Da Torino a Palermo, passando per Bergamo e Piacenza, nell’ultimo anno sono diverse le amministrazioni che hanno rimosso sedute pubbliche per contrastare bivacchi, spaccio e degrado. Ma una panchina non è soltanto un elemento di arredo urbano.
Ce ne accorgiamo quando vorremmo fermarci all’ombra durante una giornata particolarmente calda. Quando aspettiamo qualcuno senza voler entrare in un bar. Quando due amici hanno ancora qualcosa da dirsi e si siedono a parlare. Oppure quando un gruppo di ragazzi trasforma quella seduta in un punto di ritrovo, dandosi appuntamento sempre nello stesso posto.
Tutti abbiamo un ricordo legato a una panchina. Una conversazione durata più del previsto, un primo appuntamento, una telefonata importante, un pomeriggio trascorso senza fare niente di particolare. Le panchine sono presenze discrete nella memoria collettiva: non sono quasi mai il centro della scena, ma rendono possibile che la scena esista.
Il loro valore appare ancora più chiaramente quando cominciano a scomparire. Numerosi articoli di cronaca locale degli ultimi mesi hanno raccontato la rimozione di panchine in diverse città italiane. Le motivazioni sono spesso simili: spaccio, consumo di alcol, bivacchi, liti, schiamazzi, rifiuti abbandonati e una generale percezione di insicurezza.
A Torino, nel luglio 2025, le panchine di piazza Bottesini sono state eliminate dopo le richieste dei commercianti, esasperati dalla presenza di spaccio e bivacchi. La decisione ha provocato le proteste degli abitanti, che hanno ricordato una cosa apparentemente ovvia: quelle sedute non erano utilizzate soltanto dalle persone considerate problematiche. Le usavano anche loro.
Un mese dopo, a Casalpusterlengo, il Comune ha avviato la rimozione e lo spostamento delle panchine vicino alla stazione. La zona è stata definita un luogo di «aggregazione impropria», ed è proprio in questa distinzione tra aggregazione “propria” e “impropria” che si trova una delle questioni centrali.
Una panchina è pubblica perché non stabilisce in anticipo chi può utilizzarla, per quanto tempo e con quale scopo. Si può leggere, dormire, aspettare, chiacchierare, mangiare un panino o semplicemente guardare le persone che passano. La panchina è infatti uno dei pochi dispositivi urbani che riconosce il diritto di restare senza consumare. Non serve
un biglietto, non esiste un limite di permanenza e non è necessario spiegare perché ci si trova lì. In città sempre più orientate alla circolazione, al commercio e alla velocità, offre una piccola sospensione: permette di non essere clienti, automobilisti, pendolari o turisti, ma semplicemente persone presenti nello spazio.

In diversi casi la rimozione delle panchine ha portato le persone a farsi carico del problema. A Palermo, alcuni volontari hanno portato sedie e sdraio ai senza fissa dimora; mentre a Piacenza, alcuni anziani hanno iniziato a portarsi da casa sedie pieghevoli per poter continuare ad incontrarsi e frequentare il parco. Non hanno smesso di vivere quegli spazi: hanno dovuto procurarsi da soli ciò che la città aveva tolto.
Gli studi sugli spazi pubblici confermano che la possibilità di sostare, la presenza del verde e le occasioni di interazione hanno un ruolo centrale per il benessere e la vita sociale. Le linee guida dell’Organizzazione mondiale della sanità sulle città indicano la disponibilità di sedute esterne ben collocate e mantenute come una caratteristica essenziale dell’accessibilità urbana.
Naturalmente questo non significa ignorare le situazioni raccontate da commercianti e abitanti. Risse, molestie e spaccio non sono problemi immaginari. Il punto non è difendere ogni panchina indipendentemente dal luogo in cui si trova o dai problemi che la circondano. Il punto è smettere di considerare la rimozione come una
soluzione neutrale. Togliere una seduta modifica il modo in cui una piazza o un viale vengono vissuti, riduce il tempo che le persone trascorrono in quel luogo, elimina un punto di osservazione ed incontro.
Esistono alternative più complesse e meno immediate: migliorare l’illuminazione, riparare gli arredi, curare il verde, garantire pulizia e servizi, programmare attività e intervenire socialmente sulle condizioni che producono marginalità. Sono soluzioni che richiedono risorse, continuità e capacità di mediazione. Rimuovere una panchina, invece, produce un risultato visibile nel giro di poche ore. Dove prima c’erano persone, rimane una superficie libera, e l’assenza viene facilmente scambiata per ordine.
Ma una città ordinata perché nessuno può più fermarsi non è necessariamente una città migliore. Potrebbe essere soltanto una città progettata per essere attraversata o consumata, non abitata. Il valore di una panchina risiede proprio nella sua normalità. Una città non si misura soltanto dalla facilità con cui possiamo attraversarla. Si misura anche dalla possibilità che ci concede di fermarci. Ogni volta che una panchina viene rimossa, dovremmo domandarci non soltanto chi vogliamo allontanare, ma anche chi non potrà più sedersi.








