Se ami un posto, non metterlo sui social

Questo articolo è uscito originariamente su Outpump magazine n.6, lo scorso 29 settembre.

C’è una storia che, quando mi capita di parlare di turismo, tendo a raccontare spesso. È la storia di un mio amico che, guida turistica a Venezia, non parla mai e con nessuno del suo ristorante preferito. Non ci porta i turisti, in primo luogo; ma non ne parla nemmeno con chi lo conosce.

Quando gli si chiede un consiglio su dove mangiare a Venezia, tira fuori una lista piuttosto consueta di indirizzi che non è difficile recuperare online. E quando uno a quel punto gli dice: “Vabbè, ma non hai niente di un po’ più nascosto?”, lui risponde una cosa tipo: “Se te lo dicessi, smetterebbe di essere nascosto”.

Mi è tornata in mente questa scena leggendo un articolo di Pico Iyer pubblicato sul New York Times lo scorso giugno. Iyer vive da quasi quarant’anni a Kyoto e, da scrittore di viaggi, si trova immerso in un paradosso che conosce bene: consigliare un luogo significa, in qualche modo, metterlo in pericolo. Ogni volta che condivide un angolo silenzioso, un sentiero meno battuto, contribuisce – suo malgrado – alla sua esposizione. E in un tempo in cui ogni foto diventa contenuto, ogni bar può finire su TikTok, ogni recensione raggiunge milioni di occhi, il ciclo di scoperta e saturazione è diventato rapidissimo.

@hirokojapan.travel Overtourism has become a problem in popular tourist destinations such as Kyoto. For example, I recently visited Fushimi Inari-taisha shrine, and this is what it looked like before noon. The famous torii gate was so crowded with people that it was difficult to take a commemorative photo. However, if you wake up early in the morning, you will find the place as empty and comfortable as this. Kiyomizu-dera area. It took me a long time to get there because of the crowds. There were so many people at the popular photo spots. However, Todaiji Temple and Kasuga Taisha Shrine in Nara, which can be reached within an hour from Kyoto, are not so crowded. I also recommend Katsuo-ji Temple in Osaka. Finally, an announcement. If you want to avoid the crowds and still have an efficient sightseeing experience, consider my new service! ——————Spot overview📝—————— 📍FushimiInari Taisha Shrine (Kyoto) 📍Kiyomizudera Temple (Kyoto) 📍Todaiji Temple (Nara) 📍Kasuga Taisha Shrine (Nara) 📍Katsuoji Temple (Nara) ——————official account💡—————— → ******** ——————Reference Account 💡—————— → ******** ——————Nearby tourist spots🗺️—————— ・Nara Park ・Wakakusayama 📌Share this post with your friends who love Japan! If you have any questions about Japan trip or Japanese culture, please ask me in comments or DM! Please follow →@hirokojapan.travel #Overtourism #japantourism #kyototrip #naratrip #osakatrip #japan #trip #travel #japantravel #japantrip #japan_daytime_view #travelblogger #traveltips #explorejapan #japanlover #traveljapan #japantravelguide #voyagejapan #viajejapon #japansightseeing #日本之旅 #fushimiinari #kiyomizudera #todaiji #kasugataisha #katsuoji #narapark #wakakusayama ♬ FEEL THE GROOVE – Queens Road, Fabian Graetz

Il risultato è che i luoghi perdono opacità: diventano leggibili, replicabili, instagrammabili. Una trattoria a gestione familiare, un tempio in collina, persino un monastero nel deserto del New Mexico, finiscono in qualche modo nel flusso. E Iyer, che ha visto Kyoto passare dall’essere ignorata al diventare iperfrequentata, racconta l’assurdità di ricevere continuamente messaggi che chiedono “posti segreti”, quando ormai non esiste più nulla che non sia già stato mappato, taggato, recensito.

Eppure, nonostante tutto questo, continuiamo a cercarli. I “posti segreti”, gli angoli intatti, le dritte che non si trovano su Google. È il paradosso del turismo ai tempi dei social: tutto può essere segnalato, fotografato, condiviso; e quindi, per definizione, niente resta davvero nascosto. Ma proprio mentre svanisce la possibilità del segreto, cresce il desiderio di trovarne uno.

È come se la sovraesposizione avesse generato, per contrasto, una nostalgia diffusa per l’invisibile. Una corsa, spesso goffa, a volte disperata, alla “scoperta autentica”, alla prima volta che non è già stata la millesima di qualcun altro.

È una caratteristica di quello che abbiamo imparato, negli ultimi anni, a chiamare overtourism. Che è un fenomeno, da un lato, puramente numerico. Secondo i dati dell’Agenzia Onu per il Turismo, nel 2024 hanno viaggiato per svago circa 1,4 miliardi di persone, praticamente lo stesso numero del 2019. E i luoghi turistici, e i cittadini che li abitano, stanno sempre più cercando contromisure.

