana della metropoli. Stringe amicizie all’università, soprattutto con dei ragazzi di Catania, che diventano la sua nuova piccola famiglia. L’incontro decisivo, però, è quello con Marvely, dj e anima della serata Akeem of Zamunda. «È stato lui a farmi fare i primi jump-on al Rocket, dopo aver visto alcuni dei miei lavori». Prende forma così una piccola collaborazione con il club e l’incontro con Ghali, molto amico di Marvely. «Da lì, la storia la conosciamo tutti», mi dice ridendo.
Il nome di Domenico Formichetti ha iniziato infatti a circolare insistentemente nel sottobosco più vibrante della prima scena trap italiana, quella che nel 2016 faceva da cassa di risonanza per un’intera nuova generazione. Un’epoca – quella – che è già leggenda per chi l’ha vissuta e archetipo per chi è arrivato dopo: la stagione zero di una cultura che avrebbe poi stravolto tanto la moda quanto la musica. «Ricordo un odio smisurato e palpabile verso la nuova scena, che io subivo indirettamente. Ma ci sta: il nuovo spaventa, porta sempre con sé una paura atavica. A Sfera dicevano ogni giorno le peggio cose, alla Dark (Polo Gang, nda.) volevano proprio farli fuori. Poi, quando la cosa ha iniziato a diventare reale, è subentrato il rispetto. E infine l’amore».
Lui, però, non ha mai avuto dubbi su quella generazione di artisti: ci ha sempre creduto con una certezza granitica, di quelle che non hanno bisogno di conferme. «Ci potevo mettere la mano sul fuoco. E lo ripetevo anche a chi mi diceva di lasciar perdere, che erano degli sfigati, che dovevo puntare ad altro. Eppure, nei dieci anni in cui ho lavorato con loro, non ho mai visto un euro. Questo ti fa capire quanto ci credessi davvero». In quel periodo Formichetti fa davvero di tutto: grafico, merch designer, scenografo. La figura del consulente-ombra che costruisce l’identità estetica di un movimento, da dietro le quinte. Anche il pensiero di fare il rapper, in fondo, gli è passato per la testa: «Era troppo facile per me», mi confessa. «Avrei fatto i feat. con Sfera, con Ghali, sarei cresciuto insieme a loro. Ma mi sono frenato solo perché non volevo espormi troppo: ho sempre avuto una specie di protezione verso i miei genitori, non volevo mai far vedere loro la parte peggiore di me. Espormi così tanto avrebbe spostato un po’ il baricentro, soprattutto con mio padre, con il quale ho cercato di mantenere una certa distanza. Ho sempre avuto paura del suo giudizio e questo mi ha precluso un sacco di idee, oltre a quella di fare il rapper».

Giacca: PDF X Vanson Leather
Pantalone: PDF
FOTO 2: Abito, camicia, scarpe e cintura: Dolce&Gabbana
Anello: PDF
In quei primi anni a Milano, mentre si divide tra le aule di Brera, i camp-out dei reseller in Ticinese – “tutte le cose migliori mi sono successe in quella zona” – e le notti liquide della prima scena trap, Domenico si muove dentro una città che sembra esplodere di possibilità ma anche avvitarsi su sé stessa. È la città dell’evento continuo, del delirio performativo, della juissance. Un ircocervo, una bestia a due teste: da un lato l’eredità borghese, levigata e compiacente, dall’altro un’energia sotterranea che inizia a corrompere, pervertire, dissacrare. È proprio in questa crepa che si inserisce il suo sguardo: ai margini di San Lorenzo, tra le colonne e le vetrine di Stüssy e Carhartt, tra i look dei videoclip – spesso girati con i suoi vestiti personali – e le t-shirt autoprodotte, prende forma una contronarrazione, un modo per sottrarre la moda al controllo, renderla corpo, errore, eccesso. Nascono così le premesse per i suoi primi progetti – FOMO e Formy Studio – che mi racconta in questo modo: «FOMO era un’idea ancora molto grezza, nata più come un bisogno personale che come una reale strategia. All’epoca sentivo il desiderio fortissimo di creare qualcosa di mio, ma non avevo davvero idea da dove si cominciasse. Nessuno sapeva come si faceva un brand, soprattutto