Questa volta ha vinto Night Skinny

Night Skinny si siede deciso, gomiti sul tavolo come se fosse finalmente arrivato il suo momento di parlare. Vuole poche persone intorno, il meno possibile, soltanto Anice – o Anna, la sua ragazza – si aggiunge ai presenti strettamente necessari che siamo io e il ragazzo dell’ufficio stampa. Quando lo chiamano ribalta il telefono per evitare distrazioni, e chiede alle persone al piano di sotto di far più piano: adesso ha bisogno di esprimersi, e non con i suoni ma con le parole. Il che è decisamente molto più difficile. Inizia a raccontarmi di come tutto è nato.

«Un giorno stavo col mio Mercedes in Viale Tibaldi, a un certo punto passa Tony Boy, non ci eravamo mai conosciuti di persona ma solo scritti su IG, gli suono, blocchiamo il traffico e il giorno dopo è venuto in studio da me. Il disco è iniziato così». 

Skinny ha poche necessità pratiche per fare buona musica. Il primo valore è umano, sono le persone. Il secondo la fiducia, poi la passione: tutti elementi che stanno in bilico in un gioco di scambi. Quello che sta dentro la persona, per Luca, sembra essere nettamente più importante di tutto il resto, forse anche della musica stessa – e lo si capisce guardando l’approccio, piuttosto che le scelte. Noto nella foga con cui mi racconta le cose che ha una vitale necessità di spiegarsi, farsi capire, perché quando questo non è successo lo ha fatto soffrire. E più avanti arriveremo a parlare di “Botox”.

Fare un disco da producer non è semplice. Devi aspettare che tutti gli artisti che vuoi coinvolgere siano nel momento giusto della propria carriera – «Guè deve finire il suo disco per darti una strofa al livello, Tedua deve finire la deluxe, Yugi il tour» -, che siano pronti a darti quella perla che potrebbero far uscire nei loro dischi – «con Luchè avevo già un pezzo che ha voluto inserire nel suo disco e allora ne abbiamo fatto un altro. Anche Fibra si è tenuto il suo, ma non è scontato che il secondo sia figo come il primo» – e devi sperare che l’etichetta non si metta in mezzo. «La gente si domanda perché non facciamo le cose, ma non capisce che c’è un sistema dietro, ci sono rapporti, etichette discografiche, equilibri da mantenere. I pezzi saltano». È una partita a scacchi per riuscire a incastrare tutto e arrivare in fondo con un prodotto che soddisfi te e poi anche il pubblico, che spesso mette prima la critica al ragionamento. E lì c’è la paura di non essere capiti. «C’è il business in mezzo, ed è spietato. Ma è giusto, ti devi sedere al tavolo e giocare, è una mediazione, come un club di calcio quando prova a ingaggiare un calciatore. Lavoriamo con le multinazionali e ognuno difende i propri artisti».

Se l’industria musicale è un insieme di sovrastrutture, Skinny è tutto l’opposto. È felice che girino i soldi in questo gioco – «io faccio parte di quella categoria di artisti che hanno firmato contratti giusti. Adesso quei soldi li offrono a tuo nipote» – e anche se il sistema non è sano, riconosce che sia fondamentale, «Yugi fa ancora musica come se non avesse quel contratto, lo fa con lo spirito giusto. Però ho visto gente sedersi e perdere la fame». È il sistema che dà da mangiare, che permette ai giovani che si buttano in questo gioco di farlo sperando in qualcosa di migliore. Ed è grazie a questo se oggi la competizione è alta. «Lo stato della scena musicale oggi è solido, abbiamo toccato il livello di massima forma e stanno uscendo sempre più dischi di qualità», e in questo sistema pieno di numeri, vince soltanto chi lo fa con passione, una parola che mentre parliamo continua a tornarmi in mente, l’unica che mi sembra muovere Skinny e chi con lui. «Si parte sempre con la voglia di fare», mi dice pensando a quando anni fa Achille Lauro passava giorno e notte in studio a cercare di tirar fuori qualcosa di innovativo, con una voglia che non vedeva confini. «Adesso oltre alla voglia di fare ci sono tanti soldi, che non sempre riescono a nobilitare il lavoro di un artista».

