Mentre intorno a noi tutto è urgenza, rumoroso e immediato, Andrea Laszlo De Simone contrappone un tempo lento che non incanta per sovrabbondanza, ma per omissione: per le pause, per le ombre, per la luce che filtra in filigrana.
Nel panorama italiano di oggi, dove anche la musica sembra dover rispondere a una logica di continuità, algoritmi e trend, Laszlo è l’eccezione che funziona proprio perché non cerca di funzionare. I suoi dischi arrivano quando devono, non prima: Uomo Donna nel 2017, Immensità nel 2019, poi anni di silenzio. Una lentezza che non è strategia ma identità, e che negli anni è diventata una forma di carisma, l’idea che qualcosa di bello possa ancora avere bisogno di tempo per compiersi.
E così la sua è una musica che costruisce immagini, una dopo l’altra: ogni brano sembra una scena di un film mai girato, e ogni arrangiamento un piano sequenza in cui il suono si muove come una macchina da presa. Non sorprende che Laszlo abbia trovato nel cinema un linguaggio parallelo, firmando la colonna sonora di Le Règne Animal (Animal Kingdom) che gli ha assicurato nel 2024 il Premio César come miglior musica originale, o che la critica lo descriva come un autore “visivo” prima ancora che musicale. Nei suoi lavori, infatti, i fiati respirano come luci, le percussioni arrivano da luoghi lontani, le voci rimbalzano come riflessi. Tutto risuona di un’estetica volta a evocare invece che mostrare, e che forse per questo conquista: perché lascia spazio.
Negli ultimi mesi, però, Laszlo non è tornato solo annunciando nuova musica, è anche stato forse l’unico artista ad andare in trend su Tik Tok senza nemmeno sapere cosa sia un trend. La sua “Fiore mio”, pubblicata ormai otto anni fa, è infatti diventata virale, usata da oltre cinquanta mila persone, per accompagnare video intimi e ricordi, ma anche tramonti, lauree e momenti d’amore registrati senza troppa intenzione.
Curioso è pensare che un artista così lontano dai social sia riuscito a penetrare sulla piattaforma che più di tutte vive di immediatezza e costanza. Anche questo, in fondo, ha una sua logica: in un mare di suoni passeggeri, trend che non lasciano alcun segno, ondate di stimoli superficiali, la sua musica è un appiglio emotivo. Non cattura l’attenzione, bensì la sospende. E allora che bello scrollare all’infinito tra scene ora di amore romantico, ora di amicizia pura, paesaggi estivi, abbracci di nonni, città vuote e di una foto appesa ai muri, sentendo “Splendono gli astri metallici e bianchi” / “Fiore mio” / “Fiore della mia anima”.
E il paradosso dov’è? Beh, che tutta questa popolarità non nasca da un piano, ma dal contrario di un piano. Laszlo non si espone, non moltiplica apparizioni, non alimenta la retorica dell’artista misterioso: semplicemente, Laszlo non c’è. E questo atteggiamento, che in suoi colleghi sarebbe letto come distanza artificiosa, diventa puro calore.
Così, mentre gli artisti di tutto il panorama inseguono l’hype, Laszlo finisce per costruire un rapporto d’affetto vero con chi lo ascolta. Non un pubblico urlante, ma una comunità silenziosa che si riconosce tra sé e nei suoi toni malinconici, nella dolcezza slegata dal tempo. Il suo pubblico infatti non lo consuma, al contrario lo custodisce e protegge come qualcosa di raro e delicato.
Forse allora lo amiamo perché la sua musica sembra comprendere e parlare di tutto quello che spesso non sappiamo dire? Sì, come la nostalgia di ciò che non abbiamo vissuto ma che sentiamo comunque nostro.
Ma eccoci a oggi, siamo nel 2025 e dopo anni di attesa, Andrea Laszlo De Simone torna con nuova musica e un pubblico ancora più ampio. Cos’è cambiato? Nulla. Nessuna corsa e nessuna rincorsa, solo la continuità di uno sguardo che ha trovato nel tempo un modo di esistere e non di sopravvivere. Andrea Laszlo De Simone rappresenta oggi un vuoto che lui stesso colma: quello lasciato da una scena italiana che ha perso la dimensione del tempo, della durata, del sentimento non urlato.
Per questo, quindi, quando lo ascoltiamo abbiamo l’impressione di fermarci per qualche minuto. Di poter respirare, piangere, ridere, soffrire, provare qualsiasi genere di sentimento … finalmente. Forse allora è questa la sua vera rivoluzione: farci sentire che anche nella musica – come nella vita – il silenzio, a volte, è la forma più alta di presenza.
E ora andiamo tutti, pigiamo play e immergiamoci in questa nuova era onirica. Bentornato Andrea, nel tempo sospeso che solo tu riesci a farci sentire ancora nostro, ti vogliamo immensamente bene.