Per farsi un’idea di quanto una pallina da tennis possa incidere sulla carriera di un giocatore professionista, può essere utile l’esempio di Pablo Carreño Busta. Lo spagnolo nel 2020 è riuscito ad avanzare fino alle semifinali degli US Open, eguagliando quello che fino ad oggi rimane il suo miglior risultato in un torneo dello Slam, approfittando della celebre squalifica per ball abuse di Novak Djokovic, colpevole di aver colpito involontariamente un giudice di linea con una pallina durante gli ottavi di finale. Tre anni dopo, tormentato dagli infortuni al gomito destro, il tennista di Gijón è stato tra i maggiori sostenitori della tesi secondo cui molti problemi fisici accusati dai giocatori (non solo l’epicondilite, ma tendiniti a spalle e polsi e infiammazioni di vario genere) siano riconducibili al continuo cambio di palline, spesso differenti da torneo a torneo, a cui non sempre è facile abituarsi in fretta. Una teoria che ha subito trovato seguito nel circuito, convincendo molti altri colleghi – tra cui anche alcuni insospettabili – che fino a quel momento non avevano osato spingersi fino a quel punto per trovare l’origine del problema, e utilizzarla come una scusante per le loro performance negative.



Non meno delle racchette utilizzate e della superficie su cui giocare, le palline da tennis possono influenzare il gioco, e cambiano più frequentemente di quanto si possa immaginare: basti pensare che, in virtù di contratti di sponsorizzazione con le aziende produttrici e nonostante un accordo di massima tra ATP e Dunlop fino al 2028, nei quattro Major (Australian Open, Roland Garros, Wimbledon e US Open) vengono adoperate quattro tipologie di palline differenti, e lo stesso avviene nella maggior parte dei tornei Masters 1000, in quelli di categoria 500 e 250 e nelle Finals di fine anno, quelle che attualmente vengono disputate a Torino. L’unica cosa che le accomuna è il colore, giallo ottico: inizialmente se ne vedevano in giro di nere e di bianche, ma dal 1972 l’International Tennis Federation ha chiesto di adottare una colorazione uniforme, dettata dalla necessità di poterle distinguere nitidamente, soprattutto dalla televisione. Un’eccezione che non riguarda però il professionismo, è data dalla presenza di palline rosse, arancioni o verdi, leggermente differenti anche come specifiche tecniche: sono più lente di quelle normali e vengono usate principalmente da bambini o principianti per prendere confidenza con il nuovo sport. L’ITF si occupa di stabilire anche i requisiti per l’approvazione delle palline da utilizzare, in seguito a dei collaudi rigorosi e specifici che riguardano diametro, peso e circonferenza, e in base a ciò le classifica in tre differenti categorie.

A prescindere dalle dimensioni, che comunque possono differire per questione di millimetri, nelle tasche dei tennisti durante i match ne finiscono solamente due e hanno una vita brevissima: negli incontri ufficiali, dopo il riscaldamento e i primi sette games, il set di sei palline viene subito cambiato e da quel momento sostituito regolarmente ogni nove giochi per mantenere la loro massima qualità, così da evitare che usura e mancanza della giusta pressione possano venire meno. Non è un dettaglio da poco nell’economia di una partita, visto che il giudice di sedia chiede a gran voce “new balls, please” e spesso anche i telecronisti specificano l’importanza di servire con palle nuove: a seconda del consumo delle palline, infatti, sono gli stessi giocatori a modificare alcuni gesti tecnici e perfino le scelte strategiche nel modo di colpire (talvolta, addirittura cambiando racchetta per l’occasione), puntando tutto sulla battuta. Con le palle perfettamente lisce e per nulla consumate, l’obiettivo è per forza di cose quello di ottenere un servizio vincente o un ace, visto che per chi riceve, al contrario, gestire le palle nuove in risposta sarà più complicato.
