L’unica certezza di questo Festival è essere noioso

L’anno scorso, giunti circa a metà kermesse, ci trovavamo a scrivere sconsolatamente su queste stesse pagine che eravamo di fronte al Sanremo più noioso e soporifero dell’ultimo decennio. Un anno dopo (e siamo solo al primo giorno di gara) eccoci di nuovo qui, ad ammettere che forse ci eravamo sbagliati: è possibile che sia questo, il Festival più spento del decennio. Almeno per ora.

Il che sarà senz’altro una buona notizia per chi non vuole preoccuparsi di scandali, messaggi controversi, rapper trasgressivi, rockstar precocemente invecchiate, product placement malcelati e appelli di stop al genocidio. Ma non è certo una buona notizia per chi guarda la tv, e soprattutto non lo è per noi ascoltatori, perché stiamo parlando di piattume non solo televisivo, ma anche musicale. Sia chiaro: non stiamo dicendo che non ci siano canzoni valide in assoluto, anzi. Per come è stato costruito il programma, però, faticano a emergere e a spiccare il volo. E questo già si riflette sugli ascolti: la prima serata del 2026 ha totalizzato tre milioni di telespettatori in meno rispetto a quella del 2025.

Forse il problema è anche che ci eravamo abituati troppo bene: sotto la guida di Amadeus, il polveroso Festival della Canzone Italiana era tornato a essere una vetrina ambita ed efficace per canzoni dal sapore fresco e contemporaneo, riconquistando un pubblico attento alle novità. Negli ultimi anni, invece, anche se qualche inaspettata sorpresa c’è ancora – vedi alla voce Nayt, Chiello, Sayf, Ditonellapiaga o Tredici Pietro – sembra che questa sete di rinnovamento stia ormai andando a esaurirsi.

Perfino gli outfit prescelti appaiono più sobri e severi. Anche a livello di show tv, a furia di evitare come la peste qualsiasi scivolone o episodio discutibile, il risultato è un continuo disinnescare e minimizzare, fino al limite del ridicolo. Se perfino Laura Pausini, icona nazionalpopolare per eccellenza, si sente in obbligo di scusarsi con il pubblico e con sua mamma perché le è sfuggito un piccolo e innocuo doppio senso riferito al microfono, una cosa che non avrebbe scandalizzato nessuno neanche alle medie (“Prima me l’avete messo qua, adesso ce l’ho in mano…”), vuol dire che il clima è davvero teso. Il problema è che questo buonismo imperante e questa assenza di momenti clou finisce per annacquare anche tutto il resto: se la platea fatica a stare sveglia, finisce per prestare meno attenzione anche alle canzoni.

Ecco, e parlando proprio delle canzoni: è evidente che i gusti del direttore artistico, in questo caso Carlo Conti, influenzano parecchio la scelta dei brani in gara. Non necessariamente perché sia dittatoriale, ma perché per poter sperare di essere selezionati tra centinaia di proposte, spesso gli artisti e le discografiche tendono a essere più realisti del re e ad incontro a ciò che più gradisce. Lo ha detto Conti stesso in più occasioni: non è che abbia scartato apposta le canzoni con temi sociali o più impattanti, o che abbia preferito i rapper più melodici a quelli più puri e tecnici, o che si sia buttato sulle ballad anziché sugli uptempo; è che di canzoni diverse non ne ha ricevute abbastanza.

Ormai Sanremo è un’occasione promozionale troppo importante per mancarla, e pur di entrare nel cast molti Big sembrano disposti a sacrificare un po’ della propria personalità, a non osare o a presentare qualcosa che non li rappresenta del tutto. Non possiamo biasimarli, perché il mercato va così, e se ti impone di lanciare un potenziale singolo estivo in pieno febbraio – un’altra tendenza che abbiamo riscontrato spesso, quest’anno – ti tocca piegarti. L’impressione, però, è che negli ultimi anni la musica al Festival sia diventata un contorno a tutto il resto: telepromozioni, attivazioni di brand, collab, balletti per Tik Tok, progetti collaterali, occasioni per racimolare punti al Fantasanremo. Di spontaneo resta poco, e quindi resta anche poco di cui stupirsi. 

Insomma, un appello: ridateci le gaffe, i monologhi imbarazzanti, i movimenti non coreografati, le stecche, i look che discuteremo fino all’anno dopo. Ridateci gli atti di ribellione sul palco, gli incidenti di percorso, i litigi in scena e fuori, i comici che fanno ridere perché non fanno ridere, i fiori presi a calci, le performance imperfette. Perché altrimenti il rischio è che i giovani (sì, proprio quel target di pubblico che per anni la Rai ha sognato di raggiungere, e che ora finalmente era riuscita a conquistare) si stanchino di guardare Sanremo. E che i meno giovani si addormentino sul divano prima della metà della serata.