Scommettere su Tredici Pietro

Si tende a sottovalutarlo, Tredici Pietro. Perché per molti – per troppi, forse per tutti – prima di tutto è “il figlio di”. Ma anche perché il suo è un rap strano, da un lato contaminato col pop dall’altro molto scanzonato, amichevole, disarmato, in qualche caso pure dolorosamente molto sincero – non quello che senti di solito nella gara che c’è, dal 2016 in poi ma in realtà anche ben prima, a chi è più forte, più figo, più ricco, più imparanoiato dal successo (vero o presunto che sia). Tredici Pietro è un’anomalia. Ed è anche una persona che sta attraversando il guado tra l’essere ragazzino ed essere adulto. Risultato? Parlare con lui è tutto tranne che banale. Anche partendo dall’argomento più banale ed onnipresente di tutti: Sanremo. 

E quindi insomma, eccoti a Sanremo. Che poi rischiavi di finirci già l’anno scorso, vero? Perché mi risulta che già avevi provato a farti selezionare…

Rischiavo di finirci l’anno scorso? No guarda, secondo me no, perché non è che avessi chissà quale probabilità di essere scelto. Però è vero, sì: avevo provato ad entrarci anche l’anno scorso.

Senza però crederci più di tanto. 

Più che crederci, diciamo che ci speravo un po’… No, aspetta: forse nemmeno quello. In realtà ero consapevole che non c’era una reale motivazione per selezionarmi, cioè, diciamo che come motivazione di mercato non è che ce ne fossero, non avevo abbastanza peso in tal senso. Quindi o Carlo Conti si innamorava del brano, ma proprio innamorava di brutto, o…

Quest’anno, invece, ci credevi già di più.

Ma sì. Ci sono arrivato più convinto, vero. Sai: avevo fatto nel frattempo un album, e poi pure il featuring con Fibra… Sono cose che fanno la differenza, su come vieni percepito, sul peso che hai.

E allora voilà, ti sei messo a costruire un pezzo perfetto per Sanremo e per farti selezionare lì, ecco “Uomo che cade”.

Ma no.

No?

No, assolutamente. Guarda, il brano che sto potando in gara è venuto fuori per la prima volta a maggio 2025. Quindi stiamo parlando di una distanza siderale, come tempi. È venuto fuori lavorando assieme a Dimartino, durante una session di scrittura.

Ecco, perfetto: come sei finito a lavorare con lui? Perché Dimartino non è il primo artista che avrei associato a Tredici Pietro – e viceversa. 

Beh, condividiamo la stessa casa editrice. È per questo che a un certo punto ci hanno messo insieme: “Dai, provate a scrivere qualcosa, vediamo cosa viene fuori”. Chissà cosa avrà pensato Dimartino quando gli hanno detto che doveva fare una session con me…

So per certo che lui è una persona musicalmente molto curiosa, secondo me si sarà preso bene. Oltre tra l’altro ad essere uno dei migliori bassisti italiani: cosa che si dice troppo poco.

Hai ragione! Più che musicista è proprio un musicologo e sì, è un bassista eccezionale. Verissimo. Ad ogni modo: la persona con cui lavoro dal punto di vista delle edizioni a un certo punto aveva iniziato a vedere che avevo bisogno di trovare nuovi punti di riferimento, per mettere più a fuoco quello che facevo, ed ha così iniziato a farmi fare un sacco di sessioni con vari artisti. Da lì di solito è difficile che si creino connessioni vere. Succede tipo una volta su due milioni, ma ogni tanto succede: perché in effetti è sempre così che ho incontrato Galeffi e suo fratello, anche loro compagni di strada preziosi. Insomma, diciamolo, è raro che venga fuori qualcosa di buono e profondo in queste sessioni organizzate “dall’alto”; raro, ma non è impossibile. E quando succede, beh, te ne accorgi subito. Con Dimartino è stato così. Lui ha questa capacità di… di…

…di?

…di metterti subito a tuo agio. Non so, ha una serenità, una tranquillità quasi da santone… Il suo è proprio un carisma naturale, che non ha bisogno di essere imposto.

Comunque il fatto che tu Tredici Pietro collabori con Dimartino è, per certi versi, una riproposizione plastica di quello che potrebbe essere davvero il trend definitivo della musica pop italiana di questi anni: mettere insieme musica urban da un lato, indie dall’altro.

