La percezione della Cina sta cambiando

Quando scrolli il feed la sera a letto e compaiono i reel di mr.biao sai che è arrivata l’ora di staccare tutto e andare a dormire. Negli ultimi anni, video di vita quotidiana ambientati in cittadine di provincia cinesi, che sembrano ferme in un passato più o meno recente, hanno invaso i nostri social media. Stessa canzoncina, stessi personaggi, cucine e ambienti modesti, il negozio all’angolo che vende “childhood snacks” e un’atmosfera cozy e familiare che elogia una vita semplice.

Sono video ambiguamente ipnotici, non spiegano dove siamo, chi sono le persone che guardiamo, né perché dovremmo interessarci a loro. Eppure funzionano. Funzionano così bene che il commento più ricorrente è sempre lo stesso: “ok è ora di dormire”. Come se non fossero pensati per intrattenere, ma per chiudere la giornata.

Questi contenuti nascono quasi sempre su piattaforme cinesi come Xiaohongshu (RedNote) e solo in un secondo momento vengono estratti e ricondivisi per finire stabilmente nei feed occidentali. La Cina, che fino a pochi anni fa compariva online quasi esclusivamente come tema politico o economico, oggi è presente come immaginario culturale quotidiano ed esporta i propri contenuti al di fuori delle piattaforme tradizionalmente cinesi.

@mrbiao2025 #mrbiao ♬ original sound – Mr.Biao

Il fenomeno è molto più ampio. Accanto a video rurali e di cultura, convivono trend molto diversi: una nuova ondata di cinema che trova pubblico fuori dai circuiti nazionali, personaggi pop come Labubu diventati oggetti di culto globale, piattaforme e tecnologie che parlano direttamente il linguaggio contemporaneo, fino a estetiche digitali sempre più riconoscibili. Tradizioni e innovazione non vengono più percepite come opposti, ma come parti dello stesso racconto.

In questo stesso spazio si inseriscono meme volutamente assurdi come You met me at a very Chinese time in my life. Parafrasi di una battuta di Fight Club, accostata a immagini e situazioni stereotipicamente cinesi, che incarna il mood di una cultura che adesso è semplicemente cool. La Cina non è più il tema del discorso, ma lo sfondo emotivo in cui quel discorso avviene.

Un trend particolare, ad esempio, in questa sperimentazione di contenuti è quello che online viene talvolta chiamato Xpiritualism: una curiosa forma di spiritualità post-internet fatta di misticismo pop, nostalgia digitale e surrealismo glitch. Questo immaginario prende una declinazione molto specifica, mescolando riferimenti locali — Journey to the West, serie TV dei primi anni Duemila, insegne pixelate di ristoranti, grafiche da videogiochi bootleg — in collage visivi ironici e stranamente solenni. Esprime uno dei tanti linguaggi che oggi viaggiano dalla Cina verso l’esterno come fenomeni culturali riconoscibili. Un’estetica che si innesta sulla sovrastruttura dell’internet anni Duemila, tornata ciclicamente di moda. 

Il discorso va oltre il singolo trend. La Cina che emerge nel feed non è solo antica né solo futuristica, ma entrambe le cose insieme. Una Cina tecnologicamente avanzata e allo stesso tempo legata a rituali, gesti ripetuti e simboli riconoscibili. Un’immagine coerente, leggibile e sempre più desiderabile.

Guardando questo processo è difficile non pensare a ciò che il Giappone ha fatto per decenni: costruire un immaginario esportabile attraverso anime, moda, musica, personaggi pop e tecnologia, rendendo il paese figo e riconoscibile ben prima che diventasse una meta avvicinabile per molti. Oggi la Cina sembra muoversi lungo una traiettoria simile, anche se con strumenti e linguaggi diversi, meno dichiarati e più quotidiani.

Questa presenza crescente non è solo percettiva. Oggi la Cina occupa il secondo posto nel ranking globale di soft power, subito dopo gli Stati Uniti, superando Paesi che per anni hanno dominato l’immaginario culturale internazionale. Un dato che racconta un cambio di percezione già in atto nella percezione globale.

Non è un caso che tutto questo avvenga in parallelo a una progressiva apertura verso l’Occidente iniziata già dalla seconda metà degli anni Duemila, quando la Cina ha cominciato a investire sempre di più in turismo, scambi culturali e visibilità internazionale. Un processo lento, ma che oggi trova nei social media un canale efficace.

In questo senso, la ripetitività di certi contenuti, la loro calma quasi ipnotica e la sensazione di sollievo che producono non sono il punto di partenza, ma il risultato. Funzionano perché arrivano in un feed esausto e portano qualcosa di nuovo. Non per niente cavalcano l’onda dell’internet fatigue, quella condizione di stanchezza mentale e percettiva causata dall’esposizione continua ai feed digitali. In un mondo in cui l’eccesso di stimoli, informazioni e richieste di attenzione porta a saturazione e appiattimento emotivo, si sente il bisogno di contenuti più lenti, ripetitivi o privi di performance. Una sorta di silenzio visivo, insomma.


La Cina oggi non è percepita come notizia, ma come atmosfera: una presenza costante, familiare, a tratti persino rassicurante. Semplicemente abita lo stesso spazio visivo in cui passiamo volenti o nolenti le nostre giornate.