Perché si parla tanto del Soft Clubbing?

Ultimamente si sente spesso parlare di soft clubbing, ennesima tendenza ascritta alla Gen Z, ai suoi valori e alle sue abitudini di consumo in continuo cambiamento ed evoluzione. 
 
Accanto al composto chiacchiericcio riguardo il nuovo trend del momento, si avverte più forte e rumorosa una voce decisa che racconta con preoccupazione di una nightlife e di un mondo del clubbing in grave difficoltà. I locali chiudono in tutto il mondo: club e discoteche sono costretti ad abbassare la saracinesca da New York a Berlino, passando per Londra e Milano. 
 
Spesso la colpa di questo fenomeno viene attribuita alla Generazione Z, generalmente raccontata come sola, insicura e incapace di divertirsi. Forse però, con un orecchio un po’ più attento e mettendo da parte i pregiudizi, si riuscirebbe ad ascoltare con più chiarezza il cambiamento in atto. Cambiamento che non segna la fine del clubbing, ma una netta rivoluzione in linea con le mutate esigenze contemporanee.

@gennahnicole Who doesn’t love bass for breakfast? 😎🎶 This is @am.radio.la in Venice. It’s a monthly get together hosted by @putyouon.club where you can grab a cup of coffee and catch sets from your favorite artists. ☕️🪩 #losanageles #amradio #putyouonplaylist #venicebeach #thingstodoinla #cafesets #tryittuesday ♬ original sound – cashflips1

 Con soft clubbing s’intende il desiderio crescente di vivere un’atmosfera musicale meno caotica ma altrettanto curata, senza essere confinati in uno spazio tradizionale. Il successo di eventi in giro per il mondo in cui al gin tonic si sostituisce il matcha latte e agli incerti orari notturni i più rassicuranti orari diurni, è dovuto a vari fattori: il crescente interesse dei giovani verso il mondo del wellness, la diminuzione del consumo di alcolici e la ricerca di esperienze più profonde ed umane al difuori del web. 
 
Il termine è stato coniato dal giornalista britannico Yusuf Ntahilaja all’interno della sua newsletter Substack “Fountain Of Yus” (altro segno dei tempi che cambiano) nella quale racconta la vita sociale della Gen Z, l’evoluzione della niche culture e la costruzione dei brand. Secondo Ntahilaja, e contrariamente al sentore comune, i giovani d’oggi desiderano divertirsi e intrattenere relazioni sociali tanto quanto i loro predecessori. Semplicemente, in una forma diversa: più controllata, più accessibile e con un valore percepito maggiore.

«Questa tendenza non riguarda la rinuncia a qualcosa, bensì la scelta di qualcos’altro. Più presenza, più intenzione, più gioia. La Generazione Z sta ridefinendo cosa significa uscire, e si stanno rivolgendo a esperienze che nutrono il corpo e l’anima tanto quanto intrattengono».
Roseli Ilano, Head of Community & Trends Expert di Eventbrite.

@marylebone.boys Was in belgium for a few days and stumbled upon this rave in a bakery… not bad @lovelylouis #rave #bakery #music #dj #antwerp #popup ♬ original sound – Marylebone Boys

Per capire che cos’è effettivamente questa nuovo trend è necessario fare uno zoom out deciso in modo da vedere con chiarezza il quadro complessivo.
 
Come è evidente a tutti il clima economico, culturale e sociale entro il quale viviamo è decisamente mutato a seguito della pandemia e delle relative restrizioni che l’emergenza sanitaria ha comportato. La fine del periodo pandemico – che ha l’unico merito (non indifferente) di aver riacceso nei più giovani l’interesse verso l’approfondimento e la ricerca di maggiore consapevolezza – ha coinciso con lo scoppio delle guerre e l’aggravarsi della crisi economica. 
 
Il Covid prima, i conflitti internazionali poi – sullo sfondo il cambiamento climatico e il lento declino del modello capitalista, occidentale (e forse democratico) – hanno accentuato ancor di più l’instabilità che contraddistingue il nostro tempo. Tutto ciò ha portato la Gen Z a cercare delle difficili risposte in una realtà orfana di punti di riferimento a cui ancorarsi. Ed ecco che – in un mondo iper individualista, capitalista e tecnologico – i più giovani sono andati nella direzione opposta, cercando di attualizzare delle attività desuete in chiave moderna mantenendo delle caratteristiche ben precise: un senso di connessione e comunità, un costo più contenuto e un sapore decisamente analogico. 
 