Io però questa propensione ce l’ho sempre avuta. Se ascolti “Non guardare giù” ci sono almeno quattro o cinque tracce che possono essere definite più indie-pop, o comunque ballate, che brani urban. Vedi, il rap non per forza deve essere un genere musicale, un suono ben preciso, in realtà è anche una tecnica. Una tecnica che può anche andare su altri generi musicali. Anzi, diciamolo, è nato proprio così il rap: andando sul funk, andando sulla disco… No? Quindi ci sta che io lo possa usare in maniera ibrida, parlando di generi musicali. Aggiungo: forse oggi è talmente difficile inventarsi un nuovo genere musicale che ormai è normale si faccia una ricombinazione di quelli già esistenti. A me, comunque, viene naturale da sempre combinare questi due mondi. 

Quanto ti senti una anomalia, in questo?

Beh, sì: all’inizio mi sentivo una grande anomalia. Vedendo il bicchiere mezzo pieno, il mio è stato un tentativo di aggiungere qualcosa, aggiungere una “y” a un codice. Io ovviamente rispetto moltissimo il rap e le sue origini hip hop, l’essenza hip hop. Ma…

…ma?

…ma io, parliamoci chiaramente, non sono hip hop per costituzione: per quanto ne ammiri molti valori e li abbia per certi versi in effetti fatti miei, io comunque arrivo da una famiglia ricca. Non posso dire di rappresentare al cento per cento la cultura hip hop, non sono uno che arriva dal ghetto, dalle periferie. Non è un caso che io sia entrato nella scena un po’ dopo l’ondata del 2016, diciamo un paio d’anni più tardi: è che appunto, uno come me è la dimostrazione che l’hip hop e la figura del rapper sono arrivati nelle case di tutti. Sono arrivati cioè perfino a uno come me che è figlio di una figura così enorme della musica italiana, così definita e forte, eppure sì, il rap è arrivato anche a me, a uno come me. Un tempo magari potevo essere una anomalia ma oggi, sinceramente, non credo di esserlo più: oggi il rap lo praticano o comunque lo ascoltano tutti. Tutti! Ricchi, poveri, alternativi, appassionati di pop – tutto quello che vuoi. Non è più insomma un genere specifico, molto delimitato; non lo era nemmeno prima in realtà, ma oggi davvero è diventato fuori luogo iniziare a dire “Eh, ma questo cosa c’entra col rap”.

Però tu per me sei una anomalia anche al di là dello stile musicale. Lo sei per i tuoi testi, per come ti esprimi nelle canzoni: non ti fai problemi a mettere in piazza dubbi, insicurezze. È raro. E attenzione, la tua non è la classica “paranoia del rapper”, quello che senti nella stragrande maggioranza dei brani rap/trap odierni, coi soliti tre, quattro argomenti che si ripetono trattati tutti nello stesso modo; no, il tuo è un approccio molto più personale, molto più particolare e disarmato.

Beh, sì. Dovevo trovare una narrazione che fosse mia, ecco. 

Ci hai ragionato sopra, per arrivarci? 

Non particolarmente. Io faccio come faccio semplicemente perché mi viene spontaneo farlo, punto. Una cosa fondamentale che prendo dalla cultura hip hop è: “keep it real”. Bene, io voglio raccontarmi per quello che sono, non per quello che gli archetipi di un genere musicale vorrebbero che fossi. 

Interessante. 

E quando io racconto qualcosa, sento di dover raccontare anche i miei limiti, la mia fallibilità. 

Ci sta. 

Guarda, mi ricordo di averne parlato a lungo con Antonio Dikele, quando lui per un po’ mi ha fatto da management: “Ma tu cosa vuoi fare?”, mi chiedeva. E io: “Voglio raccontare la fallibilità. In questa epoca della performance continua, io voglio raccontare la fallibilità. Perché fa parte dell’essere umano. Non voglio fare quella roba machista dove devi essere l’uomo che non ha paura, che non sbaglia mai”.

Qualcuno, non dico Antonio Dikele, ha provato mai a dirti “Eh, però così non funzionerai mai”?

No, no. E comunque guarda, anche avesse provato a farlo, la verità è semplice: le idee che porti avanti o sono tue per davvero, o dopo un po’ non stanno in piedi. Devi metterci te stesso. Cioè, come dire: aiutati, che Dio ti aiuta… Capisci? Poi può funzionare, può succedere che la gente inizi ad interessarsi a te e a dirti che sì, hai fatto bene a portare avanti la tua linea; ma quella è una cosa che arriva dopo, non puoi basarti su quello quando inizi a fare musica, ad esprimerti. Per me era normale che all’inizio non tutti comprendessero quello che avevo in mente di fare. Non mi ha mai sorpreso questa cosa. Era da mettere in conto. 

Mmmmmh, aspetta: sorpreso no, ma preoccupato forse sì. Perché momenti di crisi e depressione ne hai avuti. Ne hai anche parlato esplicitamente. 

