Perché Essex Honey di Blood Orange è il disco perfetto per questo autunno

L’autunno nell’Essex – contea che dal nord-est di Londra si espande fino ad una lunga costa che tocca il Mare del Nord nella parte orientale – è decisamente malinconico. Le foglie giallognole che cadono sui mattoni rossi e il grigio spento del cielo, in contrasto con il verde acceso delle grandi boscaglie, dipingono un quadro decisamente riconoscibile: chi ha frequentato il Regno Unito lo sa, e ne ha un’immagine chiara stampata in testa.

È questo il setting di Essex Honey, l’ultimo disco di Blood Orange, nome d’arte che il poliedrico artista inglese Devonté Hynes utilizza nei suoi progetti personali. Dev, di base a New York da quasi 20 anni, ha fatto veramente di tutto. Ha composto sinfonie classiche, scritto colonne sonore per film di Hollywood e collaborato con superstar di ogni genere: da A$AP Rocky e Mac Miller fino a FKA Twigs e Solange, passando per Britney Spears e Mariah Carey. 

In parallelo al lavoro come autore e compositore Dev Hynes ha sempre portato avanti il suo progetto personale, prima con il nome di Lightspeed Champion poi con quello di Blood Orange. Essex Honey è il suo quinto album da quando veste i panni di Blood Orange ed è, senza dubbio, il suo lavoro più maturo. L’album nasce dal confronto con il vuoto. Vuoto lasciato dalla morte della madre, dal ricongiungimento con il luogo in cui è cresciuto (Ilford) e dalla consapevolezza di aver raggiunto un’età (40 anni) in cui quello che si ha alle spalle è più di quello che si ha di fronte. 

Dal punto di vista musicale Essex Honey è un album elusivo. Lo è perché rifugge etichette e generi prestabiliti attraverso delle strutture non convenzionali, delle composizioni stratificate e dei cambi di direzione inaspettati. Quando pensi che il sound stia andando in una direzione ti ritrovi da tutt’altra parte. Questo accade grazie alla versatilità che contraddistingue da sempre Dev Hynes, ma anche grazie al contributo dei molti ospiti presenti nell’album. Blood Orange li utilizza come degli strumenti musicali: mischia il raffinato avant-pop di Caroline Polacheck e Lorde con le incursioni della scrittrice Zadie Smith e del poeta canadese Mustafa. Tutti gli ospiti rimangono sullo sfondo, lontani dai riflettori ma al servizio del caos controllato sapientemente da Blood Orange. 

Del resto, un disco che nasce come terapia per curare lo spaesamento di mesi passati in Essex ad accudire la madre in fin di vita, non può che essere sfuggente. Un subbuglio emotivo dove l’unica cosa in grado di mettere ordine è la musica. Il mood è nebbioso e riflessivo ma – proprio quando sembra scivolare verso la malinconia, e la tristezza pare prendere il sopravvento – ecco che si fa viva una sorta di freschezza mattutina accompagnata da un risveglio di coscienza improvviso. Inaspettato, un po’ come il sole che fa capolino sulla capitale britannica in una ventosa giornata autunnale. 

Tra l’alternarsi di pianoforti, violoncelli e synth, i testi assumono un’importanza da non sottovalutare. Per quanto all’ascolto risultino astratti ed eterei sono, in realtà, decisamente più concreti di quello che sembrano. L’artista inglese ne ha parlato in diverse interviste raccontando di come, durante la lavorazione del disco, si sia reso conto che scrivendo in maniera diretta – quasi letterale – di alcune situazioni specifiche si finisca per creare qualcosa di universale. Un esempio su tutti è Somewhere In Between, brano che racchiude in sé l’essenza del disco. In questo caso, racconta Hynes, la luce tremolante che nel ritornello è sinonimo di speranza, non è altro che la lampada intermittente che vedeva nella camera d’ospedale di sua mamma.

Un altro tema fondante del disco è il contrasto tra campagna e città. Con Essex Honey Hynes prende fisicamente le distanze dalla sua New York per spostarsi nella bucolica Essex dove ha trascorso l’infanzia. Tracce come The Field evocano proprio quell’atmosfera di libertà fisica e mentale indotta dagli ampi spazi dei campi. Mentre brani come Countryside raccontano più esplicitamente di nascondersi in campagna per ritrovarsi nelle foglie della Epping Forest, la riserva boschiva che separa la contea di Greater London dall’Essex. I luoghi diventano protagonisti anche in The Last Of England, il brano più diretto del disco, in cui Hynes cita la Elizabeth Line che passa per Ilford (“the place that I hold dear”), oppure in The Train (King’s Cross) dove Hynes si affaccia sull’abisso alla stazione di King’s Cross. 

È chiaro che Essex Honey non è un disco per tutti. O meglio, lo è ma è un disco che necessita del giusto momento per essere ascoltato ed apprezzato. La musica di Blood Orange è autentica, ma anche piuttosto sofisticata. Allo stesso tempo è il disco perfetto per il saliscendi emotivo che accompagna l’avvicinarsi dell’autunno e l’allontanarsi dell’estate. Che lo vogliate intendere letteralmente oppure metaforicamente, poco cambia. Fatto sta che in un mondo che si affaccia di continuo sull’abisso – sull’orlo di un burn out collettivo dato dal sovraccarico di informazioni mentre ci sforziamo di mantenere un equilibrio precario – Essex Honey, il nuovo disco di Blood Orange, è una buona soluzione per andare altrove. E suona come un instant classic.