Perché dovremmo celebrare (ancora di più) Juan Atkins

Un’ondata di cordoglio che sta andando in crescendo, nata prima dai fan più stretti della techno originaria, “classica” e pura, quella cioè più legata alle radici di Detroit negli anni ’80 e ‘90, e poi via via estasasi a tutto e tutti, anche ai media più mainstream e generalisti: la scomparsa di Juan Atkins, trovato morto in una camera d’hotel a Città del Messico, dove si trovata in attesa di esibirsi la sera allo Yu Yu Cine Club, è una notizia che sta generando un’emozione non comune. Del resto, è giusto che sia così. 

Non è la scomparsa di una persona “famosa”, così come la intendiamo oggi: da anni non era uno dei dj più richiesti sulle scene, non è mai diventato un’icona nell’era della musica che si comunica e corre attrverso i social network. La sua pagina Instagram contava circa 70.000 follower: neanche pochi in assoluto, ma ridicolmente pochi se pensiamo che si sta parlando di una persona a cui molti attribuiscono la nascita della musica techno. Non a caso, il suo soprannome era “The Generator”, lì dove i suoi soci storici nei “Belleville Three”, il gruppo di artisti quasi sempre indicati come i veri pionieri del genere, erano “The Elevator” (Kevin Saunderson) e “The Innovator” (Derrick May).

La storia ovviamente non è mai semplice e lineare, e sull’origine della techno come genere musicale vero e proprio (e del temine “techno” in sé, per definirlo) ci sono diverse versioni, alcune anche molto polemiche verso i tre di Belleville e quello che hanno costruito da metà anni ’80 in poi. Quelle polemiche e contestatrici sono comunque, a dire il vero, molto minoritarie: Juan, Kevin e Derrick sono una sorta di Santa Trinità per la stragrande maggioranza dei veri appassionati e conoscitori del genere. 

Per tutti gli altri, per quelli che magari simpatizzano la techno ma non hanno mai approfondito troppo, o per quelli che la identificano solo con Berlino e il Berghain se non addirittura con la sua forma ipercolorata, ipervelocizzata ed adrenalinica che oggi è la colonna sonora preferita nei dancefloor, è il momento di misurarsi con l’importanza di Atkins, e della sua visione artistica. Chiaro: peccato farlo solo che oggi che non è più tra noi. Ma questo è un destino che ai pionieri veri, purtroppo, capita spesso. 

La prima illuminazione di Atkins sulla scena musicale di questi decenni è legata al suo primo progetto, Cybotron, creato da lui ancora ventenne e dal più navigato Rich Davis: brani come “Alleys Of Your Mind” (1981) e soprattutto “Clear” (1983) sono la prima scintilla di un suono detroitiano che combina il funk di George Clinton con l’astrazione glaciale e robotica dei Kraftwerk. Sciolti i Cybotron, Atkins inizia ad incidere con l’alias Model 500 e segna davvero la storia della techno: fonda la label Metroplex, rilascia una traccia come “No UFO’s” (da molti considerata un vero manifesto etico-estetico originario), stringe alleanza facendo spesso da vero e proprio mentore coi talenti di Kevin Saunderson e Derrick May, diventa l’artista manifesto di questo nuovo suono di Detroit, poco apprezzato in patria ma – esattamente come la “cugina” house music – di improvviso, travolgente e rivoluzionario successo in Europa, prima di tutto in Inghilterra. La seminale compilation che lo rivela e celebra nel Vecchio Continente – “Techno! The New Dance Sound Of Detroit” – per il titolo si ispira proprio alla traccia di Atkins “Techno Music”. 

Abbastanza schivo di natura e penalizzato da anni da condizioni fisiche imperfette (in primis, problemi di diabete), non ha mai capitalizzato quanto avrebbe dovuto e meritato sia questo suo ruolo di pioniere che, in generale, la bellezza della sua visione sonora fatta non solo di ritmiche dure e serrate, ma anche e soprattutto di armonizzazioni suggestive, ganci melodici “lunari”, in generale di una musica ossessionata dal voler mettere insieme le idee e le sensazioni di “bellezza” e “futuro”. Il vero DNA della techno, insomma. Che poi progressivamente l’accento si sia spostato sui BPM serrati, sulla durezza dei suoni, sulla violenza della cassa, sulla tensione ed adrenalina delle atmosfere è una deriva causata da mille fattori: alcuni inevitabili, altri drogati dalla famelica fame del mercato e di quella che nel tempo è diventata la gigantesca industria dell’intrattenimento da dancefloor. 

Un’industria che, se interrogata, non ha mai nascosto o negato l’importanza seminale di Juan Atkins, ma che nel concreto non ha mai fatto molto per coinvolgerlo, aiutarlo, celebrarlo, dagli anni 2000 in poi. Oggi piangiamo un’artista che la musica techno l’ha fatta nascere, e già questa sarebbe un’enormità. Ma non solo: ha ostinatamente voluto farla nascere con un’anima, con emozioni e suggestioni. Non pensando cioé solo a riempire ed attaccare una nicchia di mercato, ma cercando invece una importanza, una profondità ed una bellezza che trascendesse in modo sereno – ma implacabile, e senza mediazioni o scorciatoie – tutto ciò. Un’attitudine umana e creativa sempre più rara.