senza alcun tipo di struttura alle spalle. Con FOMO ho portato avanti solo una piccola capsule assieme a Niccolò Romano, che aveva funzionato sorprendentemente bene, nonostante fosse un progetto micro e molto spontaneo. Formy Studio invece ha una storia che non ho mai raccontato davvero a nessuno. C’era questo ragazzo che incontravo spesso in serata, uno di quelli iper-esuberanti, con l’erre moscia, che ti imballano anche quando non hai voglia di parlare con nessuno. Continuava a insistere per farmi conoscere un suo amico che, a quanto pare, era benestante e stava cercando un progetto su cui investire. All’inizio ero scettico, anche perché tendo a essere diffidente quando si tratta di queste dinamiche, quindi per mesi ho continuato a dire di no. Poi è arrivato il 2018, un anno che per me è stato complicatissimo: nella scena trap si respirava un’aria pesante, c’erano forti rivalità, tensioni, tutti contro tutti. Allora ho deciso di dare una possibilità a quell’incontro, e in due giorni, letteralmente, abbiamo fondato Formy Studio. Anche il logo l’ho disegnato di getto, su un foglio: l’ho guardato e ho detto, “Ok, è questo”».
La fortuna – si sa – aiuta gli audaci, ma nel caso di Formichetti sono in molti a liquidarlo come un miracolato. A sentire certi suoi racconti viene quasi da dar loro ragione, eppure, dietro quella parvenza di scoordinata leggerezza, dietro ogni salto nel vuoto a cui è seguito un atterraggio perfetto, c’è un percorso segnato da tentativi sbagliati, fallimenti silenziosi, e scelte radicali prese contro ogni apparente logica. Come quella di chiudere – in piena pandemia e dopo appena due anni di vita – il marchio Formy Studio, per rientrare nella stessa stanza mentale da cui tutto era iniziato. Un processo che voglio approfondire direttamente con lui, perché porterà alla nascita di PDF, il suo attuale brand: «È stata dura lasciar andare le mie creazioni e ho anche combattuto parecchio per non abbandonarle, ma la grande verità è che le persone con cui condividevo quei progetti non erano quelle giuste. In quel periodo mi sono seduto a tantissimi tavoli con aziende, ho ricevuto una quantità enorme di no. Finché, a un certo punto, ho incontrato la persona che mi ha detto sì. Da lì, tutto è successo in velocità: abbiamo chiuso l’accordo a novembre, e a gennaio avevamo già la prima collezione. È stata una gestazione rapida, ma preceduta da un tempo lunghissimo, un lockdown interiore ed esteriore che ho ascoltato e su cui ho riflettuto». Durante questo periodo, mentre il mondo si fermava e le priorità – anche quelle dell’industria del fashion – venivano ridefinite, Domenico ha trovato il tempo e lo spazio per fare ordine. In quel silenzio imposto, lontano dall’urgenza di rincorrere ogni genere di FOMO, ha capito che era arrivato il momento di costruire qualcosa che non fosse più condizionato da equilibri fragili, né contaminato da energie esterne e dissonanti.

Collana: A Jewellers
È arrivato così PDF, non un semplice nuovo inizio ma l’esito naturale di un processo più profondo; la risposta a un’urgenza che lo accompagnava da sempre – quella di creare legami, dare forma a un senso di appartenenza, costruire una community che fosse il nucleo emotivo e pulsante del suo lavoro. Una dimensione quasi spontanea che nasce dal suo modo di intendere la moda, la musica e l’arte come linguaggi comuni e indivisibili, in cui ogni elemento rafforza e alimenta gli altri. La sua non è una strategia calcolata, ma un’inclinazione naturale, quasi viscerale, che affonda le radici in una profonda affinità con l’hip hop. Fin dai tempi di Chieti, la musica non è mai stata per lui un semplice accompagnamento, bensì l’innesco primario del processo creativo: «L’80% delle volte mi lascio ispirare da un suono, da una canzone e parto da quello per creare i miei vestiti. Spesso alcuni di questi brani diventano poi le colonne sonore della sfilata».