In tutta la Spagna, in particolare, è cresciuta una mobilitazione contro il turismo di massa, che ormai incide in modo diretto sul costo della vita e sulla possibilità di trovare casa. Il numero di appartamenti turistici, spesso illegali, ha trasformato interi quartieri in parchi tematici per viaggiatori temporanei. A Ibiza, a Barcellona, a Tenerife, le proteste si fanno sempre più esplicite: “Il turismo ci sta rendendo senzatetto”, recitavano i cartelli delle ultime manifestazioni. E mentre il governo spagnolo impone sanzioni ad Airbnb, che è accusata di ospitare decine di migliaia di annunci non autorizzati, la percezione pubblica si sposta: da fastidio passeggero a problema strutturale.

E questi sono i numeri, la parte più evidente della questione. Ma c’è un’altra parte del problema, più profonda e complessa.

A novembre 2024, Fodor’s, un editore internazionale di guide turistiche, ha pubblicato un articolo in cui evidenzia le località in cui non andare nel 2025: ci sono Bali, Barcellona, Agrigento, Tokyo, Oaxaca. La ratio è chiara:

«Un fattore chiave è spesso la tendenza dei governi a dare priorità all’esperienza dei visitatori piuttosto che al benessere dei residenti locali. Questo approccio può portare a trasformazioni irreversibili delle destinazioni, rendendole inaccessibili per costi, omologate o addirittura compromesse. E diciamolo chiaramente: visitare questi luoghi raramente produce viaggiatori felici. Muoversi in città invase dai turisti è frustrante; visitare paesi dove gli abitanti mal sopportano la tua presenza è spiacevole; camminare nella natura sommersa dai rifiuti è deprimente».

Alcune destinazioni, in effetti, vengono “consumate” proprio perché diventano virali. È successo di recente alle Baleari, dove le autorità hanno deciso di non usare più influencer per promuovere i luoghi turistici. L’idea era di alleggerire la pressione sui siti più noti, spostando i flussi verso mete meno frequentate. Ma ha avuto l’effetto opposto: baie remote e fragili come Caló des Moro sono state invase da migliaia di visitatori al giorno, attratti da un singolo post. Il sindaco di zona ha chiesto ufficialmente che non se ne parli più, e le immagini del luogo sono state rimosse persino dai siti istituzionali.

@luciandanciu OVERTOURISM IN VENICE, 16 february 2025 🛶🎭#carnivalevenezia2025 #casanova300 #venice2025 #venice #italy ♬ original sound – Gazella Venice Photographer

È uno dei tanti paradossi di questa storia: i turisti tolgono autenticità ma allo stesso tempo la vogliono. E quindi cercano altri luoghi, altri spazi, che possano dare quell’illusione. Spesso, tra l’altro, supportati dalle istituzioni, dall’idea – non sempre efficace – che basti ridistribuire per alleggerire il peso sui luoghi più battuti.

Questo paradosso crea una domanda inesauribile di nuova autenticità, spingendo i turisti e il mercato verso territori inesplorati o precedentemente considerati immuni dalla logica del viaggio. È l’altro lato ancora meno visibile, ancora più insidioso, di questa storia: il turismo è oggi un mercato dell’autenticità che non tollera vuoti né eccezioni.

Il concetto di autenticità intorno al turismo viene teorizzato per la prima volta nel 1976 da Dean MacCannell, a partire dal concetto di marker. Cioè, per trasformare un luogo o un oggetto (come un monumento, un quadro o il Grand Canyon) in un’attrazione turistica, serve una qualsiasi informazione che segnali il valore di quel luogo: guide di viaggio, racconti di chi l’ha visitato o descrizioni nei libri di storia dell’arte. È una specie di freccia invisibile che dice: «Questo posto merita di essere visitato».

Alcuni marker sono ufficiali, come i 2500 National Historic Landmarks negli Stati Uniti, o i luoghi Patrimonio dell’Unesco. Altri sono molto chiari, come le stelle delle guide Michelin, che valutano l’interesse dei luoghi (da * interessante a *** vale il viaggio) e la qualità dei ristoranti. MacCannell suggerisce che le attrazioni turistiche ottengono la loro autenticità proprio tramite la loro riproduzione. Insomma, più le fotografiamo, più le rappresentiamo, più diventano autentiche. Non è la riproduzione a togliere sacralità a un’opera; è la riproduzione stessa a fornirgliela. Le copie contribuiscono a creare aura, e il rituale di visitarla diventa importante grazie al valore sociale che le viene attribuito.

