Ogni epoca ha un suo artista di riferimento: quei “qualcuno” che tutti conosciamo per il loro stile unico o perché li abbiamo studiati a scuola, perché le opere le abbiamo viste mille volte (dal vivo o online) o semplicemente perché sono nomi talmente blasonati da essere diventati parte del sapere di tutti.
Quei “qualcuno” che hanno segnato la storia e hanno dato una nuova sfumatura alla parola “arte”. E chi l’avrebbe mai detto che per la nostra generazione, a compiere questa impresa, sarebbero state — tra le altre — delle scarpe riempite con acqua santa (Jesus Shoes), degli stivali rossi in gomma (Big Red Boots) e una meticolosa operazione di taglio dei pois di Damien Hirst (Severed Spots).
La maggior parte starà pensando che ci siamo ridotti male e che paragonare Michelangelo e Van Gogh a quella roba sia la blasfemia artistica per eccellenza. La similitudine è azzardata, sicuro, ma pensandoci è difficile trovare qualcuno che, nell’ultimo decennio, sia riuscito a far evolvere e dare un nuovo senso al concetto di arte meglio di MSCHF, un collettivo nato a New York e che in poco più di cinque anni è stato in grado di causare parecchie scosse — o per molti “brividi” — sia a livello popolare sia negli alti uffici del privilegiato mondo di gallerie e critici vari.
Andando per un attimo oltre al tradizionale concetto di “arte = museo” e allo stereotipo del pittore tormentato chiuso in una stanza piena di tele, concentriamoci sulla realtà che viviamo: il famoso mondo globalizzato e iperconnesso, dominato dai social e dalla comunicazione ossessivamente rapida, tormentato da instabilità e incertezze.
Le stagioni passano e le cose cambiano, e così come ci siamo abituati all’artista emancipato dagli affreschi nelle cupole delle chiese, ora i tempi sono maturi per una nuova evoluzione, e forse la più naturale è proprio quella incarnata da MSCHF.


Per chi non fosse al corrente di cosa stiamo parlando, nel 2019 un gruppo ancora non particolarmente conosciuto — nato per mano di Gabriel Whaley, Lukas Bentel, Kevin Wiesner e Stephen Tetreault — decide di lanciare una prima opera-provocazione dal nome The Persistence of Chaos: un computer portatile del 2008 sul quale erano installati sei differenti malware, responsabili di danni per un totale di circa 95 miliardi di dollari.
Sicuramente non un Caravaggio realizzato con un chiaroscuro perfetto, ma la creazione — dal titolo tanto altisonante quanto esplicativo — venne comunque venduta all’asta per 1,35 milioni di dollari.
Critica sociale sotto forma di esperimento creativo o provocazione con il solo scopo di far parlare? Questa è la domanda che ancora oggi, dopo più di 120 progetti, la maggior parte della gente si pone ogni volta che viene annunciato un nuovo drop di MSCHF e, nonostante la lista di progetti sia davvero lunga, la maggior parte del pubblico non è ancora riuscita a capire quale sia l’intento del collettivo.
Polli di gomma trasformati in bong (Puff the Squeaky Chicken), semplici capsule di zucchero vendute come “pillole della morte” (Kill Pill) e fatture mediche stampate come fossero quadri e poi vendute per ripagare le spese stesse (Medical Bill Art), passando per decine e decine di siti web o applicazioni su cui era possibile fare le cose più strane: da vendere i propri dati ad aziende sconosciute in cambio di un possibile montepremi finale (Data Lotto), a urlare liberamente e sentire gli audio registrati da altri utenti (Scream Club).
E questi sono solamente cinque dei lavori che MSCHF ha messo al mondo: aggiungeteci le collaborazioni (con nomi come Gufram e Tiffany & Co.), le mostre in gallerie sparse per il mondo e prodotti ormai iconici come le scarpe-tutore (AC.1) o le 666 paia di Satan Shoes contenenti una goccia di sangue umano.
