
Per quanto si possa argomentare sul tema, la musica è musica: che si ascolti con un impianto da audiofili o con le cuffiette scrause del supermercato, è il valore di una canzone a fare la differenza, non il dispositivo che la veicola. Nonostante questo – e al di là di eccezioni particolari tipo il SoundCloud rap o il punk, due generi fatti apposta per “suonare male” – con un sistema hi-fi degno di questo nome la sensazione di goduria è decisamente diversa. Non a caso, le proposte dedicate a chi non si accontenta ormai fioccano, sia per gli amanti del supporto fisico che del digitale: dagli amplificatori valvolari, che sembrano usciti da un film steam-punk di Hayao Miyazaki, a piattaforme di streaming come Tidal, che promettono una qualità audio superiore e certificata dagli stessi artisti che hanno investito nella sua creazione, Jay-Z in primis.
L’ultimo trend in merito è probabilmente quello del Dolby Atmos, per gli amici audio spaziale immersivo: sostanzialmente si tratta di una tecnologia che elabora o rielabora la musica distribuendola nello spazio, come se i vari suoni provenissero da direzioni diverse. Il risultato è che si ha l’impressione di trovarsi al centro della traccia, con i musicisti disposti in cerchio attorno a noi. È un ascolto che si presta a svariati contesti, ma senz’altro dà il suo meglio in location studiate apposta: ad esempio un cinema attrezzato con un impianto Dolby Atmos, come l’Anteo di Milano, dove abbiamo avuto occasione di partecipare all’ascolto integrale di “The Dark Side of the Moon” dei Pink Floyd, che in occasione del suo cinquantesimo anniversario è stato restaurato e adattato all’audio immersivo. La sala in cui l’album viene suonato è una delle meglio sonorizzate di Milano: circa 70 casse circondano gli ascoltatori, ce ne sono perfino alcune sul soffitto. Esperienza sensazionale, insomma? Sorprendentemente, no: o meglio, si tratta di un album talmente bello, e talmente interiorizzato da tutti noi, che ascoltarlo nella sua versione originale o in questa nuova veste non cambia molto. Anzi, forse si perde anche qualcosa, perché sei talmente impegnata a cercare di capire da che parte arrivano gli strumenti (il basso è a destra o a sinistra? E quel synth da dove spuntava?) che finisci per concentrarti su quello e a non prestare più attenzione alla magia della musica. Se volete sperimentare comodamente a casa la sensazione che si prova, comunque, trovate “The Dark Side of the Moon” in Dolby Atmos sia nel cofanetto deluxe uscito a fine marzo, sia su Apple Music.
E proprio piattaforme come Apple Music, così come Amazon Music e Tidal, sembrano essere molto interessate a implementare i loro cataloghi con sempre nuovi contenuti in Dolby Atmos (discorso a parte per Spotify: il lancio del progetto Spotify Hi Fi, che dovrebbe includere proprio questi servizi, sembra essere stato rimandato a data da destinarsi). Ce n’è per tutti i gusti, dagli amanti della musica classica con applicazioni come Apple Music Classical, a quelli dell’hip hop, che possono trovare ricchissime playlist dedicate su Apple Music, su Tidal o su Amazon Music.
Resta però il dubbio: l’audio spaziale è un valore aggiunto sempre e comunque? Forse no. Innanzitutto per i costi che comporta, perché è necessario attrezzarsi. Bisogna avere dispositivi di nuova generazione, e se è vero che l’effetto finale è riproducibile anche con delle semplici cuffie, se si ambisce ad ascoltare musica tramite altoparlanti dedicati la situazione si fa più complicata, anche a livello logistico: quelli di nuova generazione hanno qualcosa come sei driver, due woofer e quattro tweeter da disporre frontalmente e lateralmente, e arrivano a costare anche svariate centinaia di euro. C’è poi un secondo ordine di problemi, ovvero il mixaggio: se preferite essere sempre sul pezzo e gradite la musica recente, non c’è problema, perché la maggior parte degli album internazionali che escono in questi anni tengono presente delle nuove possibilità che offre il Dolby Atmos. Se invece avete gusti più vintage, tenete conto che è possibile che la musica degli anni ’70 o dei ’90 non si presti bene, perché ovviamente ai tempi nessuno si immaginava come si sarebbe evoluta la tecnologia. La maggior parte dei dischi e dei brani di catalogo devono essere restaurati apposta per essere suonati in audio immersivo, e non sempre i risultati sono all’altezza delle aspettative.
Terzo, e più importante: alcuni generi si prestano meglio di altri all’audio spaziale, per il tipo di impatto sonoro che hanno e per la costruzione e gli arrangiamenti dei brani. Se il Dolby Atmos può avere senso per cogliere la complessità musicale dei Pink Floyd, o per avere la sensazione di trovarsi davanti a un’orchestra sinfonica in un teatro, forse ne ha un po’ meno per il rap di oggi, che spesso non ha una palette sonora così ricca e variegata da fare davvero la differenza; se siete fan dell’hip hop, insomma, per ora meglio investire su dei subwoofer studiati apposta per pompare i bassi, piuttosto che su un impianto dedicato all’ascolto immersivo. Per attrezzarsi ci sarà tempo; ma i primi ad attrezzarsi dovranno essere i rapper e i produttori, in fase di ideazione della loro musica.