Le città di pianura racconta la provincia come stato d’animo 

Francesco Sossai, classe 1989 di provincia bellunese, dopo aver studiato filosofia a Venezia e frequentato un corso di regia a Berlino, firma il suo ritorno nel mondo del cinema elogiando la sua terra d’origine, la provincia veneta post industriale. Con “Le città di pianura”, presentato al Festival del Cinema di Cannes, nella sezione Un Certain Regard e designato “Film della Critica” dal SNCCI, il regista racconta attraverso uno sguardo poetico ma per nulla nostalgico, la vita nei paesi di provincia — ma non solo. 

La trama è semplice, quasi minimale: i due amici cinquantenni Carlobianchi (Sergio Romano) e Doriano (Pierpaolo Capovilla, cantautore e bassista del Teatro degli Orrori), vagano durante la notte per le strade del Nordest della penisola. Bevono, parlano, scherzano sui propri ricordi tra i quali, molte volte, si perdono senza trovare una vera e propria meta ai loro discorsi.
Di un’altra generazione, anche lui in qualche modo un po’ perso, incontrano Giulio (Filippo Scotti), uno studente di architettura che i due prendono a cuore coinvolgendolo così all’interno della loro storia.
La loro destinazione – se così si può dire – è il Memoriale Brion, opera architettonica progettata da Carlo Scarpa nel 1968, ad Altivole: un luogo sacro dove il film trova il suo silenzioso compimento.

«Non voglio filmare il territorio, voglio filmare la terra – Il territorio si può recintare o vendere. La terra, invece, si abita».
Francesco Sossai

Il regista costruisce un road movie dove ogni inquadratura si pone come un viaggio tra i volti e le abitudini della provincia veneta e dove la Terra diventa personaggio a sé stante. La strada infatti è l’unico luogo che accoglie i due protagonisti in un peregrinare senza meta all’interno di una realisticità che si chiude in un racconto lineare di poche ore. 

Ambientato tra le vie di provincia, nessun luogo all’interno del lungometraggio viene idealizzato o “scenografato” da cartolina. Quello di Sossai è un cinema vero, all’interno del quale gli spazi rappresentano la vita reale, in cui non c’è avventura né catarsi, in cui i personaggi sono alimentati dal solo desiderio di continuare a muoversi, anche quando effettivamente lo scopo non risulta più così chiaro. 

«Non rimarrà più nulla di questa regione. Solo un’enorme infrastruttura e modi per spostarsi, ma nessun luogo dove andare».
Le Città di Pianura

Attraversando la “terra” – e non solamente il territorio – Sergio Romano e Pierpaolo Capovilla si trovano uniti per raggiungere uno scopo comune, in una provincia che, come loro, si sente schiacciata in qualche modo dalla modernità. I capannoni industriali, le strade provinciali, i bar notturni, le case tra i campi di campagna diventano lo specchio di un’Italia che ha conosciuto un’idea di benessere ormai svanito e che si trova invece a fare i conti con la disillusione e l’accettazione del fallimento.

La pianura del titolo è quindi molto di più di un semplice paesaggio: è una condizione esistenziale. È piatta, come il tempo che sembra non scorrere. È ampia, come la solitudine di Carlobianchi e Doriano. È concreta e metafisica allo stesso tempo. Francesco Sossai dirige la camera con un linguaggio asciutto, fatto di campi lunghi, luci fredde, silenzi, ma anche con una tenerezza che evita ogni cinismo. 

Un tempo simbolo di produttività italiana, oggi la pianura padana e le province che la circondano sono sinonimo di un paesaggio post-industriale, dove la modernità ha lasciato grandi cicatrici. Il regista si muove con la macchina da presa attraversando quei luoghi conosciuti per il mito del  “produrre ” ma che, ad oggi, risultano vuoti, senza uno scopo che possa far parlare di un nuovo capitolo.

