L’architettura interessa ancora?

«Ci sono due pesci che nuotano insieme e a un certo punto incontrano un pesce più vecchio che nuota nella direzione opposta. Il pesce più vecchio fa loro un cenno con la testa e dice: Salve, ragazzi, com’è lacqua?” I due pesci giovani nuotano un po’ più avanti, poi uno guarda laltro e chiede: Che diavolo è lacqua?”.»
Wallace, David Foster. “Questa è l’acqua”, Einaudi, Torino, 2000.

David Foster Wallace usava questa storia per spiegare quanto sia difficile vedere ciò che ci circonda quando ne siamo completamente immersi. È una questione di prospettiva: la realtà più ovvia è anche la più difficile da riconoscere, e spesso la diamo per scontata.

La quotidianità e gli impegni annebbiano lo sguardo, rendendoci ciechi all’influenza che l’architettura e gli spazi che abitiamo esercitano su di noi. Ci interessa il traffico, la qualità dei luoghi in cui viviamo, la presenza o l’assenza di spazi verdi, ma raramente ci chiediamo perché certi ambienti funzionano e altri no. Perché alcuni spazi ci respingono mentre altri ci fanno sentire a casa, oppure perché certi edifici ci opprimono e altri ci fanno respirare. La forma delle città e dei territori che attraversiamo non è un dato di fatto: è il risultato di visioni, progetti, politiche, scelte, che a volte possono essere anche sbagliate.

C’è stato un tempo in cui l’architettura era considerata parte integrante del dibattito culturale. Le Corbusier scriveva manifesti, Aldo Rossi pubblicava saggi teorici, Giancarlo De Carlo discuteva pubblicamente di architettura partecipativa. Gli architetti non si limitavano a progettare edifici, ma intervenivano nel dibattito pubblico, offrendo chiavi di lettura sulla società, sul futuro delle città, sulla relazione tra spazio e potere. Era un periodo in cui l’architettura non era solo costruzione, ma visione, e il pensiero progettuale aveva un ruolo cruciale nella riflessione intellettuale del tempo.

Oggi, però, la narrazione architettonica sembra essersi ridotta a due estremi: grandi firme e grandi disastri. Si parla di architettura quando un nuovo museo progettato da un’archistar viene inaugurato, o quando un ponte crolla. Nel mezzo, il silenzio.

Il discorso sulla città e sugli spazi che abitiamo rimane confinato alle riviste di settore, mentre nei giornali generalisti l’architettura è relegata a un tema tecnico o estetico, raramente trattato con la stessa profondità riservata ad altre forme di cultura. Questo progressivo isolamento ha trasformato la disciplina in una materia sempre più specialistica, percepita come distante, elitaria, irrilevante per la vita quotidiana.

Per approfondire questo fenomeno, ho chiesto allo storico dell’architettura Marco Biraghi se avesse la percezione che l’architettura non interessi più. La sua risposta è stata netta:

«non è solo una sensazione, è un dato di fatto. L’architettura è diventata un sapere confinato agli specialisti, mentre altre forme di espressione culturale – come la letteratura o il cinema – continuano a essere discusse anche da chi non le ha studiate».

«Questa distanza» continua lo storico «si radica già nella formazione scolastica. Se un tempo nei licei la storia dell’arte offriva almeno qualche nozione di architettura, oggi il tema è ridotto a poche citazioni frammentarie. Il risultato è che la maggior parte delle persone cresce senza strumenti per leggere e interpretare lo spazio costruito: l’architettura viene vissuta, ma non capita».

Anche i media hanno contribuito a questa marginalizzazione. I giornali generalisti parlano poco di architettura e, quando lo fanno, è quasi sempre in chiave spettacolare. La critica architettonica, che un tempo aiutava il pubblico a orientarsi tra le trasformazioni urbane, è ormai quasi scomparsa. Di conseguenza, meno se ne parla, meno viene percepita come un sapere accessibile e meno il pubblico è in grado di interessarsene.

Il problema sta in una pessima comunicazione dei media che sfocia in una conseguente incomprensione, gli architetti non vengono capiti e non viene capito neanche quello che fanno. 

Il problema è anche il modo in cui viene raccontata. Quando l’architettura esce dalle riviste di settore e finisce sotto i riflettori del grande pubblico, il risultato è quasi sempre una caricatura: l’architetto è un genio solitario e incompreso, oppure un tecnico freddo e distante. E l’architettura stessa viene ridotta a un’estetica, a un esercizio formale, senza che venga spiegata la sua complessità sociale e politica.