Quando gli chiedo allora per quale album hip hop avrebbe voluto creare gli outfit, non esita: «Qualcosa dei Capone-N-Noreaga”». Una risposta che lascia spiazzato addirittura uno come me, perché va a scavare in un immaginario grezzo e militante, lontanissimo da quello in cui colloco Domenico. Ma se il suo sguardo è capace di reimmaginare l’iconografia ruvida di capolavori come “The War Report”, oggi Formichetti si muove con altrettanta curiosità verso la scena italiana più nuova e irrequieta: «Mi sto orientando molto verso la nuovissima wave, quella di No Regular Music per farti capire. Spaccano parecchio». Del resto, uno come lui ha sempre avuto la capacità di intercettare i talenti prima che esplodessero, di riconoscere energie ancora informi e metterle in relazione tra loro, creando ponti fra universi apparentemente lontani. Il suo ruolo, spesso silenzioso e mai particolarmente ostentato, è stato quello di un catalizzatore, un collante invisibile che ha contribuito a dare forma a quell’estetica urban che oggi, con anni di colpevole ritardo, tutti celebriamo.
Eppure, saper costruire una community, non significa aprire obbligatoriamente e indiscriminatamente a chiunque. Al contrario, è un gesto che richiede sintonia, visione e un linguaggio comune. Non è un caso che Formichetti abbia rifiutato collaborazioni importanti – progetti in grado di garantirgli una grande visibilità ed enormi ritorni economici – semplicemente perché non parlavano la sua stessa lingua. «Se una cosa non è compatibile con il mio pensiero, perché dovrei farla?», è lui a chiedermi. Una domanda tanto ingenua quanto rara in un’industria che troppo spesso sacrifica la coerenza sull’altare della convenienza.

Anello: PDF
Forse è anche questa straordinaria spontaneità che ha portato l’immaginario di PDF a non vivere solo dentro le collezioni, ma a scivolare in territori narrativi più ampi come quello del cinema, che gli ha permesso di immergersi in una grammatica visiva evocativa di emozioni e immaginari, anche i più distanti dal suo. Iniziamo a parlarne e mi racconta il suo approccio da archivista: prende la Top 100 Best Movies del New York Times, seleziona i registi che più lo colpiscono e si perde nelle loro filmografie. Non a caso la collezione Spring/Summer 2025 di PDF si intitolava “Holy Motor”: un omaggio diretto al visionario film di Leos Carax, uno dei suoi punti di riferimento cinematografici scoperti proprio in questa maniera. Quel titolo – mi spiega – non è solo un tributo ma un manifesto: come il protagonista di Holy Motors attraversa esistenze diverse cambiando volto e identità, anche PDF si muove da un’estetica all’altra senza mai perdere la sua coerenza, costruendo narrazioni che resistono ai trend.
Il concetto di narrazione continua a emergere anche quando premo sul tasto più dolente della sua carriera, la sfilata Spring/Summer 2026, costruita non come un semplice défilé ma come un vero e proprio set cinematografico. Ambientata nel cortile di una prigione americana ricostruita con minuzia brutalista, la collezione — intitolata FREE‑DOM — si apre con corpi in uniforme a righe che sollevano pesi, giocano a carte o camminano in circolo, e prosegue con i modelli, in buona parte neri, che marciano con un passo cadenzato e teatrale.
Lo show ha suscitato una tempesta di reazioni, molte delle quali hanno accusato il designer di appropriazione culturale per aver rappresentato un contesto – quello delle carceri americane – così lontano dal suo e legato invece fortemente a un trauma collettivo della comunità black. Ma per lui, quella gabbia non era affatto una raffigurazione esteriore: era una proiezione mentale, il riflesso di uno stato emotivo. «Ho passato un periodo molto strano: mi sentivo chiuso, pieno di paure, bloccato nella comfort zone della collezione precedente. La galera che ho rappresentato era quella che avevo in testa».
