La Gioia è il film italiano che trasforma il crimine in un desiderio

Quattro anni dopo il film Fortuna, rilettura della storia dell’omonima Fortuna Loffredo del 2014, Nicolangelo Gelormini torna alla regia trasfigurando, ancora una volta, la cronaca nera e trasformandola in una difficile storia d’amore.

In concorso alle Giornate degli Autori della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2025, liberamente ispirato al caso di Gloria Rosboch del 2016, il lungometraggio di Gelormini abbandona il sensazionalismo del true crime e sceglie un’altra strada, mettendoci davanti ad una storia d’amore pericolosa, una tragedia emotiva, il cui scopo non è la mera ricerca della figura del colpevole, ma il colmare la ferita da esso causata.

«La presunzione di raccontare il nostro presente non la ho veramente, io sapevo molto poco di quel fatto di cronaca, sono partito dalle pieghe della sceneggiatura e ho cercato quell’attimo di gioia».
Nicolangelo Gerlomini

Quello di Nicolangelo Gelormini è un cinema ruvido e necessario, che affonda le radici nella grande tradizione novecentesca italiana e ne raccoglie l’eredità più inquieta. La sua visione dialoga apertamente con la lezione neorealista e la rilegge attraverso una sensibilità contemporanea, capace di intrecciare tensione lirica e slancio sperimentale. Il risultato è un cinema duro che non teme di esporsi, di sporcare l’immagine con la realtà.

Gioia è una donna di quasi cinquant’anni, innamorata della cultura francese, materia che insegna alle superiori della sua città. Vive ancora con i propri genitori, intrappolata in un ambiente soffocante e distante da quel sentimento di passione tanto ambito. La sua vita è sospesa, in attesa di un qualcosa, di un cambiamento che le permetta di assaporare finalmente la vita.
Il suo essere casta si evidenzia già dall’inizio del film dove la macchina da presa la presenta allo spettatore abbigliata in maniera dimessa, imbruttita. Il suo sguardo rassegnato viene incorniciato da un paio di occhiali spessi da cui riusciamo a percepire una partita della Juventus, una delle poche passioni che riesce ad emozionarla all’interno della sua grigia routine torinese.
Insieme a questo, infatti, solo artisti come Verlaine, Rimbaud e Flaubert, le donano gioia: leggendoli come se fossero una guida tramite cui orientarsi nell’esistenza ne ignora però il piacere delle relazioni.

Alessio è un suo studente, ventenne, attraente ma senza alcun tipo di prospettiva futura. Conturbante, sexy, svogliato e disilluso dalla realtà, sfrutta il suo corpo prostituendosi con l’avallo silente della madre (Jasmine Trinca) ossessionata solo dal materialismo. In funzione di quel vuoto utilitaristico e incapace di dare affetto al figlio, Carla vive per se stessa, distaccata dal figlio che, di conseguenza, vive per se stesso. 

Tra Gioia e Alessio nasce un legame proibito ma inevitabile. Due solitudini prime destinate a deflagrare, due famiglie che generano una fragilità comune e che viene rispecchiata in una simbiosi e attraverso lo scambio tra l’indole religiosa e punitiva della protagonista e quella materialista e manipolatoria del ragazzo.

Valeria Golino presta al personaggio corpo, voce e sguardo, interpreta Gioia come una signora che ritrova la gioventù persa, inesperta di tutto ciò che fa parte della sessualità. La sua Gioia non chiede pietà, i suoi sorrisi durano un secondo di troppo nei confronti del ragazzo, ma ne è consapevole. L’insegnante infatti non è ingenua, sa di cosa è capace  Alessio, ma ne è comunque attratta, bramosa di amore, cerca di recuperare un passato perduto. Saul Nanni costruisce il personaggio di Alessio con seduzione e fredda ambiguità, un adolescente che ha imparato a vivere il sentimento come una paga e che sfrutta a pieno il suo amore come un mezzo che lo rende libero economicamente.

L’amore, vissuto per la prima volta dalla protagonista, si trasforma nell’eco di un immaginario coltivato fin dall’adolescenza, quello delle commedie romantiche che promettono attese, sospiri e lieti fine. Un universo fatto di sogni e proiezioni, come quello di “Il tempo delle mele”, di cui il film riprende anche la celebre colonna sonora, evocando proprio quell’idea ingenua e luminosa di sentimento assoluto che la realtà, però, è pronta a incrinare.

“Dreams are my reality” dice “Illusions are a common thing I try to live in dreams”; la musica accompagna il film e rappresenta il miraggio d’amore di Gioia, inno dolente di vita sospesa tra attesa e illusione. La malinconia viene resa così esplicita, un sogno fantastico, essere incoscienti e credere nell’amore di un giovane che però si rivelerà essere non sincero. David Bowie invece accompagna la trasformazione e l’identità fluida di Alessio, che cambia pelle e ruolo continuamente. Il Bowie che lo accompagna è infatti simbolo di camaleonticità, è il cambiare aspetto a seconda di chi ci si trova davanti, utilizzando l’amore come una maschera e sfruttandolo a proprio piacimento per un guadagno solo egoistico. 

Per concludere anche “Blue Monday” il brano dei New Order, trattiene lo spettatore e lo rende partecipe di quelle incongruenze, quell’imbarazzo e quella disumanità, permeando in un ritmo elettronico che mantiene la distanza emotiva tra i due protagonisti in un climax di intensità crescente. Gioia e Alessio ballano, si cercano, ma non si incontrano mai davvero. Ogni dettaglio, dall’attesa all’aeroporto al ballo su Blue Monday , accumula e accomuna le loro fragilità. In tutto il film anche la musica si trasfigura, si trasforma in una storia d’amore e che sfugge, anche davanti ai sentimenti: “improvvisamente qualcuno ti guarda e ti costringe a guardarti dentro e a voler fuggire da tutto questo amore”.

Lavorando di immaginazione, il regista segue un flusso di racconto, che lo aiuta a definire un emozione e a capire a che punto sono i personaggi nel racconto, è una specie di bulimia del cinema, che arriva a toccare l’apice quando da una sintesi riesce a creare un unicum, anche attraverso l’immaginario musicale.

Nicolangelo Gelormini sa insinuarsi all’interno della mente, costruendo paesaggi urbani alienanti, quasi antoniniani, disturbanti arrivando così alla mente degli spettatori. La violenza nel racconto non è sinonimo solo dell’omicidio ma rappresenta la stessa assenza di contatto tra Gioia e Alessio in una radicale mancanza di compassione. L’atto sessuale tra i due protagonisti resta infatti fuori campo, non per pruderie ma per mostrare il desiderio come sinonimo di annientamento, imbarazzo, accumulo di illusioni e disillusioni. 

Come in Pier Paolo Pasolini, l’urgenza del racconto non è mai solo estetica ma politica e sociale. Mettendo in corto circuito l’intimità dei personaggi con il contesto che li circonda, il regista crea un legame profondo tra biografia e società, tra fragilità individuale e dinamiche collettive.
Il cinema di Nicolangelo Gelormini si muove su una linea sottile e scomoda, erede di quella tradizione novecentesca che ha fatto della realtà materia viva e conflittuale. Raccoglie l’impulso del neorealismo e lo attraversa con uno sguardo attuale, capace di fondere poesia e sperimentazione senza perdere mai aderenza al nostro presente.