Mi domando come possa una persona come Skinny scendere a patti con tutte queste sovrastrutture, perché mi sembra evidente che non gli appartengano. Non glielo chiedo, ma forse è una questione di responsabilità e di fiducia vista negli occhi degli altri. Luca all’interno di questo contesto ha un ruolo e una posizione ben definiti, guadagnati negli anni grazie a una componente umana che è impossibile non percepire. Ha le mani ovunque perché connettersi con le persone e coinvolgerle gli torna facile, ma è tutta una questione di passione e quando vacilla diventa un problema. Gli è successo anni fa, prima che Rkomi lo riportasse a far musica, e gli è successo dopo “Botox”, prima che la nuova scena, quella che ha riunito in Players Club, gli desse una nuova motivazione.

La stima che Skinny ha nei loro confronti è tangibile, e ci tiene a ripetermi più volte che si son fatti grandi da soli, avevano una visione, degli obiettivi e un background già prima di arrivare in studio da lui. «Ho vent’anni in più di vita, di esperienze, di delusioni, di successi e traguardi, ma quando sono in studio con Nerissima ho 24 anni come lui», mi dice, e lì capisco che Skinny si nutre della fame altrui come fosse una presa di corrente, energia pura che fluisce nel corpo. «Un giorno dovevo beccare Yugi per fare “Quarto di bue” e davanti al mio studio alle 9 di mattina c’era Artie 5ive, arrivato da Bicocca con una tuta del Marsiglia da regalarmi. Mi aspettava per conoscermi ed era già Artie 5ive. Una persona con una spinta esagerata e la voglia di spaccare, un real rapper, possono dire quello che vogliono ma ha una delivery e un’attitudine incredibili».

È di questo che Skinny vive, è in questo che si riconosce. «Quando ho organizzato quel live a Parma ho detto ok, ho il mio cachet, facciamo che ce lo dividiamo e me li porto tutti dietro», mi racconta, «lì si è consolidato il rapporto: siamo partiti col van, siamo andati, abbiamo fatto la cena e siamo tornati». E quando l’energia scorre, la musica vien fuori da sola. Non a caso molti dei brani – anche se a volte recuperati da sessioni lontane – sono stati fatti in pochissimo tempo, «con Tedua ci siamo visti due notti in studio e abbiamo fatto il pezzo», «“Solo Dio Sa” l’abbiamo fatto in 20 minuti, dal niente. È uscito una hit, non l’abbiamo mai più toccato», «“Tessera Sanitaria” non c’è nel fisico, perché è stata aggiunta 5 giorni prima della consegna». Non ci sono altri interessi se non far la musica stessa.

«Non so come spiegarlo, questo disco è solido perché ci sono i miei amici», mi dice quando gli chiedo il perché della scelta di non coinvolgere nomi nuovi o diversi dal solito, considerando il suo occhio sempre attento ai nuovi emergenti. «La gente forse non lo ha capito ma il 99% delle volte Yugi ti dice che vuole Tony e Artie, e Tony ti dice di chiamare Papa e Neri». La verità è che potrebbero tirare in mezzo chiunque, ma quando esce naturale devi lasciar correre. «È questa la cosa che mi piace di Players Club, che non mi vengono a dire che vogliono fare il pezzo con l’artista famoso».

In un sistema che di sano ha ben poco, Skinny è una componente estremamente positiva, per attitudine e per capacità, «mi becco un sacco di storie, di problemi, momenti magici. Poi anch’io ho bisogno di persone che ascoltano», mi dice poco dopo aver ricevuto un messaggio dalla sua psicologa che gli chiedeva come stava. «Sono entrato in una fase in cui sono più emotivo, ho avuto molti problemi, sono stato poco lucido, bevevo, mi divertivo», dice con voce sospesa di chi a un certo punto ha avuto la forza di aprire gli occhi e guardare nel buio. “Botox” è stato un colpo nel petto.

«Il disco precedente non mi ha fatto bene, pensavo “ma come cazzo è possibile che non hanno capito il mio disco?” e a un certo punto ho smesso di difenderlo, ho capito che stavo soffrendo e me ne sono andato a New York». Quando un disco macina comunque streams, non è scontato vedere un artista farsi un esame di coscienza del genere. «È un disco che ha fatto i suoi numeri, è aperto, è sperimentale, è stato il mio “Donda”. Ma forse sono stato troppo fantasioso, anche nel presentarlo. Non ho ascoltato nessuno, pensavo di sapere tutto io» mi dice. «Questo è il primo disco in cui ho deciso di dire “okay, Botox non vi ha soddisfatto, ora devo tornare con una cosa che appaghi me e di riflesso chi mi segue», afferma, «quindi sono tornato con un’estetica cattiva, un teschio, ero arrabbiato». E ha cercato un confronto, «sono andato da Fibra e gli ho detto, “bro sono in ansia, ti va di ascoltare il disco?”, gli ho chiesto se gli sembrasse un album mega rap e lui si è incazzato, mi ha detto che era una domanda di merda. Poi mi ha ricordato che la gente viene da me per fare lo street anthem, non per entrare in Top 50».

