Questo articolo è uscito per la prima volta sul sesto numero cartaceo di Outpump Magazine.
La pagina intesa come superficie curatoriale è l’idea attorno alla quale ruotano oggi numerosi progetti indipendenti su carta. È, però, A Magazine Curated By, rivista fondata ad Anversa nel 2001 e tutt’oggi attiva e accreditata nel sistema della moda, l’esperienza editoriale che ha trasformato quest’idea in un manifesto programmatico. Ogni uscita, infatti, è affidata a un fashion designer, al quale viene data carta bianca nel mettere in pagina il proprio universo creativo. Se i primi numeri, risultato di una profonda ricerca e sperimentazione, sono diventati di culto – come quello di Martin Margiela recentemente ristampato – il progetto oggi ha perso smalto, adagiandosi su scelte commerciali che hanno portato a un livellamento della qualità dei contenuti.
Gli episodi in controtendenza coinvolgono quei designer che, più di altri, sono capaci di intendere la direzione creativa di un brand come un’operazione curatoriale ad ampio spettro e tra questi figura Grace Wales Bonner, alla quale viene affidata nel 2021 la curatela del ventiduesimo numero. Fondatrice del brand omonimo e inizialmente focalizzata sull’abbigliamento maschile, la designer intende la moda come strumento identitario, attraverso il quale fare affiorare una commistione di culture (il padre è nigeriano e la madre inglese). La sua attenzione per le pratiche del curating diventa evidente in occasione della mostra A Time for New Dreams, allestita presso Serpentine North Gallery e sviluppata a partire dalla ricerca condotta per la collezione autunno-inverno 2019. Esplode, poi, qualche anno dopo, quando viene invitata dal Museum of Modern Art di New York, nell’ambito della serie Artist’s Choice, a curare un piccolo progetto espositivo selezionando una serie di opere dalla collezione museale: la scelta di Wales Bonner ricade su lavori che gravitano attorno alla diaspora africana – fino a quel momento raramente esposti – e spesso agganciati alla dimensione del rituale.
FOTO 1: A Magazine Curated by Grace Wales Bonner issue 22
FOTO 2: Le Palace Magazine with Olivier Zahm by Gucci/Alessandro Michele
(Scansioni di materiale proveniente dall’archivio di Saul Marcadent)
Il confronto con A Magazine Curated By e con la possibilità di intendere la superficie bidimensionale della pagina come uno spazio tridimensionale è perfettamente nelle corde della designer, impegnata nella costruzione di un discorso polifonico. Il numero tiene insieme contributor provenienti da ambiti creativi multiformi ed esalta le tradizioni della poesia, della letteratura, della pittura e della fotografia nera. Wales Bonner sceglie, per esempio, di introdurre un lavoro di Samuel Fosso, fotografo nigeriano con uno studio nella Repubblica Centrafricana. Si tratta di un progetto fotografico concepito appositamente per il numero, che riattiva un precedente servizio pubblicato alla fine degli anni Novanta su Vogue Hommes International Mode, spin off dell’edizione francese di Vogue. In entrambi i casi Fosso performa di fronte all’obiettivo e a connettere le due storie, lontane cronologicamente, è un caratteristico pavimento a scacchiera. Scrive il collezionista e critico fotografico Vince Aletti a proposito del servizio del 1999: “Di fronte a diversi fondali di tessuto drappeggiato, Samuel Fosso indossa abiti e accessori firmati con deliberata autoconsapevolezza, in parte camp e in parte critica verso la moda, come di consueto”. Vent’anni dopo, l’autore rimette in scena questo lavoro, stavolta indossando dei pezzi selezionati dall’archivio di Wales Bonner: la designer mostra qui, attraverso questo reenactment, la sua profonda cultura editoriale e inserisce, inoltre, tra le pagine una stampa dedicata a questo lavoro, traccia preziosa affidata nelle mani del lettore.
Anche la cultura editoriale di Alessandro Michele, curatore del sedicesimo numero di A Magazine Curated By nel 2016, trova piena espressione nella progettazione della rivista e nel suo numero convogliano, in qualità di contributor, alcuni degli autori con i quali il designer ha collaborato durante la direzione creativa di Gucci dal 2015 al 2022. È il caso, per esempio, del fotografo e filmmaker Ari Marcopoulos, autore nel 2016 del libro Ephiphany e nel 2019 di Dapper Dan’s Harlem. In entrambi i casi, le collezioni per Gucci di Alessandro Michele – rispettivamente Pre Fall 2016 e Resort 2018 – sono il punto di partenza per sviluppare un discorso autoriale, oltre l’idea del lookbook.