Il punto, mi spiega, non è la libertà di critica – “ognuno può dire la sua” – ma il modo in cui i social trasformano tutto in una moderna caccia alle streghe, ignorando il contesto e le intenzioni. «Non hanno letto il comunicato stampa, non mi conoscono. Mi hanno dato addirittura dello schiavista bianco, ma ho più amici in galera io di chiunque abbia scritto uno di quei commenti», prosegue con una punta di amarezza. «Riconosco che avrei potuto evitare di rappresentare quel topos in una maniera così cinematografica, ma per me lo show era una metafora e chi lavora con me lo sa: ho gli stessi modelli da cinque anni, collaboro sempre e solo con i miei amici e tutti loro – in una maniera o nell’altra – fanno parte della mia vita».
Una ferita aperta su cui anche A$AP Rocky ha gettato, a poche ore di distanza, altro sale. Ad appesantire un contesto già carico di malintesi sono arrivate infatti le parole di Flacko direttamente da Parigi, durante un’intervista per lo show del suo brand AWGE nel quale – ironia della sorte – metteva in scena proprio il processo che lo ha visto coinvolto a seguito di una presunta sparatoria. Il rapper, una delle figure più influenti dell’attuale cultura hip hop internazionale, ha citato la sfilata di Formichetti definendolo “That Italian guy”, un ragazzo italiano bianco che non ha mai vissuto sulla propria pelle quelle situazioni.

Anello: PDF
È curioso pensare che proprio quella definizione, scelta probabilmente per sminuire, sia diventata il titolo di questa cover story. Paradossalmente, riesce ad afferrare con precisione il nodo centrale di tutta la narrazione: Domenico Formichetti è davvero “quel ragazzo italiano”, partito da una provincia anonima e arrivato al centro del sistema, senza mai volerci appartenere fino in fondo. È una definizione che lo rappresenta più di quanto Rocky potesse immaginare, perché porta con sé tutto l’ambiguo fascino dell’outsider, un ruolo – questo – che contribuisce a renderlo fortemente vulnerabile. Nella tempesta scatenata dalla sfilata FREE-DOM, Domenico ha dovuto confrontarsi con l’effetto collaterale più spietato della contemporaneità: l’impulso collettivo ad annullare chi sbaglia, o anche solo chi viene percepito fuori posto. La cancel culture non è mai esplicitamente evocata, ma è il sottotesto che permea le sue parole, il rumore sordo che ha accompagnato i giorni successivi allo show.
«A un certo punto pensavo fosse finita», mi confessa. «Rocky è un punto di riferimento, sentirlo dire certe cose ha lasciato il segno». Eppure, se oggi stiamo raccontando questa storia al passato è perché Domenico, in qualche modo, l’ha già attraversata e superata. Non senza scosse – certo – ma con quella testarda e ostinata leggerezza che lo contraddistingue. È come se il terremoto mediatico, invece di disorientarlo, lo avesse spinto a riflettere ancora più a fondo su quello che fa e su ciò che rappresenta, riportando a galla domande che da sempre abitano il suo percorso. Forse è proprio questo il cuore della questione: non tanto la scena portata in passerella, né l’estetica scelta per raccontarla, bensì la posizione scomoda da cui Domenico continua ad osservare il mondo e dalla quale, inevitabilmente, crea. È proprio in quelle accuse di appropriazione culturale che si è rivelata – infatti – la sua distanza dal centro; non perché Domenico non conosca i confini, ma perché li ha sempre abitati in modo istintivo, mosso più dalla sua urgenza espressiva che dal calcolo.
L’urto emotivo delle parole di A$AP Rocky, è stato accompagnato dal timore di un contraccolpo commerciale, visto che buona parte del mercato di PDF guarda oggi oltreoceano, dove si concentrano anche le collaborazioni più significative. Grazie agli Stati Uniti, il brand è riuscito a conquistare un posto privilegiato nell’arena internazionale dello streetwear, irrompendo nel guardaroba di artisti come 21 Savage, Doja Cat, Travis Scott, Lil Yachty e perfino Alvin Kamara, la star della NFL che ha sfilato in passerella per lui.
