La fine del Leoncavallo

Lo sfratto del Centro Sociale Leoncavallo è una pessima notizia per chiunque abiti la città di Milano. Infatti, la chiusura di questo spazio non riguarda soltanto chi lo frequentava abitualmente: segna un impoverimento generale dell’offerta culturale cittadina e la perdita di un luogo di confronto e condivisione, prezioso anche per ricucire le fratture sociali ed economiche di una città sempre più spaccata in due. In una Milano dove pagare un affitto è diventato per molti un’impresa, in cui ogni segnale di vitalità culturale sembra essere destinata a trasformarsi in profitto nell’arco di poche settimane, l’assenza del Leoncavallo peserà. Ieri, insomma, è stata chiusa una delle poche oasi presenti in una città sempre più desertica. Tuttavia, ridurre la vicenda del Leoncavallo a un braccio di ferro tra Palazzo Marino e governo nazionale sarebbe un errore. La fine del più antico e leggendario centro sociale italiano ci dice molto di più: racconta di una lunga parabola discendete che, da decenni, attraversa spazi di questo tipo. Spinti all’istituzionalizzazione o destinati alla marginalità politica, i centri sociali hanno perso la centralità che avevano un tempo nella società italiana. Gli sgomberi, oggi, sono il risultato doloroso di questo processo.

Il Leoncavallo nasce in una Milano radicalmente diversa da quella che conosciamo oggi. Quando viene occupata la prima sede del centro sociale è il 1975. Si tratta di uno stabile nel quartiere di Casoretto, a pochi passi da piazzale Loreto. All’epoca quella zona, come gran parte del nord-est milanese, era un quartiere operaio. È in questa Milano industriale che prende forma il Leoncavallo e, con esso, la storia dei centri sociali in Italia. Siamo nella seconda metà degli anni Settanta: lo scontro politico esce dalle fabbriche e invade le strade, anche nelle sue manifestazioni più radicali e violente. È un’epoca di grande vitalità culturale e musicale, attraversata dall’ambizione – soprattutto giovanile – di costruire una società comunitaria e solidale. Ma sono anche gli anni in cui si avvertono i primi segnali della deindustrializzazione e della chiusura delle fabbriche; anni segnati da un clima cupo, fatto di repressione dei movimenti politici, stragi neofasciste ed eroina. In questo contesto nascono i centri sociali: spazi di aggregazione per i giovani, esperimenti comunitari calati in un contesto capitalistico, che cercano di dare concretezza all’idea di un mondo diverso. Proprio per questo diventano bersaglio di attacchi. Come accadde al Leoncavallo, con l’uccisione nel 1978 di Fausto e Iaio, due giovani militanti del centro sociale, assassinati – secondo molti – da un commando neofascista.

Se negli anni Settanta il Leoncavallo rappresentava uno dei pochi esperimenti di centro sociale in Italia, il contesto cambia radicalmente nella seconda metà degli anni Ottanta. In una società profondamente diversa rispetto a un decennio prima, i centri sociali diventano un’esperienza politica diffusa in tutto il paese, accogliendo al loro interno sottoculture di ogni tipo: dal punk al reggae, fino all’hip hop. In questa fase diventano il cuore dei movimenti sociali italiani e il principale spazio di produzione culturale giovanile. Negli anni Novanta, con l’emergere delle lotte contro la globalizzazione e del movimento della disobbedienza civile – le cosiddette “tute bianche”, il Leoncavallo assume un ruolo ancora più centrale a Milano: un vero laboratorio politico, sociale e culturale, in contrapposizione alla “Milano da bere” degli yuppies e dei paninari. Nel 1989 la resistenza allo sgombero segna una fase dura di repressione, a cui il centro sociale risponde imboccando la strada dell’istituzionalizzazione e di pratiche di protesta non violente. Dopo essersi stabilito in una sede provvisoria in via Salomone, nel 1994 il Leoncavallo trova casa in via Watteau, dove è rimasto fino a ieri mattina.

La storia dei centri sociali italiani cambia radicalmente con l’inizio del nuovo millennio. Un decennio di lotte contro la globalizzazione si infrange nelle giornate del G8 di Genova del 2001: gli scontri violentissimi tra polizia e manifestanti, la morte di Carlo Giuliani, la mattanza della scuola Diaz e le torture nella caserma di Bolzaneto segnarono la fine di una stagione. Da quelle giornate i centri sociali uscirono politicamente distrutti. Ma, al di là di Genova, i primi anni Duemila inaugurano un lento declino: i centri sociali smettono progressivamente di essere al centro del dibattito politico e culturale, perdendo il ruolo di laboratorio principale delle sottoculture giovanili.

Più in generale, è cambiato il clima politico nella società occidentale. Dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989, alcuni avevano profetizzato la “fine della storia”, cioè la fine dello scontro tra modelli alternativi di società. In quel contesto i centri sociali hanno rappresentato una delle poche fucine di ricerca di vie diverse all’interno della società postmoderna. Con il nuovo millennio, però, quella spinta si è progressivamente affievolita fino quasi a spegnersi del tutto dopo la crisi del 2008.

Quando si è compreso che il capitalismo poteva sopravvivere persino al proprio collasso, l’idea di un’alternativa sistemica da perseguire attraverso battaglie politiche di piazza ha perso attrattiva. Parafrasando le parole di Mark Fisher, dopo il 2008, viviamo i cambiamenti sociali con lo sguardo disincantato di un depresso, convinto che ogni speranza, ogni possibilità di trasformazione positiva, non sia altro che un’illusione pericolosa. In questo scenario, mentre la destra ha saputo tracciare la sua strada populista e radicale, imponendo la propria agenda, riaprendo una stagione di conflittualità politica e riuscendo a conquistare il potere in molti paesi occidentali, i centri sociali sono rimasti ai margini, ridotti al ruolo di semplici spettatori.

Lo sfratto del Leoncavallo è dunque una notizia dolorosa, ma non inaspettata. Negli ultimi decenni il centro sociale aveva legato la sua sopravvivenza soprattutto alle relazioni costruite con la sinistra istituzionale milanese, che ne aveva riconosciuto il ruolo storico nella vita cittadina. Eppure, non è bastato. Il cosiddetto “modello Milano” – oggi messo sotto accusa anche nei tribunali – è stato promosso proprio dalle giunte progressiste, che hanno sacrificato la difesa delle fasce più povere della popolazione cittadina, sull’altare della trasformazione della città in una vetrina globale, sempre più esclusiva ed elitaria. In questo quadro, il Leoncavallo, nonostante le dichiarazioni concilianti di Sala, diventa una vittima emblematica di quell’idea di città che la sinistra ha finito per legittimare. E poi c’è il ruolo del governo Meloni: il primo esecutivo esplicitamente guidato da una forza politica erede diretta del principale partito neofascista dell’età repubblicana, che oggi può esibire lo scalpo del più antico centro sociale italiano. Una vittoria simbolica, che brucia e pesa come poche altre.

In questo quadro, la richiesta di una nuova sede per il Leoncavallo può trasformarsi anche in un’occasione per ripensare il modo in cui viviamo collettivamente la città. Un’opportunità per generare idee e prospettive nuove, capaci di dare continuità all’eredità dei centri sociali italiani, evitando che esperienze come questa vengano cancellate o rese vane.