Dapper Dan’s Harlem, in particolare, è un oggetto editoriale di grande formato, contraddistinto da cambi carta e racchiuso in una copertina in pelle. Le immagini scattate ad Harlem da Marcopoulos sono in bianco e nero e stampate al vivo su una carta lievemente porosa, dalla grammatura leggera, mentre i ritratti formato 10×15 delle persone del quartiere sono a colori e incollate direttamente sulla pagina. Nei ritratti i soggetti indossano pezzi della collezione Resort 2018, sviluppati da Michele a partire dall’osservazione del lavoro di progettazione del fashion designer e merciaio Daniel ‘Dapper Dan’ Day, condotto nel suo atelier tra la fine degli anni Ottanta e gli anni Novanta. Come gli originali, gli abiti sono il risultato di quella commistione di stili oggi associata all’hip hop afroamericano. La scelta di produrre Dapper Dan’s Harlem in edizione limitata di cinquecento copie e di affidarsi a IDEA Books, distributore specializzato in editoria di ricerca e indipendente, posiziona in modo chiaro l’azione di Michele: Gucci, in occasione della presentazione delle collezioni, agisce come editore e produttore culturale, realizzando oggetti stampati con un alto grado di complessità, che intercettano nicchie di lettori e di mercato.
L’attenzione all’ambito editoriale del designer passa anche attraverso la riattivazione di pubblicazioni alternative, entrate prepotentemente nell’immaginario collettivo. In occasione dello show primavera-estate 2019 a Parigi, produce un numero di Le Palace, fanzine in bianco e nero pubblicata dal 1980 al 1982 e focalizzata sul clubbing e sulla nightlife parigina. Le Palace by Gucci, con la curatela di Olivier Zahm, fondatore della rivista indipendente Purple, è un omaggio a un’esperienza che, nonostante la brevità, ha stretto attorno a sé hipster, intellettuali, artisti e celebrità come Andy Warhol, David Bowie, William S. Burroughs, Diana Vreeland e Gloria Swanson. Di quest’ultima, Michele e Zahm scelgono di ripubblicare l’intervista contenuta in uno dei numeri di Le Palace, accanto alla documentazione fotografica della collezione di Martin Parr, che in questa occasione rinuncia alla possibilità del colore.
World (The Price of Love) with Martin Parr, by Gucci/Alessandro Michele – Scansioni di materiale proveniente dall’archivio dell’autore del testo
Nel 2016, anno di uscita di A Magazine Curated By Alessandro Michele, Jonathan Anderson, designer e direttore creativo di Loewe fino al marzo 2025, commissiona all’art director Luis Venegas un libro celebrativo in occasione di un importante anniversario del marchio. Il risultato è una pubblicazione poco convenzionale, perfettamente aderente all’universo creativo di Venegas, autore di base a Madrid che negli ultimi vent’anni ha inventato, progettato e distribuito, in maniera indipendente, alcune delle pubblicazioni queer più interessanti in circolazione, come Fanzine137 e C*NDY. La collisione tra un marchio con una lunga storia alle spalle, a tratti polverosa, e un’art direction irruente produce il reset desiderato: l’archivio è riletto attraverso il filtro personalissimo di Venegas, che dispiega il suo rapporto con Loewe in quasi seicento pagine, inserendo, per esempio, immagini dei suoi viaggi recuperate da album personali, oppure fotografando Perrillo, il suo bulldog francese, avvolto in un foulard del brand.
La realizzazione di questo anti-coffee table book si colloca all’origine di una serie di azioni che mostrano l’attenzione di Jonathan Anderson verso la sperimentazione editoriale e, in particolare, la sua sensibilità per l’editoria indipendente. Territorio principale di prova è il suo brand omonimo, JW Anderson, con il quale, sempre nel 2016, produce un altro libro con Venegas, intitolato The Rain in Spain Stays Mainly in the Plain e stampato in edizione limitata. In questo caso l’art director spagnolo, dopo aver selezionato alcuni abiti e accessori dall’archivio li fa indossare ad amici e persone note e produce una serie di ritratti, in bianco e nero e a colori, che danno corpo a una narrazione fatta di sole immagini.