«Tu sei quel tipo di persona, devi comunicare questo. Fatti vedere deciso, convinto, fai capire alle persone che stai tornando con una cosa di cui sei contento».

Fabri Fibra a Night Skinny

Mentre me lo racconta prende il telefono, apre WhatsApp e scorre fino alla chat con Fabri Fibra. «Io mi sveglio continuamente con messaggi assurdi», mi dice, e fa partire un messaggio vocale: «Ciao brother! Questo vocale per dirti auguri per stasera, per l’uscita, spacca tutto, l’hype mi sembra già bello alto. Non ne avevo dubbi. So che il disco non deluderà».

È così che pian piano Skinny ha iniziato a districarsi tra i suoi pensieri, «ho capito che certe cose non mi appartengono. Non ho bisogno di un arrangiatore, di un chitarrista, di un topliner, non me ne frega un cazzo». Voleva solo divertisti e si è percepito. «Adesso ho la clama di un artificiere» ed è riuscito a cambiare metodo di lavoro, a lasciar scorrere dove necessario ma ad imporsi davanti alle proprie esigenze. «Questo è il primo disco di tutta la mia discografia dove ho deciso le basi per gli artisti», mi dice, ed è una riflessione che gli ha suggerito Tony Boy.

Nel caso di “Mio Padre”, ad esempio, si tratta di un brano iniziato con Noyz Narcos nel 2021, quando è venuto a mancare suo padre. «Quel brano è rimasto lì per tanto tempo, Ciro mi diceva che al massimo poteva uscire nel disco di Emanuele, perché era molto personale. Anni dopo decido di riprenderlo, lo remixo, ci volevo Guè sopra, anche lui ha un rapporto controverso col padre, ma perché qualcuno dovrebbe darti un pezzo del genere per il tuo disco da producer? Quando glielo mando mi dice che ci avrebbe pensato, Emanuele elogia il padre nel disco, lui lo avrebbe fatto solo se avesse trovato una sua chiave giusta, senza offendere nessuno. Il giorno dopo avevamo il pezzo».

Ma tutto questo, mi dice, se lo è dovuto guadagnare, con anni di rapporti di fiducia che non si riducono alla musica ma si riconoscono nella persona.

«Anche il pezzo di Madame ha subito infiniti cambiamenti, nella versione fisica c’è un ritornello di Tedua, ma il brano era così personale che lei ha voluto fosse suo». È questa una delle cose più belle degli album di Skinny, vedere che gli artisti sono disposti ad aprirsi così tanto, dovrebbe bastarci questo per farci pensare: chi siamo quindi noi per non fidarci? Madame ha scritto una cosa estremamente vera e forte nel post in cui parla del brano: “tu liberi l’anima delle persone”. «Quel brano era nell’aria dal 2019, è stato nel dimenticatoio per un po’, poi doveva essere mio, poi suo, poi di nessuno, poi lo abbiamo ripreso. Un giorno l’ho chiamata e ho detto questo è il pezzo. Non è stato mai più registrato, one take, una sola voce, non c’è una sporca, non c’è nulla. È stato un momento magico, ma perché è stato un dialogo». Ed è questo probabilmente ciò che ha fatto la differenza nel disco: il dialogo, il confronto, un aprirsi alle esigenze di tutti, pur tenendo ben presenti le proprie.

Io che sono la prima amante della semplicità, sorrido quando a un certo punto mi dice di aver capito: «l’importante è fare le canzoni», non dove vanno a finire né quando o se verranno pubblicate. 