MSCHF è una chimera di idee assurde, un mostro mitologico composto da influenze e riferimenti — e poi risultati — di ogni tipo, uniti da un’ironia e una sottigliezza “alla MSCHF”.


E forse non è un caso che quando hanno deciso di disegnare una delle copertine di questo numero abbiano proprio trasformato il logo di Agip (ora Eni): in origine un animale fantastico con sei zampe (la somma di quattro ruote dell’auto più due gambe del suo guidatore), simbolo della simbiosi tra macchina e automobilista, adesso una sorta di millepiedi, che un po’ fa ribrezzo e un po’ ha un ruolo fondamentale nell’ecosistema moderno.
Ora forse è più chiaro l’incredibile equilibrio tra follia e genio su cui si muove da anni MSCHF, e che lo ha reso una delle realtà più interessanti, controverse e discusse del mondo dell’arte contemporanea.
Certo, nella maggior parte dei casi non si tratta di tele perfette vendute tramite aste con acquirenti misteriosi, bensì di prodotti disponibili online e realizzati in serie. Ma se l’arte è “l’attività da cui nascono prodotti culturali o comportamenti che sono oggetto di giudizi estetici e reazioni di gusto”, non è forse quello il modo perfetto, oggi, per esprimere ciò che ci rappresenta e che sotto sotto tutti vogliamo?
Essere provocati, per alcuni riflettere mentre per altri solo criticare, per tutti però parlare e commentare, dare la propria opinione e partecipare a qualcosa che sembra essere più grande di noi.
Ogni volta che compare un nuovo progetto — lanciato con una periodicità che non si assocerebbe a un gruppo di pazzi tale — il giudizio oscilla tra il “ma come vi è venuto in mente?” e il “ce n’era davvero bisogno?”.
Anche se a volte i progetti sembrano banali o privi di un qualsiasi valore più alto, alla fine però ci ritroviamo a controllare se abbastanza persone hanno cancellato il proprio ordine per salvare una mucca dal macello (Our Cow Angus), o a pensare di comprare un profumo all’odore di olio lubrificante (Smells Like WD-40) o di detersivo per pavimenti (Smells Like Fabuloso).
Perché alla fine anche fare arte, o farla credere tale, è un’arte.


Partiamo dalle basi: come definireste MSCHF? Siete artisti, un collettivo, un brand, uno studio o qualcos’altro ancora?
Lukas Bentel e Kevin Wiesner (Chief Creative Officers di MSCHF):
Siamo sia un collettivo artistico sia un’azienda, tra le altre cose. Spesso scegliamo semplicemente il titolo più comodo in base alla situazione in cui ci troviamo. MSCHF, operativamente, è sempre stata un’azienda, sin dalla nascita. Allo stesso tempo, però, uno degli aspetti centrali del progetto è provare a esplorare cosa significhi per un’entità aziendale essere anche un artista. MSCHF è fatto di persone, ed è come se rappresentasse solamente una struttura per raccogliere il lavoro creativo che nasce dalla collaborazione tra loro. Siamo tutto e niente.
Avere un’etichetta vi interessa davvero?
LB + KW:
Sì, soprattutto perché influisce sul modo in cui le persone si relazionano al nostro lavoro. Se vogliamo sembrare un’azienda seria perché potrebbe aiutare a spingere il progetto, possiamo apparire così. Se invece ci conviene presentarci come un fashion brand lo facciamo. Ci piace pensare a noi stessi come a un camaleonte: MSCHF è pensato per essere interpretato come mille tipi di entità differenti — ed è forse proprio questo uno degli aspetti più unici della nostra pratica rispetto a quella di tanti altri artisti.
E cosa significa “arte” oggi secondo voi? Il termine ha ancora un peso in un mondo pieno di contenuti, prodotti e confusione?