Ne ho avuti di giganteschi! Ma adesso vivo un momento positivissimo, dato prima di tutto dalla fortuna di aver fatto un disco come “Non guardare giù”, di cui sono molto contento. Ma chiaramente non nascondo che ho avuto un momento di grande negatività, un momento in cui la paura era che venissi completamente dimenticato: un periodo durato diciamo dal 2020 al 2024, fai anche inizio 2025…

Beh: bello lungo, come periodo. 

Sono stati gli anni in cui mi sono percepito come uno fuori dalla scena, da qualsiasi scena. 

Anche perché come artista dovevi decollare proprio quando è arrivata la pandemia a fermare tutto.

Esatto. E poi, quando invece è ripreso tutto quanto, mi sono visto superare in mille forme da mille nuovi rapper. Ho visto che le cose stavano cambiando, molto velocemente, e io non fittavo più. Era tutto diventato “funzionale”, nella scena; e io non ero “funzionale” a nulla, così come ero. 

Qual è stato il momento di svolta?

Fare l’album, fare “Non guardare giù”. Disco fatto con Fudasca, Sed, Galeffi e suo fratello: sono le persone che mi hanno aiutato, e che effettivamente hanno creduto in questo disco fin dall’inizio. Già così erano tante, erano un bel gruppo. E sono loro che mi hanno definitivamente convinto: “Ehi, questa roba che stiamo facendo è bellissima, bellissima! Non sappiamo se gli altri la capiranno o meno, ma noi sappiamo che è bellissima”.

Se vuoi, te lo dico pure io che è veramente valida: sono assolutamente fan dell’album.

Lo scopri sempre dopo se piace o no alla gente, l’album a cui lavori… Ma a noi, piaceva. E questa già per me era una forma di sicurezza: perché avevo messo tutto me stesso in quel disco, così com’ero, così come mi sentivo – era proprio un disco connesso con l’ansia e le emozioni che provavo in quel momento. E a chi mi stava vicino quel disco, sì, piaceva. Quell’album era fine era un prodotto, perché ogni uscita discografica è comunque un prodotto, ma di sicuro era un prodotto che mi rappresentava al cento per cento. 

Ecco, a proposito di prodotti e industria discografica: quanto ti sei dovuto invece “adeguare” per fare il pezzo di Sanremo? Te lo chiedo perché “Uomo che cade”, rispetto a quello che fai di solito, è una canzone molto precisa come testi, molto a fuoco. Non ha quelle divagazioni, quei momenti di sciallo quasi colloquiale che invece spesso ti contraddistinguono.

Beh: perché lavoravo in session con un signore. E quindi, dovevo essergli comprensibile. 

Intendi Dimartino? 

Sì, sì. Una persona adulta!

Oh, ma di lui hai proprio soggezione…

Assolutamente! Sai, non ho fatto tante altre session con artisti del suo calibro. Quando ho saputo che sarei andato a fare una session con lui, ho pensato che volevo dimostrare di saper scrivere nella sua cifra, da adulto. È stato semmai lui a dirmi: “Guarda, io non ti posso aiutare sulla scrittura. Perché tu hai un modo tutto tuo di scrivere. E questa è un’ottima cosa. Quindi vai tu, vai avanti tranquillo”. Questa cosa mi ha dato molta sicurezza. Mi ha dato la giusta chiave per lavorare. Poi alla fine sul testo comunque mi ha dato una mano importante, mi ha dato delle belle indicazioni… Però sì, questa cosa di dover scrivere qualcosa che fosse perfettamente comprensibile anche per una persona adulta come lui è stato un fattore importante. Dopodiché è diventato addirittura il pezzo che mi ha portato a Sanremo; ma appunto, non era previsto, non era nato per questo. 

E tutti questi archi nel ritornello, chi li ha voluti?

Archi davvero sanremesi, lo so, lo so! Vero! Sempre un’idea sua. Ma che io ho abbracciato subito. In realtà inizialmente l’arrangiamento era molto “da cameretta”, del resto tantissimi brani miei nascono così…

Credo ne sia rimasto qualcosa, perché c’è un frammento di brano in cui il ritornello viene ripreso accompagnato quasi solo da una chitarra low-fi.

Il pezzo in origine aveva infatti una sua intimità, era qualcosa alla Mac Miller, che per me sarà sempre un riferimento, ma…

…ma?

A un certo punto ci siamo detti: “Però ehi, se c’è la possibilità di avere un’orchestra – perché non usarla?”. Io da solo non avrei avuto il coraggio di pensarlo: è stato Dimartino a spingermi ad alzare il livello, ad accettare una nuova sfida, perché la verità è che la mia dimensione – quella in cui mi sento sicuro, la mia comfort zone – è proprio la cameretta. È fantastico però che ci sia chi ti spinge ad esplorare, a migliorare. È una gran fortuna.