Questo accade infatti nel caso del recente film vincitore di Oscar “The Brutalist”, un’intera produzione dedicata completamente a un architetto e alla sua architettura. La sua uscita aveva creato molte aspettative: sorprendeva vedere un film offrire una vetrina così ampia all’architettura. Il titolo stesso però non è casuale: non è infatti il Postmodernista, il Decostruttivista o il Razionalista, perché il brutalismo è diventato negli ultimi anni molto riconoscibile e condiviso sui social, dove viene spesso ridotto a un’estetica di cemento e volumi squadrati. In realtà, il brutalismo nasce da un’etica che precede e supera l’estetica: il principio della verità costruttiva, della sincerità dei materiali e della volontà di creare architettura accessibile e funzionale, senza eccessi. Il film avrebbe potuto essere un’opportunità per raccontare questa corrente nella sua complessità, ma finisce per riproporre una narrazione già vista: quella del, già menzionato, architetto-genio solitario, pronto a sacrificare tutto per la propria visione.

Ma “The Brutalist” non è un documentario: al di là della visione romanzata, ha il merito di fare ciò che l’architettura fa meglio, ovvero essere un linguaggio attraverso cui raccontare il mondo, non una soluzione, ma un mezzo che diventa specchio della realtà.

Dobbiamo però fare un passo indietro per osservare questa realtà nella sua interezza.

Se oggi l’architettura sembra non interessare più, il problema non riguarda solo la sua comunicazione, ma anche e soprattutto il modo in cui è stata praticata dagli architetti negli ultimi decenni.

Nel 2017, poco prima della chiusura del suo studio e della sua scomparsa nel 2020, Vittorio Gregotti dichiarava: “L’architettura, in questo momento, sembra non interessare più a nessuno, almeno come io la concepisco”. Non parlava solo di una mancanza di attenzione da parte del pubblico, ma di un mutamento più profondo: l’architettura è diventata una disciplina frammentata, spesso dominata da logiche di mercato, dove la forma si distacca completamente dal contenuto.

Anche Marco Biraghi, storico dell’architettura, conferma questa tendenza. Se da un lato l’architettura è percepita come distante, specialistica, accessibile solo a chi la studia o la pratica, dall’altro è la disciplina stessa ad aver perso la capacità di emozionare e di trasmettere la sua importanza.

Un elemento centrale di questa crisi è stato il fenomeno delle archistar, un termine che nel settore non si usa più, ma che per anni ha dominato il discorso architettonico. Negli anni ’90 e 2000 l’architettura è stata raccontata più attraverso i suoi autori che attraverso i suoi progetti. Il dibattito si è ridotto alla ricerca della forma iconica, piuttosto che della funzione e del significato.

La memoria di questi fenomeni è conservata all’interno di “The Competition” (2013), documentario che segue alcune celebri archistar in un concorso per un museo in Andorra. Nel film il focus non è tanto sull’architettura, quanto sulla tensione tra i protagonisti, sull’ego, sulla spettacolarizzazione del processo.

La percezione dell’architetto come figura distante e astratta è stata consolidata anche attraverso la satira televisiva. A partire dal 2010, Maurizio Crozza ha introdotto il personaggio di “Massimiliano Fuffas”, una parodia ispirata all’architetto Massimiliano Fuksas. In questo ruolo, Crozza rappresenta un architetto-guru capace di vendere teorie astratte senza alcun contatto con la realtà. La satira funziona perché racconta qualcosa di vero, o meglio, perché racconta come l’architettura viene percepita. Fuffas non è solo una caricatura di Fuksas, ma dell’idea stessa dell’architetto-star, che parla un linguaggio incomprensibile e autoreferenziale, più attento a costruire la propria immagine che a rispondere a necessità concrete. È una semplificazione, certo, ma è anche un segnale di quanto sia radicata questa visione nell’opinione pubblica.

Ed è qui che il cortocircuito si autoalimenta: più l’architettura viene raccontata attraverso immagini semplificate, più viene percepita come qualcosa di distante. E più viene vista come distante, più viene raccontata in modo superficiale.

Uno degli effetti più evidenti di questa crisi è stata la perdita della dimensione utopica nell’architettura. Negli anni ’60 e ’70, l’architettura era uno dei terreni più fertili per il dibattito sociale, e gruppi radicali come Superstudio e Archizoom non si limitavano alla progettazione di edifici, ma esploravano il potenziale teorico e critico della disciplina.

Superstudio, fondato a Firenze nel 1966, immaginava scenari distopici come il “Monumento Continuo”, una griglia infinita che avvolgeva il pianeta, unificando tutti gli spazi in un unico sistema uniforme e anonimo. Non era una proposta progettuale reale, ma una critica alla standardizzazione imposta dalla modernità e dal consumismo. Archizoom, nato sempre a Firenze nello stesso periodo, si concentrava invece sul design radicale e sulla sovversione dei modelli abitativi tradizionali, con progetti come “No-Stop City”, una città senza gerarchie, senza forma definita, in cui l’architettura si dissolveva in un flusso continuo di produzione e consumo.

Questi esperimenti non erano semplici provocazioni estetiche, ma strumenti per mettere in discussione il sistema sociale ed economico dell’epoca. L’utopia non era un sogno irrealizzabile, ma un metodo di ricerca, un modo per interrogarsi su cosa l’architettura potesse ancora essere e su come potesse opporsi ai modelli imposti dal capitalismo.