World (The Price of Love) with Martin Parr, by Gucci/Alessandro Michele – Scansioni di materiale proveniente dall’archivio dell’autore del testo
Il 2016 è per Anderson l’anno di un altro sodalizio creativo, quello con lo stylist e fotografo belga Benoît Béthume, fondatore della rivista alternativa e priva di pubblicità Mémoire Universelle. In occasione del terzo numero, centrato sulla figura di Manuela Pavesi (1949-2015), il monumentale archivio di moda della collezionista viene riattivato: abiti e accessori sono indossati da amici e familiari, fotografati da Paolo Barbi. Tra questi c’è Jonathan Anderson, ritratto mentre tiene con una mano un abito scuro e con l’altra afferra un paio di guanti e una borsa. A connetterlo a Pavesi è una delle sue prime esperienze professionali, in qualità di visual merchandiser per Prada; Pavesi in quel momento ricopre il ruolo di fashion coordinator del marchio ed è il braccio destro di Miuccia Prada. Come Béthume, il designer le riconosce un ruolo centrale per la messa a fuoco della propria identità professionale e creativa ed è questa una delle ragioni che lo spingono verso Mémoire Universelle: il lancio della rivista avviene nello store Loewe di Parigi e un intero contenuto visivo all’interno del numero, senza ricorrere alla pubblicità tabellare, è realizzato in collaborazione con il brand.
A distanza di un paio di anni, in occasione della collezione autunno-inverno 2018 di JW Anderson, accanto a un’open call volta a individuare fotografi e image-maker per realizzare la campagna, il designer produce una pubblicazione, progettata dalla coppia creativa M/M (Paris), intitolata YOUR PICTURE/OUR FUTURE. All’interno scorrono le immagini di cinquanta autrici e autori emergenti, di età compresa tra i diciotto e i trent’anni, accostate secondo un principio di buona vicinanza. Oltre alla puntuale strategia di comunicazione – con quasi duemila submission ricevute e l’allestimento di una mostra nel quartiere di Covent Garden a Londra – YOUR PICTURE/OUR FUTURE rende evidenti le inclinazioni e le urgenze di Anderson, che intende la direzione creativa del proprio brand come un’azione curatoriale ad ampio raggio.
Paradigmatico, a questo proposito, è il progetto Disobedient Bodies del 2017. Di natura transdisciplinare e centrato sul tema del corpo, prende la forma, in prima battuta, di una mostra, allestita presso The Hepworth Wakefield nel West Yorkshire, una galleria d’arte con un’importante collezione di sculture. Le opere, spesso monumentali, di Barbara Hepworth, accanto a quelle di Henry Moore, Sarah Lucas e Louise Bourgeois, entrano in dialogo con pezzi di moda di progettisti come Helmut Lang e Rei Kawakubo per Comme des Garçons, oltre ad abiti e accessori d’archivio di JW Anderson. Ancora una volta, accanto alla curatela della mostra, il designer realizza una pubblicazione collaborando con una casa editrice indipendente, InOtherWords, estensione dello studio grafico OK-RM fondato da Oliver Knight e Rory McGrath. Si tratta di un oggetto tenuto insieme da un elastico bianco e da una busta trasparente, che permette di vedere da subito il contenuto. In larga parte visiva, la pubblicazione accosta, nella doppia pagina, secondo un ordine perlopiù formale, pezzi di moda e opere scultoree. L’adozione di una varietà di carte e la libertà del layout, accanto all’assenza di legatura, ne amplificano la dimensione performativa, che sfida la bidimensionalità. Qui, come in precedenza, l’oggetto editoriale è inteso da Anderson come ambito di sperimentazione e nello stesso tempo come spazio concreto di cura e protezione di un progetto, lontano dall’ipersaturazione digitale.
Air Afrique issue 1 supported by Bottega Veneta/Matthieu Blazy
(Immagini su gentila concessione di Bottega Veneta)
Accanto a Grace Wales Bonner, Alessandro Michele e Jonathan Anderson, è probabilmente Matthieu Blazy, direttore creativo di Bottega Veneta dal 2021 al 2024, la figura che con maggior vigore presta oggi attenzione al publishing di ricerca. Subentrato a Daniel Lee, artefice della creazione del digital magazine Issued by Bottega, Blazy adotta la strategia opposta: sceglie, infatti, di rafforzare l’investimento economico del brand in editoria stampata, con una peculiare attenzione a niche magazine caratterizzati da una voce autonoma e un alto grado di cura e sperimentazione. Tra questi c’è Air Afrique, che porta il nome della più importante compagnia aerea del West Africa, attiva a partire dall’inizio degli anni Sessanta fino alla soglia del nuovo millennio e impegnata in significative azioni di sponsorizzazione in ambito culturale, in particolare cinematografico. Preceduto dall’attivazione di una piattaforma online nel 2021, il primo numero cartaceo della rivista, prodotto in complicità con Bottega Veneta, è pubblicato nel giugno 2023. Fin dal principio Air Afrique è animata dal desiderio di far rivivere l’espressione multiforme africana che la compagnia aerea ha rappresentato. Questo aspetto è amplificato, all’interno, non soltanto dal coinvolgimento di autori che discutono sulle arti e sulle culture afro-diasporiche ma anche dalla presenza di materiali d’archivio di Balafon, brand magazine che i passeggeri leggevano in volo.

