Per anni abbiamo fatto di tutto per mantenere le nostre scarpe immacolate. Le abbiamo pulite, protette dalla pioggia e, soprattutto, abbiamo cercato di preservare quella sensazione di “nuovo” il più a lungo possibile.
Oggi invece alcune delle sneakers più desiderabili arrivano già con graffi, macchie, suole consumate e pelle ingiallita. Il paradosso è che paghiamo per ottenere esattamente quello che un tempo avremmo cercato di evitare.
Il distressed è diventato infatti una presenza sempre più frequente nelle collezioni dei brand. Balenciaga lo ha portato all’estremo, mentre collaborazioni come quella tra A$AP Rocky e PUMA hanno giocato con l’idea di una calzatura apparentemente già vissuta. Lo stesso discorso vale per CELINE x Reebok e per alcune delle proposte di Maison Margiela, fino ad arrivare alle interpretazioni più assurde delle Nike Air Force 1.
Non si tratta però soltanto di sporcare una silhouette. Il successo di questa estetica sembra essere legato a un cambiamento più ampio nel modo in cui guardiamo le cose.
C’era un’epoca in cui il concetto di deadstock era il non plus ultra. Poi quei segni che normalmente diminuivano il valore sono diventati un elemento riconoscibile che racconta una storia. Se ci pensate, è una logica che nella moda esiste da molto più tempo (vedi per esempio il denim e i maglioni grunge).
In un mercato in cui le sneakers vengono continuamente presentate come oggetti da collezione sacri, le forme di destrutturazione sembrano quasi una reazione a questa idea ed è per questo che risultano particolarmente interessanti.