Nel turismo, la distinzione tra autentico e inautentico è cruciale. I turisti cercano spesso la “vera” parte della città, curiosi di scoprire come vivono realmente gli abitanti locali. È un concetto intrinsecamente relativo, quasi relazionale. MacCannell osserva che, mentre gli Stati Uniti possono far sembrare autentico il resto del mondo, la California fa sembrare autentici gli Stati Uniti e Los Angeles fa sembrare autentica la California. 

Questo processo di autenticazione trasforma anche l’inautentico in autentico. Come nel caso del castello di Neuschwanstein, costruito dal re Ludovico II di Baviera: sembra un castello medievale ma è in realtà una ricostruzione romantica. Con il tempo, però, acquisisce una propria aura. Lo stesso accade a Disneyland, dove tutto è costruito per sembrare più vero del vero.

Il paradosso dell’autenticità, secondo MacCannell, è che per essere percepita come tale, deve essere riconosciuta come autentica attraverso marker. Tuttavia, quando un luogo è marcato come autentico, diventa mediato e perde l’autenticità incontaminata che i turisti cercano.  Per esempio, vedere il Partenone o la Torre Eiffel dal vivo potrebbe non corrispondere alle aspettative create dalle foto e dai racconti, perché l’esperienza diretta è filtrata dalle nostre aspettative culturali.

Ora, provate ad applicare questo concetto ai social media, in cui i marker – like, commenti, condivisioni – sono dappertutto. Ogni foto pubblicata su Instagram è una freccia invisibile che punta verso un luogo, un’esperienza, un momento da fruire e poi replicare. Più di ogni altra cosa, i social media hanno reso, poi, il turismo una valuta sociale, una modalità attraverso cui disegnare la nostra presenza online. Secondo uno degli studi scientifici più citati sul tema, le piattaforme sociali possono creare una sorta di Fomo (Fear of Missing Out), la paura di perdersi qualcosa. In sostanza, tutti possono pubblicare immagini da ogni parte del mondo, noi le vediamo e siamo spinti a cercare un po’ di quella bellezza. E non solo: andiamo anche alla ricerca di quelle cose che abbiamo visto sui social network.

Una giornalista di Vox, Rebecca Jennings, ha raccontato in modo molto efficace questa tendenza in un articolo che racconta un viaggio non proprio soddisfacente a Positano, quella che definisce la “capitale Instagram del mondo”.

«Il problema, oggi, è che sono troppe le persone che vogliono provare esattamente la stessa esperienza, perché sono andate tutte sugli stessi siti web e hanno letto tutte le stesse recensioni. C’è l’idea che se non vai in quello specifico ristorante o non visiti proprio quel quartiere, tutti i soldi e il tempo che hai speso sono stati sprecati. Come se ti fossi accontentato di qualcosa che non è così perfetto come avrebbe potuto essere». 

Jennings la chiama la nostra “ossessione culturale per avere il meglio di qualunque cosa”. E l’ossessione culturale, come la chiama Jennings, nasce proprio da questa idea di accessibilità permanente: c’è sempre qualcosa di meglio e si può avere. È un’idea figlia dei social, che danno l’impressione che tutto sia lì, a portata di mano. Ma anche delle piattaforme, che hanno trasformato il turismo in un sistema di offerta continua. Non si tratta più solo di partire, ma di ottimizzare l’esperienza, renderla più vera, più locale, più personalizzata.

Qualunque cosa, qualunque luogo, qualunque frammento della vita può essere trasformato in esperienza vendibile. Airbnb lo ha capito meglio di tutti. La piattaforma fondata da Brian Chesky ha rappresentato, e rappresenta tuttora, un passaggio chiave nella trasformazione profonda delle città contemporanee, del modo stesso in cui ci relazioniamo agli spazi che abitiamo. Ha agito – e continua a farlo – da acceleratore di una tendenza già in corso, rendendola sistema: la città che si riconfigura come infrastruttura dell’ospitalità. Ecco, quando Airbnb ha introdotto la possibilità di affittare la propria casa per brevi periodi, ha aperto una breccia culturale e urbana che ha accelerato una riconfigurazione degli equilibri urbani. Milioni di spazi privati sono diventati estensioni fluide dell’economia turistica.

@ilmessaggero.it L'overtourism è arrivato anche in montagna. Sui social, in particolare sui gruppi Facebook e su X, e nelle chat Whatsapp rimbalza un video in cui vengono inquadrate centinaia di persone in coda in Val Gardena per l'impianto della funivia che porta al monte Seceda, sotto il solleone dell'allerta di caldo nordafricano del 22 luglio. Precisamente, gli hotspot presi d'assalto sono stati due: la stazione di Ortisei, a valle, e quella intermedia di Furnes. Non mancano foto e video di code interminabili anche in altre zone dell'Alto Adige, soprattutto nell'area delle Tre Cime di Lavaredo. La scena del Seceda ha scatenato indignazione sui social, che diventano sempre di più l'arena in cui dibattere sulla questione del turismo di massa. A montare maggiormente la polemica la notizia della richiesta di autorizzazione da parte della società che gestisce gli impianti da Furnes al Seceda per triplicare la portata delle funivie e trasportare fino alla cima ancora più persone. [#IlMessaggero] #overtourism #montagna #seceda #valgardena #trentino #ortisei ♬ suono originale – Il Messaggero

