L’ombretto blu nei film ha un significato preciso

Difficilmente qualcosa accade veramente per caso. Lo cantano Guè e Marracash in “Nulla accade” nel 2016, ma già nel 1950 lo teorizzava lo psicanalista svizzero Gustav Jung parlando della sincronicità. C’è un fil rouge nel cinema che non ha nulla di casuale e si tinge di blu. Si tratta dell’ombretto che caratterizza molti personaggi femminili nella storia del grande e piccolo schermo

I più attenti l’avranno notato sulle palpebre di Emily in Il Diavolo Veste Prada 2. Un suo elemento distintivo già dal primo film che torna per raccontare uno dei personaggi più controversi della pellicola, in bilico tra un ego smisurato e la costante ricerca di approvazione. Ma non è solo Emily a portare l’ombretto blu davanti alla telecamera. Nel corso della storia, infatti, è stato un escamotage usato da registi, costumisti e make up artist per identificare personaggi femminili di rilievo, spesso complessi e misteriosi. 

La storia d’amore tra il cinema e l’ombretto blu, in realtà, nasce in maniera completamente diversa. Quando il Technicolor non era ancora arrivato al cinema, infatti, il colore blu era utilizzato dai truccatori per ricreare le sfumature del make-up. Tramutato in bianco e nero, il blu diventava un grigio profondo adatto a dare profondità al trucco. Con l’avvento dei colori poi il blu non venne mai abbandonato. 

Tra i primi esempi del suo uso c’è l’indimenticabile “Cleopatra” del 1963. Il film diretto da Joseph Leo Mankiewicz e premiato agli Oscar per i costumi di Irene Sharaff. Nella pellicola è Liz Taylor, nei panni della grande regina Cleopatra a indossare l’ombretto blu. Non a caso pare che le prime tracce di questo cosmetico risalgano proprio alla civiltà egizia quando uomini e donne usavano il blu zaffiro per incorniciare gli occhi. A ideare quel make up, diventato iconico, fu l’italiano Alberto de Rossi. Anche se nei corridoi del cinema si vocifera che la Taylor si sia truccata più volte da sola durante le riprese per problemi di salute del truccatore. 

E se nel caso di Cleopatra l’ombretto blu è una questione storica, non per tutti è così. In alcuni casi lo stesso make up diventa simbolo di amori tossici, malati e violenti. Di donne soggiogate al potere maschile o, al contrario, capaci di tutto pur di trovare l’amore. Sono accomunati dall’ombretto blu, infatti, i personaggi di Dorothy Vallens (Isabella Rossellini) in “Blue Velvet” e quello di Layla (Christina Ricci) in “Buffalo ’66”. 

Nel neo-noir di David Lynch del 1986 la Rossellini indossa l’ombretto blu per interpretare la cantante Dorothy Vallens divisa tra il desiderio di un amore “normale” e la dipendenza psicofisica dalle violenze dello spacciatore Frank Booth. È, invece, una Barbie travestita da puttana, così la definisce il critico cinematografico Roger Ebert, Christina Ricci che interpreta una ragazza che si innamora del suo aguzzino nel film del 1998 diretto da Vincent Gallo. Un look talmente iconico, quello della Ricci, da diventare simbolo dell’estetica anni ‘90 fatta di visi emaciati e occhi scavati.

Ed è un amore tossico anche quello di Elaine in “The Love Witch” del 2016. Samantha Robinson, nel film di Anna Biller, ancora una volta indossa l’ombrello blu. Ma se nei casi precedenti si trattava di donne schiave di rapporti violenti e controversi, in questo caso è la Robinson ad interpretare una strega che, pur di trovare l’amore, lascia dietro di sé una scia di sangue e morte. Il blu diventa anche la caratteristica di Divine, la drag queen che interpreta sé stessa nel capolavoro Camp di John Waters “Pink Flamingos” del ‘72. Attraverso Divine l’ombretto blu che raggiunge le sopracciglia (un po’ come quello della Taylor che interpreta Cleopatra) si trasforma nel simbolo dell’arte drag. Torna infatti due anni dopo anche in “Female Trouble”, in italiano “Agitazione Femminile”, altro esempio del cinema Camp di Waters. 

Non solo Waters è innamorato dell’ombretto blu. Nemmeno Wes Anderson, che di colori e cinema qualcosa ne sa, è riuscito a sfuggire al fascino dell’ombretto blu. Si tingono di blu gli occhi di Suzy Bishop in “Moonrise Kingdom” del 2012, ma anche quelli di Liesel (alias Mia Threapleton) in “La trama fenicia” del 2025. Il blu arriva anche sul piccolo schermo con Euphoria. A portarlo è Alexa Demie nei panni di Maddy Perez, un’adolescente combattuta tra la ricerca dell’amore, dell’approvazione e la realtà di relazioni tossiche. 

Pensandoci, il blu in psicologia è al contempo calma e tranquillità, ma anche solitudine e mistero. Emozioni contrastanti che al cinema, e non solo, diventano la chiave per distinguere personaggi complessi, contraddittori e affascinanti. Insomma come diceva Jung, ma soprattutto Marra e Guè, nulla accade mai per caso. E allora la prossima volta che noterete dell’ombretto blu sul grande schermo state attenti perché siete davanti a un personaggio che non passerà inosservato.