Manfredo Tafuri individuò già negli anni ‘70 il rischio che l’architettura perdesse questa carica critica e si riducesse a un’operazione formale, priva di utopia. Nel suo saggio “Progetto e Utopia”, analizzava il modo in cui il sistema capitalistico aveva svuotato l’architettura della sua dimensione rivoluzionaria, riducendola a un’ “istanza di forma priva di utopia”. Secondo Tafuri, la sfida per gli architetti non era più quella di immaginare mondi alternativi, ma di confrontarsi con le contraddizioni del presente senza illusioni. L’architettura non poteva più ambire a cambiare il sistema, ma poteva almeno svelarne i meccanismi e cercare di comprenderli con lucidità.

Questa visione ha segnato profondamente la disciplina. Negli anni successivi, l’architettura ha smesso di interrogarsi sul proprio ruolo trasformativo e ha iniziato a ripiegarsi su sé stessa. Ha prodotto teorie, ma senza più credere nella possibilità di incidere realmente sulla società.

La cultura popolare e i social media stanno sperimentando nuove forme di espressione architettonica, utilizzando l’ironia e la critica per reinterpretare l’immaginario collettivo. Ne sono un esempio Alvar Aaltissimo, che attraverso meme e post satirici smonta stereotipi e contraddizioni della disciplina, Marialuisa Montanari, che gioca con parodie e situazioni surreali per evidenziare le esagerazioni del settore, e @ctrlxctrlv__, una pagina che riassembla elementi architettonici in collage provocatori, sovvertendo le convenzioni tradizionali. Questo processo non è solo un esercizio di stile: la capacità di destrutturare e riassemblare il linguaggio architettonico è essenziale per immaginare nuove soluzioni e sfuggire alle rigidità del pensiero progettuale consolidato.

Allo stesso tempo, anche il giudizio sull’architettura si è spostato su queste piattaforme, trasformandosi in una forma di critica diffusa. Pagine come @rivolta_architettonica ne sono un esempio emblematico: attraverso un archivio di edifici considerati esteticamente discutibili, evidenziano una produzione edilizia percepita come priva di qualità e identità. 

Parallelamente, si sta assistendo a un cambiamento nel modo in cui gli architetti affrontano la professione. Se l’era delle archistar ha dominato la scena per decenni, oggi molti studi stanno cercando di spostare l’attenzione dalle figure ai processi, dai singoli nomi al lavoro collettivo.

Un esempio è Urban Radicals, uno studio di giovani progettisti che lavora su progetti a scala urbana coinvolgendo le comunità locali. L’idea è che l’architettura non debba essere imposta dall’alto, ma costruita insieme alle persone. È un ritorno al concetto di “architettura partecipativa”, già sperimentato da Giancarlo De Carlo negli anni ‘70.

De Carlo, però, a un certo punto smise di credere in questo approccio perché si rese conto che non sempre esistevano gli interlocutori giusti. L’architettura partecipativa funziona solo se le persone vogliono partecipare. Altrimenti, rischia di diventare un processo simbolico, più che reale. Lo stesso De Carlo, in un passaggio che oggi suona quasi profetico, osservava che l’architettura stava diventando irrilevante per tutti: per i clienti, perché non più in grado di rispondere rapidamente alle loro esigenze economiche; per le istituzioni, perché incapace di produrre simboli forti come quelli generati da altri settori più aggressivi, come il marketing; e per la società, che non vi ritrovava più risposte ai propri bisogni.

Questa perdita di centralità, come analizza Marco Biraghi in “L’architetto come intellettuale” (Einaudi, 2022), non si è tradotta nella scomparsa della disciplina, ma nella sua progressiva marginalizzazione: da linguaggio capace di interpretare e orientare le trasformazioni sociali, a disciplina sempre più relegata a un ruolo di servizio. Il vero pericolo che De Carlo anticipava, infatti, non era tanto l’assenza di costruzioni, quanto la loro riduzione a meri strumenti privi di visione collettiva, inseriti in un sistema in cui a contare non è più la qualità dello spazio, ma la sua rapidità di esecuzione e il ritorno economico immediato. 

Ridurre la crisi dell’architettura a un problema di percezione significherebbe ignorare una questione più ampia: la responsabilità collettiva che questa disciplina porta con sé.

Come scrive Marco Biraghi in “Questa è architettura”, il compito dell’architetto non si esaurisce nella progettazione di edifici, ma consiste nel farsi carico di una visione condivisa, nell’assumersi il peso delle scelte che plasmano la società. Non si tratta di tornare a un’architettura eroica, ma di riscoprirne la funzione più profonda: quella di uno strumento per costruire significati collettivi.

Perché l’architettura torni a essere centrale, serve uno sforzo da entrambe le parti. Gli architetti devono riappropriarsi della capacità di dialogare con il presente, ma è necessario anche che chi vive questi spazi smetta di considerarli un semplice sfondo e torni a interrogarsi sulla qualità dei luoghi che abita. Altrimenti, il rischio è quello di continuare a nuotare, senza renderci conto dell’acqua che ci circonda.