All’interno di questo vuoto però, Francesco Sossai trova un non so che di poetico. La provincia diventa protagonista silente, si intreccia con l’architettura dei borghi, dei palazzi e  le mappe, disegnate semplicemente sui tovaglioli di carta, diventano tentativi di unire il passato al presente.

Il film interseca così luoghi simbolici, che costruiscono una vera e propria “geografia interiore” unita ad un’anima definibile “pop”, un linguaggio, che riscopre all’interno della malinconia una sorta di sostanziale ironia. Nascosta dietro la solitudine si eleva infatti la compagnia, nella provincia trasmessa dall’umanità che appartiene a tutti coloro che la abitano. 

Le strade percorse durante la notte tra rotonde e cartelli, luci neon e nebbie sottili diventano immagine di un non-luogo che viene attraversato dai due protagonisti quasi a rappresentare una forma di resistenza: continuare ad avanzare diventa sinonimo di non arrendersi. È la metafora di un’Italia che non riesce più a ripartire, ma che, comunque, non si ferma.
I bar, cuore sociale e luogo d’ incontro per eccellenza nelle province, rifugio delle comunità e delle proprie solitudini, diventano anche per Doriano e Carlobianchi spazio di libertà e confessioni. Alcuni dei locali citati nel film, inoltre, esistono o sono esistiti davvero tra le province – come la birreria “Kilometro 19” sulla statale 51 di Alemagna, “Ai Biliardi” a Venezia (ora chiuso).
Il Memoriale Brion, l’approdo del viaggio, diventa possibilità di riconciliazione: in quel luogo sospeso tra cemento e acqua, la provincia trova una forma di bellezza che non cancella la fatica ma la sublima.

Tutti questi luoghi, concreti, vengono rappresentati attraverso un’estetica cruda, che non lascia spazio all’idealizzazione e alla spettacolarizzare ma viene raccontata con delicatezza e verosimiglianza, mostrando in essa le sue contraddizioni: il desiderio di essere presenti, lo smarrimento, la fatica, ma anche la bellezza, che resiste nei piccoli rituali quotidiani

«C’è un rumore costante di fondo in Veneto, che sembra esserci sempre come una bassa frequenza che risuona nella nostra testa: quello del motore a scoppio, dello spostamento delle merci. Automobili, camion, motociclette, aerei: il paesaggio sonoro nel quale viviamo è scandito da questa cacofonia costante di suoni più o meno indistinti. Nel film ho ricreato questa sensazione di transito costante». 
Francesco Sossai

In un road-movie notturno, tra alcool e umorismo, rabbia e malinconia, l’uso delle ambientazioni extraurbane – e non delle classiche zone “turistiche” – contribuisce a farne emergere il sapore locale, complice anche la colonna sonora ( “Ti” di Krano) caratterizzata da suoni folk, e cantata in dialetto veneto. Non è una provincia idilliaca, ma neppure demonizzata: è viva, imperfetta, vulnerabile.
La materia umana viene messa in scena con un taglio “industriale”: i personaggi esistono e resistono senza arrendersi, sotto il peso di un tempo che avanza e della consapevolezza di essere in una minoranza che in questo momento non è in grado di produrre più nulla di utile.

«Avevamo scoperto il segreto del mondo ma non ce lo ricordiamo.»
«Era il segreto del mondo? O del vostro mondo o del mondo?»
«E che differenza c’è?»
Le Città di Pianura

“Le città di pianura” non è solo un film sulla provincia, ma parla in qualche modo dell’Italia intera, e di noi tutti, catturando storie di verità che spesso restano nascoste sullo sfondo. Bevuta dopo bevuta, il cinema di Sossai racconta in qualche modo di tutti noi, delle nostre falde interiori, di quelle amicizie che ci tengono in piedi e dei luoghi che amiamo e che per questo non vogliamo abbandonare. Sono terre da riscoprire e che ci ricordano quanto siamo fortunati in questo periodo storico a poter salire in auto e poter esplorare ed apprezzare i luoghi a noi conosciuti.