Ma la vera consacrazione è arrivata con Drake, che ha desiderato personalmente le sneaker scultoree e materiche di PDF, entrando in contatto con Formichetti tramite Lil Yachty. “Il ragazzo vuole le scarpe”, è stato il messaggio WhatsApp che ha aperto una chat di gruppo, dalla quale nel giro di pochi giorni è nata una collaborazione oltre che una vera e propria amicizia. Nell’agosto 2023 Drake è stato fotografato per la prima volta con un paio di sneaker PDF personalizzate, arancioni mimetiche, abbinate ad una t-shirt retrò Fubu di colore blu. Quelle scarpe, insieme ad altri capi disegnati da Domenico, che il rapper ha indossato da quel momento in avanti, hanno contribuito a ridefinire il suo look e a consolidare l’ascendente di PDF sull’intera scena americana.

Collana: A Jewellers
L’internazionalizzazione del brand di Formichetti ha finito per stabilizzare anche la sua presenza in Italia, dove da ormai due anni è presente all’interno del palinsesto della Milano Fashion Week. Da quando PDF è entrato ufficialmente nel calendario della Settimana della Moda, le sue passerelle hanno rappresentato un drastico contrappunto all’estetica levigata delle maison più storiche. «Parigi è proiettata sullo streetwear, Milano è ancora molto legata a certe dinamiche», ci tiene a precisare Domenico. «Se devo essere sincero, non so se quel calendario sia davvero il mio posto; a volte mi sento un po’ fuori luogo, come se dessi fastidio ad un certo archetipo di moda italiana. Sono distante da quel genere di show ultra lineare, dove tutto è perfettamente coreografato ma, spesso, anche piuttosto freddo. In questi anni ho sentito dire che un brand streetwear non dovrebbe stare sul calendario, non dovrebbe sfilare. Mi sembra un pensiero un po’ retrogrado, eppure siamo sempre lì: il nuovo spaventa. La verità è che a parte alcune singole figure come quella di Virgil, che hanno scardinato il sistema e traghettato il settore verso una nuova era, il resto dell’industria sembra quasi remare contro». Era inevitabile, parlando con un designer come Domenico Formichetti, che prima o poi sarebbe emersa l’ombra lunga di Virgil Abloh. Non per un paragone diretto, ma perché – in fondo – entrambi appartengono a quella generazione di creativi che ha usato la moda per riscrivere un immaginario più ampio, trasformando lo streetwear in una grammatica culturale capace di contaminare i più disparati linguaggi e discipline. Ma se Virgil ha portato la strada direttamente dentro i salotti del lusso, Domenico tiene ancora la mano salda su quella bomboletta spray che marcava i muri di Chieti Scalo – come a ricordare da dove viene, e a chi vuole continuare a parlare.
Rimaniamo in silenzio per qualche secondo, mentre rifletto che vi è qualcosa di profondamente istintivo e irregolare nel suo modo di stare al mondo, che sfugge a qualsiasi inquadramento e proprio per questo inquieta, spiazza, divide. Eppure, anche quando sembra scomodo o eccessivo, Formichetti resta fedele a un principio tanto semplice quanto raro: dire davvero quello che pensa, fare davvero quello che sente. Una coerenza granitica sempre più rara, che si manifesta in ogni suo gesto, in ogni suo show, in ogni sua scelta creativa.
Sembra che i suoi pensieri, in questo breve silenzio, si muovano nella stessa direzione dei miei. «Voglio cambiare davvero qualcosa, voglio essere diverso e portare sempre una novità. Mi affido all’istinto – a volte sbagliando – ma nulla di quello che faccio è studiato a tavolino», si sente di aggiungere alla fine, quasi sottovoce, mentre il suo van è arrivato ormai alle porte di quella metropoli che lo ha accolto, consacrato e messo in discussione, ma che resta – in fondo – il più necessario palcoscenico della sua sfida. La sfida di “quel ragazzo italiano” che non avrà mai come obiettivo il consenso né l’approvazione dell’industria, ma piuttosto il gusto di attraversarla con la sua andatura obliqua e quella grazia inconsapevole di chi continua a disegnare come se stesse ancora scrivendo sui muri della sua città. Perché certe traiettorie sono impossibili da dimenticare: si portano dentro, come un codice genetico.