Avevamo parlato qualche mese fa del trend in ascesa dei party letterari che ben esemplifica questo concetto di riscoperta e attualizzazione di ciò che agli occhi dei più anziani appare come “niente di nuovo” ma che, in un contesto ipertecnologico, rappresenta invece qualcosa di innovativo e controtendenza. Il trend dei party letterari non è di certo l’unico. Negli ultimi anni, infatti, si è parlato molto anche della rinascita del cinema (in particolare del cinema d’autore), di un entusiasmo dilagante per i concerti (che, purtroppo, si sta andando a schiantare contro le solite contorte logiche di mercato) e gli spettacoli dal vivo. Lo stesso si può dire della rinascita dei club privati, da quelli più elitari fino ai social club legati agli scacchi e al running. Sempre di recente si è parlato molto anche dei listening bar, storicamente legati al Giappone e ora sdoganati in Occidente sotto varie forme. Ed ecco ora che il soft clubbing, ultima di queste tendenze, appare come parte di un insieme molto più ampio che varrebbe la pena di tenere in considerazione come tale. 

Mettendo un attimo da parte la narrazione più pessimista – centri sociali, club storici e piccoli locali che chiudono – e concentrandoci maggiormente sui trend in crescita, appare evidente come la Generazione Z stia attivamente cercando di costruire un’alternativa agli algoritmi dei social.
 
Il fil rouge che unisce tutte queste tendenze è molto spesso legato alla musica, o meglio alla curatela musicale. Che si tratti di listening bar, di party letterari o di soft clubbing è sempre la musica ad essere protagonista. Musica che esce dai contesti più tradizionali per legarsi a luoghi atipici come caffetterie, panetterie e altri locali non convenzionali. Questo accade genericamente in tutto il mondo: tanto in Australia quanto in UK e negli Stati Uniti.

Gli esempi non mancano: dal Maple Social Club di Sidney che organizza “Coffee+Dj’s” mornings all’On Air Café Cremorne di Melbourne che ospita le “Espresso Sessions”. Ma anche tra Los Angeles e New York dove, con un piccolo ma fedele pubblico, Tellsomebodypresent organizza eventi pop-up in luoghi atipici. Oppure AM.RADIO che si sposta in tutti gli Stati Uniti ed è focalizzata sui dj set mattutini ma anche Daybreaker, organizzazione di lunga data nata a New York nel 2013 e oggi attiva in tutto il mondo. A Londra invece crescono gli eventi di Club Soft che, oltre alla politica free alcohol, ha da poco implementato anche il divieto di video e foto sul dancefloor, sulla scia di quanto accade da anni a Berlino e ormai in diversi locali del mondo. 
 
Anche l’industria discografica si sta lentamente adeguando a questa nuova tendenza: diminuiscono i videoclip ufficiali degli artisti e aumentano le live session registrate che ripropongono un contesto più intimo, calmo e rilassato. Non a caso, anche i format YouTube vanno in questa direzione. In UK, ad esempio, esistono format come Aprtment LifeElevator Music Black House Radio. Mentre conosciamo tutti il format Tiny Desk di NPR Music che è da anni una garanzia per gli appassionati di musica, ma mai come oggi perfettamente calato nello zeitgeist.

Tornando al soft clubbing e avendo chiarito il contesto entro cui si sta sviluppando questo trend, diventa più chiara anche la direzione verso cui stiamo andando. Da un modello di intrattenimento e di cultura legato all’escapismo e all’evasione – che ha caratterizzato la maggior parte degli anni ’10 – ci si sposta verso un modello di intrattenimento che privilegia la presenza, la connessione e il coinvolgimento emotivo ad un livello più profondo. In un certo senso, si potrebbe dire che la vita offline è la vera controcultura degli anni ’20. 

Perciò, come direbbe Tyler The Creator: Don’t tap the glass.