Nonostante un processo di fabbricazione tutt’altro che banale, il ciclo vitale delle palline è breve e si esaurisce in pochi minuti. Si calcola che negli Slam il numero di quelle utilizzate per ogni singola edizione arrivi addirittura a 100.000 nel caso degli US Open (per Wimbledon è in media di 55.000, per il Roland Garros di 70.000 e per gli Australian Open di 77.000). Stime che non hanno niente a che vedere con la durata media di un tubo di palline per uso amatoriale: in quel caso vanno cambiate anche dopo 6-8, o anche 10 ore di allenamento. In ogni caso, analizzandone il loro consumo in maniera fredda, è impossibile non considerarle dei comuni oggetti “usa e getta”, visto che perdono rapidamente il loro valore: per questo motivo si prova comunque a dare alle centinaia di milioni di palline da tennis usate ogni anno una seconda opportunità ed evitare che possano finire in discariche o inceneritori (dove secondo alcuni recenti studi pare che richiedano 400 anni per biodegradarsi): è facile che possano diventare souvenir sostenibili o un passatempo per cani annoiati, mentre è più insolito vederle inserite in lavatrice per aiutare a ridurre l’aggrovigliamento dei capi o addirittura per realizzare piccole casette impermeabili dove far rifugiare topi selvatici, come accade ormai da qualche anno in Inghilterra.
A loro volta le palline da tennis vengono condizionate dal gioco, e non soltanto perché in pochi minuti perdono efficienza a causa dei colpi ricevuti. In questo caso bisogna mettere da un lato la parte romantica del gioco e fare riferimento a qualche nozione di fisica e chimica, forse un po’ noiose ma necessarie. Partendo dalla composizione: si tratta di un nucleo di gomma pressurizzata ricoperto da uno strato di feltro, solitamente composto da lana o fibre sintetiche, in grado di assicurare aderenza e grip con le corde della racchetta e con le superfici. I primi produttori di palline hanno ereditato le scoperte effettuate dall’inventore americano Charles Goodyear, pioniere nel campo della vulcanizzazione della gomma già nella prima metà dell’Ottocento e dal cui cognome ha preso ispirazione la nota azienda statunitense: grazie a questa tecnologia le palline sono state rese più resistenti ed elastiche, quindi più performanti, e non è un caso che Dunlop sia ancora oggi uno dei marchi più noti al mondo nell’industria degli pneumatici. La pressurizzazione, che riguarda tutte le palline utilizzate in incontri ufficiali tramite l’inserimento di aria compressa o azoto, fornisce un rimbalzo migliore e più regolare (da qui la necessità di sigillare i tubi contenenti le palline che poi vengono stappati durante l’apertura), e lo spessore del rivestimento esterno contribuisce a differenziare alcune tipologie da altre: quelle con uno strato di feltro più spesso sono adoperate sui campi in terra, risultano ideali per scambi più lunghi perché più lente e facili da controllare; sull’erba invece devono adattarsi ad altre caratteristiche ambientali e sono più leggere e scivolose, ma anche sottili. Wimbledon si affida a Slazenger dal 1902, per quella che è la sponsorizzazione più longeva nel mondo del tennis. A tutto ciò va aggiunto l’effetto di altri fattori esterni come gli agenti atmosferici, eventi per nulla trascurabili: l’umidità e il calore incidono molto sullo stato delle palline (sempre a Wimbledon, il torneo più maniacale di tutti per eccellenza, è previsto che vengano conservate ad una temperatura controllata di 20 gradi in una ballroom sotterranea per ottenere performance ideali), così come l’altitudine sul livello del mare che costringe a scegliere solitamente palle più pesanti visto che l’aria, più rarefatta, le rende troppo veloci.
Quello che si può spiegare decisamente meno, invece, è il perché i tennisti in partita scelgano alcune palline rispetto che altre: si tratta di una consuetudine che si ripete prima di ogni servizio, quando i giocatori chiedono di poter esaminare le palline con la mano per poi scartarle con un movimento rapido e deciso, restituendole ai raccattapalle. Solitamente si prediligono quelle più lisce, con il feltro meno arruffato, in modo da poter servire più efficacemente. Ma in questi frangenti, mentre il cronometro dei 25 secondi scorre, spesso subentra anche la scaramanzia: c’è chi ha il suo rituale, così da favorire la concentrazione e la sensazione di controllo anche in fasi delicate del match. La maggioranza dei tennisti, però, pretende di rigiocare con la pallina con cui ha appena fatto punto, evitando invece quella sfortunata.