LB + KW:
Molte persone che si definiscono artisti in realtà non stanno facendo arte — e viceversa. Oggi c’è una linea sempre più sfumata tra arte, prodotto e content creation. A volte vedi qualcuno che crea qualcosa di funzionale, come Soylent (un beverone pensato come sostituto del pasto), che ai tempi a noi è sembrato un’opera d’arte. Il fondatore Rob Rhinehart cercava di ottimizzare al massimo il suo prodotto perché non voleva più fare la cacca. Voleva efficienza assoluta. Era assurdo, ma il problema venne affrontato con l’intensità e la dedizione che ti aspetteresti da qualcuno come Chris Burden (artista americano noto per performance radicali e controverse). Quella ricerca militante, per noi, era concettualismo — ma realizzato come impresa commerciale, totalmente al di fuori del contesto artistico. Parte della genesi di MSCHF sta proprio nell’interesse per impulsi creativi estremi che esistono in spazi senza legami con le istituzioni o la comunità dell’arte tradizionale. Allo stesso tempo, come può esistere Soylent, può anche esistere arte “ufficiale” che non ha alcun valore creativo. Quando la creazione di contenuti veloci (nessuno dovrebbe ambire davvero a “fare contenuti”) diventa il modo principale di creare, si finisce per confondere il “giocare con cose che sembrano arte” con il “fare arte”. Internet ha appiattito la nostra percezione del tempo e abbiamo come l’impressione che tutto accada contemporaneamente, ma questo ha delle conseguenze. C’è una strana mancanza di rispetto per la storia in molto di ciò che oggi viene chiamato arte. Per noi, queste conversazioni sono fondamentali.


La parola “satira” ricorre spesso quando si parla del vostro lavoro. Vi considerate critici attivi della società o piuttosto degli specchi che riflettono solamente tutto l’assurdo che già esiste?
LB + KW:
Parliamo spesso di “intensificazione” per descrivere la metodologia di lavoro che MSCHF utilizza: una versione del presente portata all’estremo fino all’assurdo. Lo specchio — quello curvo da luna park, che schiaccia tutto ciò che riflette e lo trasforma in qualcosa di più denso e più strano — diventa così una forma di critica.
Qual è invece la parola più usata nel vostro ufficio in questo momento? Ce n’è una che vorreste sentire più spesso?
LB + KW:
“Chubby Skewers”.
C’è un tema, un’istituzione o una figura che vorreste “sfidare” ma non lo avete ancora fatto, magari perché sembra ancora troppo rischioso o intoccabile?
LB + KW:
Ci sono sicuramente ambiti che non abbiamo ancora esplorato, ma non perché li riteniamo troppo rischiosi o sacri.


Avete detto che MSCHF crea “scenari per il mondo”, offrendo oggetti di scena, preparando il palco e lasciando poi però che siano le persone a interagire. È un approccio più “alla Truman Show”, dove orchestrate tutto da dietro le quinte, o più “alla teoria del caos”, dove lanciate un’idea e osservate cosa succede?
LB + KW:
Molti dei progetti migliori di MSCHF sono radicati nel caos, quando l’opera si sviluppa per lo più al di fuori del nostro controllo. Rifiutiamo la sospensione dell’incredulità che si crea quando i concetti esistono solo negli ambienti artistici, dove tutti tengono l’opera a distanza e quindi si relazionano ad essa in modo non autentico. Il nostro modo un po’ “aggressivo” di imporre l’opera nel mondo reale e di metterla in contatto con il pubblico serve proprio a far vivere alle persone una situazione concettuale e folle anche solo per un momento. I nostri progetti sono mondi strani all’interno del mondo reale.
Il vostro lavoro è sempre sorprendentemente in linea con il clima culturale, politico ed economico. Come mantenete questa lucidità? Quanto tempo dedicate a osservare, assorbire, ricercare, prima di creare?
