Anche al rap piace il fascino degli anni 80

C’è stato un momento, che coincide all’incirca con l’inizio della pandemia, in cui la fascinazione per gli anni ’80 ha raggiunto il suo culmine, quantomeno nella storia più recente. 

Per citare due fenomeni culturali tra i più rilevanti di quel periodo: nel 2019 usciva la terza stagione di Stranger Things, serie tv di grande successo il cui impatto culturale è in larga parte dovuto all’exploit di quella stagione. Nella prima metà del 2020, quando si cominciava a parlare di coronavirus, usciva il disco di The Weeknd (anticipato dall’enorme successo del singolo Blinding Lights) destinato a lasciare l’impronta più indelebile: After Hours.

Quello che accomuna questi due staples della cultura contemporanea è presto detto: entrambi hanno messo al centro della narrazione, dell’estetica e del sound un certo tipo di fascinazione per gli anni ’80. O meglio, una certa idea romantica che abbiamo di quel periodo storico. Motivo per cui oggetti vintage, device analogici, synthwave, electropop, disco music, capi total black in pelle, mullet, permanente, blazer oversize e, in Italia, persino la subcultura dei paninari, diventarono – in un momento di overload informativo e di angoscia esistenziale – la meta privilegiata per un certo escapismo mentale. 

Tutto questo eterno ritorno nella cultura ha un nome ben preciso: retromania. Non è un concetto nuovo, anzi si tratta di un termine – coniato dal giornalista musicale britannico Simon Reynolds in un saggio del 2011 – che, in un certo senso, ha caratterizzato quasi tutto il nuovo millennio. Con retromania s’intende la fascinazione per un passato idealizzato che coinvolge suoni, estetica e stilemi di varie epoche. Nello specifico Reynolds sosteneva che la caratteristica principale dell’industria musicale contemporanea – ma lo stesso si potrebbe dire dell’industria del cinema e della moda – fosse quella di avere una profonda ossessione per il riciclo e il revival. In sostanza, investimenti più sicuri che fanno leva sulla nostalgia. 

A differenza della cultura pop in senso ampio, la musica rap, durante il periodo pandemico, è rimasta in larga parte estranea all’influenza estetica e sonora degli anni ’80. Probabilmente perché, al contrario degli ultimi mesi in cui si è cominciato a parlare di rap fuori dalle classifiche e di una certa stanchezza creativa, in quel periodo il genere era ancora in forma smagliante. Anzi, forse all’apice della forma dal punto di vista commerciale. 

Tra il 2020 e il 2021 la trap, soprattutto in chiave melodica, era ancora dominante a livello mainstream, la drill stava esplodendo, la rage stava nascendo e TikTok stava cambiando i paradigmi dell’industria musicale. Insomma, mentre il pop cercava nuova linfa nel passato, il rap stava ancora costruendo il presente e guardando al futuro. Cosa che oggi, in un periodo di stagnazione artistica, spesso definita come rap fatigue, risulta un po’ più complicato. 

Ed ecco che allora, anche in un genere da sempre capace di reinventarsi – dopo il recente comeback del sound e dell’estetica 90s e Y2K – iniziano ad andare virali nomi come quello di Fenix Flexin. Nell’ultimo mese il rapper californiano, storicamente legato al gangsta rap e agli anthem da club, è stato sulla bocca di tutti. Il motivo è RUBBERZ, un pezzo lontanissimo dalla discografia di Fenix Flexin: atmosfere 80s, accento fake british e chiara ispirazione ai The Smiths. 

Il brano di Fenix Flexin, anticipato nel format On The Radar, ha fatto rumore anche per via dell’accusa di essere stato concepito con l’utilizzo dell’AI. Il rapper ha smentito e il pezzo, nel frattempo, è andato virale. Se è vero che la decisione di intraprendere un nuovo percorso musicale con maggiori rischi era già stata annunciata dal rapper di LA in un’intervista a XXL di qualche mese fa, è altrettanto vero che il pezzo si allontana completamente da quanto ascoltato fino ad ora. Rimangono le lyrics, tutto il resto è lontanissimo dal rap.  

L’aspetto più interessante di questa vicenda, oltre al fatto che Fenix Flexin abbia pescato a piene mani dagli anni ‘80, è legato alla percezione della gente. Il dibattito sul presunto utilizzo dell’AI – che poi, appunto, ha prodotto il buzz di cui ha beneficiato la canzone – dimostra quanto il pubblico sia ormai completamente disabituato a ricevere un prodotto musicale inaspettato. A prescindere da dove stia la verità, è evidente come ormai sia più facile pensare all’intelligenza artificiale che ad un rischio preso consapevolmente da un artista. 

Un altro esempio importante di come il rap si stia concedendo all’estetica e alle sonorità anni 80 è rappresentato da Tyga. Il rapper di Compton, dopo aver pubblicato alcuni video in studio in compagnia di Fenix Flexin, ha annunciato – attraverso la pubblicazione di due nuovi singoli (GAVE U RACKS e AFFECTION) – l’inizio di un nuovo progetto. L’alter ego scelto da Tyga è $TARFACE e il progetto è interamente incentrato su questo nuovo personaggio che affonda le radici nella synth-wave degli anni ’80, nel pop, nell’R&B, nel funk e nella narrazione cinematografica. In sostanza, sia l’estetica – Scarface, Ritorno al Futuro, Miami Vice – che il sound sono estremamente riconoscibili, e riconducibili all’ultimo vero periodo pre-digitale dell’umanità.

Difficile dire se questa commistione del rap con gli anni ’80 sia l’inizio di una nuova wave o un episodio isolato. Quello che, però, senz’altro ci racconta questo trend è il momento di stanchezza che sta attraversando il genere. Questo è evidente negli USA come in Italia. Basti pensare ai nomi che ultimamente stanno capitalizzando l’ormai scarsa attenzione del pubblico nel nostro paese. Sono quasi tutti artisti che si stanno allontanando dalle classiche basi rap che siamo abituati ad ascoltare. 

In Italia, su tutti, l’esempio più calzante è quello di G Mineiro: il rapper emergente italo-brasiliano sta, infatti, scalando le classifiche grazie alla sua ricetta del baile funk. Si tratta di una specifica declinazione, più sperimentale, del funk carioca tradizionale: il Funk BH, originario dello stato di Minas Gerais di cui Belo Horizonte è la capitale. Per quanto il funk brasiliano abbia avuto un exploit su scala globale negli ultimi anni, stiamo comunque parlando di una wave territorialmente ben definita e, soprattutto, piuttosto ostica e difficile da digerire per un orecchio non abituato. Tanto distante dal genere quanto lo possono essere gli ultimi brani di Tyga e Fenix Flexin.  

Anche qui, come nel caso di Fenix Flexin, l’aspetto interessante è legato soprattutto all’effetto sorpresa, ormai merce rara all’interno di un genere come il rap divenuto prevedibile e stantio. Per anni il genere nato nel Bronx ha dominato le classifiche mainstream sfruttando tutti quegli aspetti innovativi della cultura che hanno contribuito a renderlo cool. Oggi il meccanismo si è inceppato, le stesse logiche sfruttate a lungo per fini commerciali non funzionano più. Ma la fine dell’egemonia commerciale del rap non coincide necessariamente con una crisi creativa del genere. Anzi, spesso è proprio quando una cultura smette di essere dominante che torna a sperimentare. 

Insomma, le formule hanno stancato. Ecco perché ricette apparentemente così lontane sono in grado di catalizzare l’attenzione. Forse perché il rap – inteso come artisti, pubblico e addetti ai lavori – è, finalmente, abbastanza stanco da ricominciare ad essere curioso.