Non solo perché l’affitto breve ha contribuito, in città come Roma, Venezia, Firenze, alla sottrazione di una parte consistente del patrimonio abitativo al mercato della residenza stabile. Ma perché ha cambiato la grammatica stessa della città: la casa non è più spazio intimo, ma potenziale spazio produttivo; la finestra sul quartiere non è più sguardo sul vicino, ma cornice per il turista. A maggio, la piattaforma ha annunciato una nuova espansione dei suoi servizi. Accanto agli alloggi e alle “Esperienze”, ha introdotto una sezione chiamata “Servizi”, pensata per ampliare ciò che si può prenotare durante il soggiorno, o anche senza soggiornare affatto. Si può richiedere un personal trainer a domicilio, uno chef che cucina nella casa in affitto, un massaggiatore che arriva con lettino e oli, o un fotografo che ti accompagna in città per un servizio personalizzato.

Sono servizi già disponibili in oltre 260 città e, spesso, a prezzi contenuti: molti sotto i 50 dollari. La logica è quella già vista con le “Esperienze”: attività curate da host locali, pensate per rendere il viaggio qualcosa di più della semplice visita. Lezioni di cucina a Parigi, workshop di ceramica a Tokyo, yoga al tramonto sui tetti di Barcellona, beach volley con un’atleta olimpica a Rio. Di recente si è aggiunta anche una terza categoria, chiamata “Originals”, che prevede esperienze esclusive create in collaborazione con celebrità e influencer. L’obiettivo, dichiarato da Airbnb, è quello di rendere ogni soggiorno più completo, più coinvolgente, più memorabile. Ma, nei fatti, ciò che si sta ampliando è il perimetro stesso del consumo turistico: non più solo dove si dorme, ma come si vive, cosa si fa, chi ti accompagna, quante cose puoi prenotare in anticipo.

In questo contesto, le contromisure sono diverse. In Europa e non solo, i grandi centri storici e i siti UNESCO continuano ad affidarsi a misure classiche come ticket d’ingresso, tetti giornalieri, limiti alle navi da crociera, zonizzazione degli affitti brevi. Strumenti che funzionano proprio perché impongono un limite visibile, misurabile. La letteratura internazionale li considera ancora centrali, soprattutto quando integrati con obiettivi ambientali e piani di mobilità sostenibile. 

Accanto alle regole, però, avanzano le leve economiche. La tendenza più evidente è il pricing selettivo: far pagare di più chi arriva tardi, chi non pianifica, chi pesa di più sull’equilibrio del luogo. Venezia, ad esempio, ha alzato la tassa per i visitatori giornalieri nei giorni più critici e, almeno in parte, ha ottenuto quello che cercava: un minimo spostamento dei flussi e qualche milione da reinvestire. Lo stesso approccio si sta diffondendo altrove, da Kyoto alle Alpi svizzere. Il principio è semplice: se l’impatto cresce, anche il costo deve crescere. Ma il rischio, neanche troppo velato, è che l’accesso diventi questione di possibilità economica.

Intanto, le città sperimentano sistemi di monitoraggio predittivo: dashboard, app, dati in tempo reale. Si raccolgono informazioni da ogni parte – telefoni, prenotazioni, social – per prevedere affollamenti e orientare i flussi. Le app ti avvertono: c’è coda lì, prova più tardi, gira a sinistra. Funziona, almeno in parte: alcune stime parlano di una riduzione dei picchi del 10-15%. Ma qui la domanda è un’altra: ha senso progettare spazi pubblici come se fossero parchi a tema, con percorsi intelligenti che evitano la folla e ottimizzano l’esperienza?

Infine, ci sono le comunità. Alcuni progetti, dal Vietnam alle Isole Faroe, cercano di spostare l’attenzione: non solo ridurre l’impatto, ma anche ridistribuire i benefici. Itinerari coprogettati, accoglienza diffusa, percorsi minori che diventano rilevanti. E funziona, se c’è formazione, se c’è consapevolezza, se c’è capacità di controllo locale. 

Ma qui si tocca un punto più profondo, forse il nodo centrale: non possiamo continuare a trattare ogni luogo come una destinazione. Non tutto può e deve essere accessibile, disponibile, messo a valore. Alcuni luoghi devono poter restare opachi, parziali, difficili da raggiungere. Serve, prima o poi, una nuova grammatica del rapporto tra chi viaggia e ciò che incontra; che non passi sempre per la promessa dell’esperienza, ma anche per il rispetto della distanza.