Steven Spielberg parla del mondo attraverso gli alieni

Steven Spielberg è tornato alla fantascienza per trasporre, ancora una volta, il presente attraverso l’immagine cinematografica. Disclosure Day, uscito nelle sale il 10 giugno 2026 e distribuito da Universal Pictures, ci porta all’interno di una realtà futura in cui la rivelazione dell’esistenza di forme di vita extraterrestri ha un impatto globale su una società disillusa e iperconnessa.

La trama ruota attorno a una rivelazione inaspettata: la prova definitiva che, all’interno del nostro universo, non siamo soli e che questa informazione è stata nascosta dai governi per quasi ottant’anni. Un presupposto classico che potrebbe facilmente trasformare il film nell’ennesimo blockbuster catastrofico costruito tra invasioni, effetti speciali e scenari apocalittici. Steven Spielberg, però, sembra aver scelto di raccontare un’altra faccia della storia.

Nelle interviste rilasciate durante la promozione del film, il regista ha più volte sottolineato quanto questo progetto sia personale. Una dichiarazione che può sembrare sorprendente, considerando che stiamo parlando di una storia fatta di UFO, segreti governativi e forme di vita aliene. Eppure, osservando la sua carriera, tutto ciò ha perfettamente senso.

La filmografia di Spielberg suggerisce da decenni un utilizzo della fantascienza come genere capace di interpretare e approfondire le tensioni del presente, proponendo storie atemporali in grado di parlare a generazioni diverse. I suoi film più visionari sono infatti profondamente ancorati a specifici contesti storici, a esperienze personali, e alla trasposizione di paure e desideri collettivi.

Più di quarant’anni fa è stato E.T. l’extra-terrestre (1982) il film che più di ogni altro ha contribuito a definire l’immaginario popolare sugli alieni. Anche in quel caso, infatti, il racconto spielberghiano andava ben oltre la semplice fantascienza, rappresentando il riflesso di un’America attraversata dall’ottimismo dell’era reaganiana e dalla speranza di un possibile dialogo con tutto ciò che appare diverso.

E.T. racconta l’extraterrestre come l’estraneo con cui si può intraprende una relazione di amicizia basata sulla vera fiducia reciproca. La macchina da presa, posizionata all’altezza degli occhi di Elliott (Henry Thomas), crea un senso di protezione e sicurezza, trasmettendo l’empatia dei protagonisti e la loro capacità di accettare il diverso senza pregiudizi. Anche questo film nasce dall’esigenza del regista di raccontare un’esperienza profondamente personale, legata al senso di solitudine vissuto durante il divorzio dei genitori.

Negli anni Ottanta Spielberg immaginava che l’incontro con l’altro potesse generare una comunicazione autentica. È probabilmente qui che emerge la differenza più significativa con Disclosure Day, dove la verità trasmessa dalle istituzioni appare invece sempre più difficile da comprendere e verificare.

Questa evoluzione emerge in modo evidente già dall’immaginario visivo dei due film, in cui gli spazi scelti riflettono contesti opposti e determinano palette cromatiche che diventano il riflesso psicologico ed emotivo dei rispettivi racconti.

L’universo visivo di E.T., curato da Allen Daviau, è dominato da tonalità calde, luci morbide e atmosfere domestiche. Il tramonto della California suburbana, il legno delle case americane, la luce dorata che attraversa le finestre e il celebre bagliore del cuore dell’alieno contribuiscono a costruire un immaginario accogliente. Anche quando E.T. viene percepito come una presenza estranea, Spielberg lo inserisce in un ambiente rassicurante che comunica familiarità agli spettatori.

In Disclosure Day, il regista, insieme al direttore della fotografia Janusz Kamiński, opta invece per una temperatura cromatica più fredda e asettica, in cui le sfumature dominanti alludono a emozioni completamente diverse.

Le ambientazioni si spostano nei centri nevralgici del potere contemporaneo; nei cieli notturni dominano il blu e le tonalità scure. Le superfici metalliche, i grigi degli edifici e le luci artificiali sono accompagnati da movimenti di macchina geometrici e inquieti. I bagliori improvvisi e i contrasti netti tra l’oscurità e i freddi schermi digitali costruiscono una narrazione visiva frammentata, in cui la verità non è più un dono da custodire, come accadeva in E.T., ma il simbolo di un segreto nascosto.

Il mistero non viene quindi più rappresentato attraverso il senso di meraviglia tipico del cinema spielberghiano degli anni Ottanta, quando il futuro veniva osservato con curiosità e ottimismo.

Oggi l’ignoto spaventa. È sinonimo di complessità, dubbio e incertezza, elementi che alimentano una tensione più vicina al thriller politico contemporaneo che alla fantascienza classica.

Steven Spielberg non ci proietta all’interno di un racconto ambientato in un presente destrutturato o simulato narrativamente, ma in una dimensione altra, perfettamente intelligibile, dove ogni elemento è studiato per trasmettere significato.

Il suo cinema diventa quindi, ancora una volta, un dispositivo attraverso cui raccontare e condividere il proprio tempo. In questo senso il ritorno agli extraterrestri non appare come un’operazione nostalgica. Al contrario, Spielberg torna agli alieni perché continua a considerarli il miglior strumento possibile per leggere il mondo contemporaneo.