Martin Margiela nel 1997 ha presentato la sua prima solo exhibition al Museo Boijmans Van Beuningen di Rotterdam, dove ha sottoposto diciotto manichini a muffe e intemperie.
In collaborazione con il microbiologo Ad van Egeraat, ogni silhouette è stata esposta a differenti ceppi di batteri, lieviti e muffe. Nei primi cinque giorni di esposizione i microrganismi si sono sviluppati sui tessuti modificandone i colori e le consistenze. Gli abiti non erano originali, ma delle riproduzioni, fatte appositamente nei toni del bianco e pensati come tele neutre destinate a essere trasformate dal tempo.
I manichini sono stati posizionati all’esterno del museo, e potevano essere osservati esclusivamente attraverso delle pareti di vetro. Questa scelta, oltre a proteggere le altre opere del museo da possibili contaminazioni, creava una distanza fisica tra il capo e il visitatore, che poteva diventare osservatore di un processo naturale.
La mostra, dal titolo 9/4/1615, ha un senso ben preciso: 9 sono le collezioni a cui Margiela ha attinto per creare i look da esporre, 4 sono stati i giorni in cui gli abiti sono stati chiusi all’interno di serre di plastica per permettere ai batteri di crescere, mentre 1615 sono le ore di esposizione degli abiti.
La mostra era accompagnata da un catalogo, che oggi è rarissimo, rivestito di cotone bianco e formato da ben tre volumi.
Con questa mostra, la prima grande esposizione personale della maison, Margiela voleva mettere in discussione l’idea di moda e di tempo, ma anche di museo. L’abito esposto non è un oggetto immutabile, diventa vivo, può invecchiare, trasformarsi e dimostrare il passare del tempo. Allo stesso modo, esponendo i capi nel giardino e lasciando il museo vuoto, il designer ha costretto i visitatori a ripensare all’idea e al concetto di mostra e di opera d’arte.