Va a finire che diventi adulto pure tu. 

Mia madre me l’ha detto, me lo dice da un po’. “È finita. Devi iniziare a comportarti da adulto”.

Hai provato a controbattere?

No, no! Anche perché io sono il suo unico figlio – ecco, puoi immaginare quanto può costare a una madre dire questa cosa al suo unico figlio? (risate, ndr) Non posso che rispettarlo e accettarlo!

Bene: ora allora che stai diventando adulto, vuol dire anche che avrai ben pianificato le tue prossime mosse.

La verità? Non voglio farmi mangiare dal bisogno commerciale di presentare qualcosa subito dopo Sanremo solo perché c’è da “battere il ferro”. Cioè, ho appena fatto uscire un disco, pochi mesi fa, che mi ha portato via almeno tre o quattro anni di lavoro; se ora facessi uscire un nuovo album in soli tre mesi, tradirei tutte le migliaia di persone che sono venute a sentirmi dal vivo l’anno scorso a Bologna, Roma e Milano. La verità è che per me è impossibile fare un disco vero, compiuto e profondamente sentito in pochi mesi. Impossibile. Non sono quel tipo di artista lì. Mi ci vuole tempo, mi ci vogliono tante, tante canzoni. È un processo molto mentale. Io i dischi li voglio fare che abbiano più layer, che abbiano idee, che abbiano degli skit, che siano un’evoluzione. Non è una cosa che fai in pochi mesi. 

Però, citando appunto il tuo esibirti dal vivo, se i concerti precedenti li hai fatti nei live club ora potresti iniziare ad ambire, che so, ai palasport. Si cresce!

No. Non domani. 

No?

E nemmeno dopodomani. Perché so che se provassi ad andare nei palasport, e dopo però dovessi di nuovo ripiegare sui live club, sarebbe un disastro. 

Ti prenderebbe male. 

“Ecco, questo non funziona più, non regge. Buttiamolo via”: già me li immagino questi ragionamenti, questi discorsi. No, non voglio passare attraverso questa cosa. Cioè, che ne so, magari ora si potrebbe pure provare l’azzardo, magari sì, ma resto convinto che se devo immaginare la mia carriera sul lungo termine è giusto che non provi a fare dei passi avventati. 

Che tipo di rapporto hai coi tuoi colleghi rapper?

Scarno. Non ho un grande rapporto. Cioè, non è che non voglia averci a che fare, attenzione; ma non sono uno che cerca di fare l’amico, per poi magari grattare i featuring. Questa cosa dei featuring, poi… Preferisco fare che ne so 500.000 ascolti, magari anche solo 100.000, ma che siano miei, e non che mi arrivino perché ho infarcito il disco di featuring. Posso farne anche 20 milioni coi featuring, di ascolti, ma serve davvero? Lo voglio davvero? No. Il problema è che spesso i rapporti fra di noi sono appunto legati da ragioni commerciali: quindi sono rapporti amichevoli, ma formali. Di amici veri ne ho pochi: Lil Busso, gli Psicologi… Ecco, uno con cui ho stretto un bel rapporto è Olly. Sì, con lui siamo buoni amici. 

E Nayt? Tu appunto sei uno che fa pochi featuring, ma con lui l’hai fatto, in passato. Quando avete scoperto entrambi di essere a Sanremo, vi siete sentiti?

Sì, certo, ci siamo fatti i complimenti a vicenda. Ma ecco, fammi specificare: io non sono contro i featuring a prescindere. È bello che ci siano. L’hip hop italiano non ha mai avuto così tanta esposizione ed è bello che faccia squadra, che ci sia collaborazione reciproca. Però sta cosa che saremmo tutti fratelli…

…Guè dovrebbe avere miliardi di fratelli, visti il numero di featuring che fa.

Io poi nemmeno lo conosco, lui!

È una gran persona. Quando poi lo conosci davvero, è molto alla mano, molto divertente. 

Ma Guè non può essere un fratello… Guè, di tutti noi rapper, è direttamente il papà!

Domanda finale: i soldi sono importanti?

I soldi sono importantissimi. Ma sai perché? Perché senza soldi, non hai la salute. Non puoi curarti bene quando ne hai bisogno. Ecco perché sono importanti. 

Art direction
Alessandro Pellegrino
Fotografo
Antonio Giancaspro
Assistente fotografo
Lorenzo Ricchiuto
MUA
Chiara Tipaldi
Styling
Gaia Bonfiglio
Assistente Styling
Francesco Salimena