Come il caso di “Fuck Tomorrow 2”. «Il pezzo esiste», mi rassicura. «È un gran ritorno di Mirko, ci abbiamo messo un po’, non ci vedevamo da tanto e soprattutto mi ha detto: lo faccio solo se esce una bomba». Così è stato: «È uscito un pezzo con un tiro mega 2000, 90 BPM, una drum che non avrei mai pensato di poter utilizzare con lui, una roba alla Meek Mill incredibile, assurdo. La combo Skinny + Rkomi è sempre stata magica e bisognava tornare con qualcosa di solido». Gli domando in questo caso di chi è stata l’esigenza, il pubblico chiede a gran voce che Rkomi torni a rappare e il fatto che questa speranza sia riposta nel disco di Skinny fa di nuovo riferimento a quella fiducia di cui parlavamo prima. Skinny mi conferma e smentisce allo stesso tempo: «Rkomi sta facendo cose rap, non sono andato a risvegliarlo io. Quello è il suo percorso e io non sono nessuno per dire cosa deve fare. È stato lui a dirmi che non faceva pezzi rap da un po’ e quando ha iniziato a farli per sé stesso abbiamo capito che era il momento giusto. Ma non ci siamo accontentati, Mirko è uno che si rimette in discussione mille volte, al contrario mio».

Se al tempo Rkomi ha ridato vita al ciclo di Skinny, – «non registravo più, ero stato quattro mesi in Egitto, pensa te, in vacanza a non fare un cazzo. Poi è uscito “Dasein Sollen”, mentre facevo un’altra di quelle vacanze inutili» -, adesso la stessa cosa la stanno facendo quelli di Players Club

«La gente chiede di Low Red e Astro, ma stanno arrivando, è già pronto, bisogna solo incasellarlo nel posto giusto. Players Club 2024 è pronto». E qui si apre una parentesi a cui tiene particolarmente: «è pieno di nuovi talenti, ma l’unione che c’è stata tra questi ragazzi nel 2024 non l’ho trovata, nel 2025 ci sarà», mi dice assertivo. «Players Club 2023 l’ho fatta in un giorno con tutti. La base l’ho fatta in sei minuti. Il video l’abbiamo fatto in un giorno». Poi è stato di nuovo Tony Boy a cogliere l’occasione. «Tony viene in studio. Voglio fare Players Club 2024, ok scritto. La sera stessa ha chiamato Nerissima e Papa V, è venuto Low Red in studio. L’abbiamo fatto così. Quando vado in riunione di magia succede questo, ma accade solo se c’è unione».

Quando gli chiedo chi è oggi quella figura che gli risveglia l’anima, così come Rkomi ha fatto anni fa, mi risponde che lo sono tutti loro. «Tony Boy su tutti. È uno di quelli che mi ha portato di nuovo a fare. Io avrei un EP pronto con con lui, perché abbiamo fatto così tante belle cose insieme che abbiamo una cartella chiamata Skinny x Tony, dove c’era ad esempio anche “Solo Dio Sa”». Questo è il loro momento, ma succederà di nuovo. Skinny ha già gli occhi puntati su coloro che probabilmente coinvolgerà nel 2025: mi parla di Rrari Dal tacco, rapper di Bari che abbiamo già sentito nel disco di SadTurs & KIID, e poi di Promessa, «fortissimo, non l’ho ancora beccato in studio, sta steppando in maniera naturale, non ha cazzi per la testa o inibizioni strane. Mi sembra uno di quelli che si potrà ritagliare uno spazio». 

Siamo in chiusura e gli chiedo il motivo del titolo. «“Containers” è stata una conseguenza: pezzi, mattoni, serviva un qualcosa di molto grosso, che contenesse tutta questa mole di artisti, al livello di spessore, non di quantità ma di qualità. Dopo questo dovremo trovare qualcosa di ancora più grande», mi dice ridendo.

Lo ringrazio, mi ringrazia. Apprezzo le persone che hanno così tante storie da raccontare, significa che in qualche modo stanno vivendo. Ed è forse proprio così che dovremmo accogliere i suoi album: come una raccolta di racconti messi in musica. Tornando a casa metto in play “Amore cieco” e Io ascolto ora con una consapevolezza in più: i dischi di Skinny sono un insieme di casi fortuiti – attesi, voluti – di incroci e di volontà che a un certo punto si sono unite. I brani raccontano storie che vanno oltre i 3 minuti e mezzo di durata, superano la definizione stessa di canzone e si riversano negli incontri, nei rapporti, nelle ore in studio e in quelle al bar. 

In un’epoca in cui tutti cercano di essere sempre un passo avanti agli altri, pensando sia quello il modo per vincere, Night Skinny è invece estremamente puntuale, sa essere paziente, sa aspettare il momento giusto per scattare quella fotografia della scena che sappiamo essere i suoi dischi. È così che riesce a portarsi tutti dietro, mai più con le spalle scoperte.

Foto di
Michele Perna