LB + KW:
Guardiamo sempre allo stato culturale complessivo, non reagiamo a singoli eventi. Il nostro test per un’idea è chiederci se continua ad avere senso sei mesi dopo che l’abbiamo concepita. Lavorare in reazione agli eventi è destinato a fallire: per definizione, arriva sempre in ritardo (ed è questo il limite del “contenuto”). Le idee possono nascere da ricerche lunghe o da un lampo improvviso, ma serve sempre tempo per valutarle, indipendentemente dal processo da cui nascono.
Qual è il vostro rapporto con i media, sia tradizionali che social? Li vedete come strumenti, partner o ostacoli?
LB + KW:
Li vediamo principalmente come un mezzo per diffondere i nostri concetti. È utile imparare a usarli e manipolarli, ma senza farsi risucchiare dal loro loop infinito.


Molti dei vostri progetti sono prodotti fisici venduti online. Come bilanciate l’estetica dell’oggetto con il messaggio che veicola?
LB + KW:
Pensiamo spesso agli oggetti come veicoli per i concetti. In questa logica, l’oggetto e la sua estetica sono secondari, scelti per servire al meglio l’idea. Ma non tutto ciò che facciamo è concettuale: a volte gli oggetti nascono da processi formali ed estetici (molte delle nostre scarpe, per esempio). C’è chi si affanna a trovare un “messaggio” preciso in ogni uscita di MSCHF — ma è un impulso sbagliato.
Le vostre idee da dove partono? Un’immagine, una frase, un problema?
LB + KW:
Può davvero partire da qualsiasi cosa. Questa è una domanda difficile per MSCHF, perché alla fine siamo un gruppo di persone e ogni processo creativo è personale. Nel complesso, le idee possono nascere da un testo, un’immagine, un obiettivo, un meccanismo, un problema… qualsiasi cosa.
La viralità sembra seguirvi ovunque. Pensate che il vostro lavoro si diffonda più per merito delle persone che si sentono provocate o per quelle che apprezzano davvero quello che dite?
LB + KW:
Per diffondersi davvero, deve esserci una verità che entrambe le parti — chi si sente provocato e chi si sente coinvolto — possano riconoscere.
Cercate la viralità in modo intenzionale?
LB + KW:
Sì e no. A volte. Non inseguiamo la viralità solo per essere virali. La usiamo come strumento per raggiungere il pubblico giusto. Chi gioca alla gara della viralità senza avere nulla da dire è davvero noioso.
Pop culture e capitalismo sembrano due ingredienti fondamentali nel vostro DNA creativo. A bruciapelo: cosa vi viene in mente sentendo la parola “pop”? E “capitalismo”?
LB + KW:
Bolle — per entrambe.


Tra tutti i lavori che avete realizzato, di quale siete più orgogliosi — e perché?
LB + KW:
Siamo molto orgogliosi di Key4All, un progetto in cui abbiamo venduto 5000 chiavi per una sola auto. Chiunque avesse la chiave poteva localizzarla tramite GPS e guidarla. È nato uno degli spettacoli comunitari più incredibili che abbiamo mai visto: c’erano persone che cercavano di distruggere l’auto e altre che volevano salvarla. È durata circa nove mesi, ha attraversato l’America da costa a costa, finché non è stata sequestrata. Alla fine sembrava un bagno pubblico, ma non potremmo esserne più fieri.
Key4All, forse più di qualsiasi altro nostro progetto, è diventato un racconto scritto dai suoi utenti. Internamente eravamo pronti all’idea che finisse in un fosso in 24 ore, o smontata per pezzi di ricambio. Invece, quella singola auto è diventata il centro di un mondo: un reality, un esperimento di proprietà condivisa, un terreno di prova per l’autogestione di una comunità e mille altre interazioni a seconda di chi l’ha guidata, guardata o di chi se n’è preso cura. Parliamo spesso dei nostri progetti come performance e Key4All era un oggetto usato per costruire un palco grande quanto tutti gli Stati Uniti.
