Una Bari fatta di feste in bianco, ville sfarzose e un’animata borghesia di fine anni Novanta; la storia raccontata nel nuovo film di Paolo Strippoli, regista di origine pugliese, affronta i luoghi della sua infanzia per costruire l’incubo di un intrecciata vicenda familiare.
Presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia e scelto per rappresentare l’Italia nella corsa agli Oscar 2027, il film è un thriller psicologico dalle venature horror che, contornato dal racconto di un immaginario fatto ricordi personali e rituali sociali, mette al centro la paura generata dalla perdita di controllo, una fobia che accomuna il regista ai suoi protagonisti.
In una calda estate del 1999, la famiglia Colonna sta festeggiando l’inaugurazione della propria villa pugliese quando un grave incidente domestico coinvolge Alice, figlia di Anna (Jasmine Trinca) e Walter Colonna (Adriano Giannini). La bambina rischia di perdere una gamba e di non riuscire quindi a comparire come attrice all’interno di uno spot pubblicitario per cui si stava preparando.
Durante il ricovero, in una cappella d’ospedale, Anna incontra una donna misteriosa, interpretata da Valeria Bruni Tedeschi.
La donna le propone un patto: per poter salvare la vita di Alice deve fare un sacrificio. Anna non riesce a rinunciare -anche lei infatti avrebbe da sempre voluto entrare nel mondo dello spettacolo – e, rispecchiandosi nelle aspettative della figlia, si ritrova davanti a un vicolo cieco. Questa decisione segna così l’inizio di una spirale, destinata a trascinare l’intera famiglia in un vischioso vortice da cui è impossibile uscire
Passano anni prima che Alice (Romana Maggiora Vergano) venga a conoscere il segreto e il patto che la madre aveva stretto Anna per salvarle la vita.
Madre e figlia si vedono così costrette a confrontarsi con un oscuro passato, una storia che nessuna delle due è mai riuscita davvero ad affrontare. Il soprannaturale si intreccia con il dramma familiare, lasciando il finale aperto su una sola domanda: l’Estranea esiste davvero oppure è la manifestazione delle paure e dei sensi di colpa dei protagonisti?
Per capire L’estranea, bisogna quindi conoscere anche la vita della borghesia barese di fine anni Novanta. I personaggi del film sono infatti estremamente legati al contesto e lo stesso Strippoli, nato e cresciuto in Puglia, conosce bene l’ambiente messo in scena così come il co-sceneggiatore Salvatore De Chirico, anch’egli legato al territorio.
Le feste in bianco, ispirate a quelle organizzate a Rosa Marina sulla costa brindisina, restituiscono un mondo in cui l’apparenza è parte integrante della vita sociale. La villa, gli abiti, le aspirazioni professionali, il futuro dei propri figli, tutto diventa strumento volto ad affermare una precisa posizione sociale.
Ogni componente della famiglia Colonna sembra avere davanti a sé un percorso già perfettamente delineato per il proprio futuro: Walter gestisce una sartoria frequentata dalla buona società e anche Tobia (Filippo Scotti), il fratello di Alice, sembra destinato a diventare una grande promessa del calcio. Tutto è sotto il controllo di Anna, alla ricerca continua di un’apparenza di eleganza e perfezione.
È una Bari moderna, ambiziosa e internazionale, lontana dall’immaginario più ricorrente del Sud cinematografico fatto di mare e vita lenta. Eppure, dietro questa immagine, si nasconde la folle paura di perdere tutte le conquiste fatte negli anni, il non essere abbastanza.
Il rapporto tra il regista e la sua terra si gioca in questa contraddizione. Strippoli racconta il Sud Italia da un punto di vista familiare, di chi ne conosce i riti e le aspettative, mettendo in discussione determinate dinamiche provinciali, diventate parte integrante della propria espressione artistica.
Le riprese, realizzate tra Bari, Gioia del Colle e Monopoli, coinvolgono anche luoghi riconoscibili come il circolo Barion, il molo San Nicola, il quartiere San Paolo e il Policlinico. La città restituisce autenticità al racconto senza però perdere la sua dimensione simbolica.
Strippoli ha spiegato come i suoi film non parlino di dolore ma di tutto quello che siamo disposti a fare pur di evitarlo e di non affrontarlo. In L’estranea, questa idea prende forma attraverso una famiglia che cerca di preservare la propria immagine esterna, arrivando persino a stringere un patto con il soprannaturale pur di non affrontare una perdita.
Il regista ha raccontato di aver costruito Anna e Alice a partire da due lati opposti della propria personalità descrivendo così da una parte il bisogno estremo di governare gli eventi, dall’altra la necessità di accettare quello che non può essere controllato. Il conflitto tra madre e figlia diventa anche un confronto interiore, legato alla paura di crescere, di perdere le proprie certezze e di abbandonare una condizione di protezione, in una tensione continua che si risolve solo con i titoli di coda del film. La pioggia che investe Roma, la seconda location del film, accompagna la discussione tra le due donne e rende visibile il disordine che la famiglia ha cercato a lungo di nascondere.
Ma la storia non offre una risposta definitiva sulla natura dell’Estranea: il soprannaturale rimane ambiguo, lasciando solo allo spettatore la lettura del significato del “non conosciuto”.
Il regista trasforma così i ricordi della propria terra in una riflessione che va oltre i suoi confini. La Bari di Strippoli, con le sue feste luminose e le sue aspettative sociali, diventa un luogo accessibile a pochi, volto a proteggere un’immagine perfetta e a evitare qualsiasi cosa che possa incrinare o destabilizzare la propria identità.
L’estranea – presentato a livello internazionale anche con il titolo The Spiral – ritrova nella sua storia il Faust di Goethe, in cui il desiderio di trattenere per sempre un momento di armonia e felicità -di cambiare ciò che il “fato” e la vita avevano deciso per il nostro futuro- diventa parte di un patto dalle conseguenze irreversibili. Come nel dramma del poeta tedesco, anche qui il patto nasce dalla volontà di cambiare il corso degli eventi e sottrarsi ai limiti imposti dalla vita. Anna non accetta la possibilità di perdere la figlia e, pur di salvarla, è disposta a pagare un prezzo che non può ancora comprendere fino in fondo. Il suo gesto riflette così il tentativo di trattenere per sempre il presente, come se fosse possibile fermare il tempo e impedire al futuro di modificare ciò che si è costruito.