È, però, la riattivazione di BUTT, rivista olandese culto per la comunità queer internazionale, l’azione editoriale più incisiva di Blazy. Con ventinove numeri pubblicati dal 2001 al 2011, BUTT ha avuto la capacità di parlare, attraverso un linguaggio autentico ed esplicito, a una collettività sempre più diffusa sul piano geografico e culturale. Dopo un’interruzione durata oltre un decennio, Blazy è attento a stabilire un dialogo con i fondatori del magazine, il duo formato da Gert Jonkers e Jop van Bennekom, coppia chiave nello scenario editoriale contemporaneo, autori a partire dalla fine degli anni Novanta di pubblicazioni sperimentali come Re-Magazine e, in seguito, di riviste di successo come Fantastic Man e The Gentlewoman. Il trentesimo numero di BUTT è pubblicato nel febbraio 2022 e l’esperienza editoriale riprende lì dove si è interrotta undici anni prima. Il piccolo formato rilegato con punto metallico e l’iconica carta di colore rosa restano immutati ma certamente il tono di voce è cambiato: l’approccio sincero e a tratti ruvido delle origini – Jonkers e van Bennekom lo definivano un fag mag – lascia il posto a un’estetica più leccata, in un contesto culturale e politico profondamente mutato. L’unico adv, sia all’interno che in quarta di copertina, è di Bottega Veneta ed è tagliato sul progetto editoriale, ad attestare l’attrattività che spazi di produzione come BUTT esercitano sull’industria della moda. Non si tratta, infatti, di posizionare il brand all’interno della rivista soltanto tramite pubblicità tabellare ma di partecipare a una progettualità. C’è la volontà di costruire una relazione reale, in cui Bottega Veneta è l’unico attore commerciale coinvolto e la rivistagarantisce la legittimazione del valore culturale del marchio all’interno della propria comunità di lettori.
Possiamo leggere l’impegno di Blazy in sintonia con quanto fatto da Hedi Slimane a partire dai primi anni Duemila, inizialmente alla direzione creativa di Dior Homme e poi di Saint Laurent. In entrambi i casi, Slimane dirotta una parte del budget destinato alla comunicazione a supporto di progetti editoriali di nicchia e l’investimento pubblicitario da parte dei due brand è consistente. Non è un caso che autori indipendenti come Luis Venegas, incontrato in precedenza, trovino in Slimane un interlocutore ideale: il numero zero di Fanzine137, la sua prima rivista, è costituito da una serie di fogli sciolti riuniti in una busta trasparente e pubblicato nel 2004 grazie al supporto di Dior Homme, che sceglie di introdurre una pagina pubblicitaria sul retro della busta. Con la medesima sensibilità, Slimane, durante i quattro anni di direzione creativa di Saint Laurent, sostiene il lancio e, soprattutto, il consolidamento di riviste indipendenti, come per esempio The Travel Almanac, fondata nel 2010 e oggi forte di ventisei numeri all’attivo.
Your Picture/Our Future Di Jw Anderson, 2018
(Scansioni di materiale proveniente dall’archivio di Saul Marcadent)
C’è un ulteriore aspetto che va considerato in aggiunta a quanto detto fino a questo punto. Oltre al posizionamento strategico, rispetto alla comunicazione dei brand che dirigono, autori come Wales Bonner, Michele, Anderson e Blazy adottano un posizionamento emotivo, connesso inevitabilmente al vissuto personale. Possiamo avvicinare la scelta di Jonathan Anderson di prendere parte e sostenere il terzo numero di Mémoire Universelle, dedicato alla sua mentore e amica Manuela Pavesi, alla decisione di Matthieu Blazy, nel 2022, di riattivare BUTT e, un anno dopo, di realizzare una fanzine su Kate Moss. Inclusa in una serie di piccole pubblicazioni prodotte in occasione del lancio delle collezioni di Bottega Veneta – per condividere con i clienti e gli appassionati del marchio il processo creativo – la fanzine tiene insieme fotografie, disegni e appunti del designer accumulati nel corso della propria adolescenza, nel momento di maggiore evoluzione e formazione della propria identità. Il motore è la crush puberale per la modella britannica, che ha dato una faccia e un corpo agli anni Novanta e che, possiamo intuire, lo ha avvicinato alla moda, in particolare attraverso le immagini stampate delle riviste.