Progetti come Severed Spots e Museum of Forgeries prendono chiaramente di mira il mondo dell’arte. Perché è un bersaglio ricorrente? Qual è la vostra opinione sincera sullo stato attuale del sistema dell’arte?
LB + KW:
Onestamente, il mondo dell’arte oggi ci sembra piuttosto noioso, con qualche eccezione interessante qua e là. Le cose più stimolanti accadono quando gli artisti hanno la libertà o il potere di agire al di fuori delle dinamiche di mercato tradizionali. Troppo spesso sembra una corsa al significato che finisce per ridursi a decorare pareti. Il mercato dell’arte sembra ossessionato dalla novità, ma allergico al rischio. Detto questo, continuiamo comunque a pensare attraverso la lente della pratica artistica, perché è il nostro fondamento concettuale. Anche quando lavoriamo fuori dai formati canonici, quella struttura mentale è sempre presente.


Avete trasformato i volti dei miliardari in gelati (Eat the Rich Popsicles), armato i robot di Boston Dynamics con fucili a vernice (Spot’s Rampage), e venduto scarpe riempite con sangue (Satan Shoes) o acqua santa (Jesus Shoes). Qual è il filo conduttore tra tutti questi progetti? Cosa rende un progetto “MSCHF”?
LB + KW:
MSCHF utilizza la cultura come mezzo di lavoro. Tutti questi progetti sono, in un certo senso, campionamenti culturali ad altissimo livello, che si tratti di brand interi, della religione cattolica o dei simboli e delle associazioni che evocano, che ricombiniamo in modi diversi. Crediamo nel creare oggetti a partire dal mondo che ci circonda, qualunque sia il formato. Quando guardiamo a progetti come quelli citati, una cosa da sottolineare è che usano tutti entità culturali cariche di significato. Un robot di Boston Dynamics, ad esempio, non è solo un gadget tecnologico, ma rappresenta la paura dell’automazione, l’intreccio tra fondi militari e tecnologia, la retorica aziendale ipocrita (“non vogliamo che il nostro robot venga usato con armi!”, mentre in realtà collaboravano con la polizia di New York, altamente militarizzata). Il robot porta con sé tutto questo peso simbolico. Ed è proprio questo che rende certi materiali così potenti. I progetti di MSCHF vogliono parlare dello stato del mondo e, per farlo, prendono i blocchi culturali più densi e carichi che possiamo trovare.
Nei vostri lavori si confonde spesso il confine tra oggetto e performance. Quanto vive un progetto nell’oggetto stesso — e quanto nella reazione che innesca?
LB + KW:
In entrambi. È proprio nella combinazione tra le due dimensioni che il lavoro diventa davvero potente. È anche il rischio implicito nei lavori di MSCHF che rientrano in quella che potremmo chiamare performance distribuita e mediata: metà dell’opera non è più sotto il nostro controllo. Per noi, la creazione dell’oggetto è spesso il punto d’ingresso, l’intervento iniziale — ma da lì l’opera si espande, attivando comportamenti e interazioni tra un numero molto ampio di persone. Key4All, di cui abbiamo parlato prima, è un esempio perfetto: l’oggetto fisico realizzato da MSCHF è stato solo il catalizzatore di eventi, relazioni e comportamenti che hanno coinvolto — in misura maggiore o minore — centinaia di migliaia di persone.
Se aveste risorse illimitate — nessun vincolo legale, etico o di budget — quale progetto realizzereste domani?
LB + KW:
La piramide più alta del Nord America, per spodestare quella del Bass Pro Shops a Memphis. Una bomba di zecche. Una malattia sessualmente trasmissibile “di design”. La prevendita, prima della morte, del cranio di una celebrità.
Ultima domanda: cosa non fareste mai, nemmeno sapendo che diventerebbe virale in modo clamoroso?
LB + KW:
Una bomba di zecche.