In principio era l’illustrazione

Questo articolo è uscito per la prima volta sul sesto numero cartaceo di Outpump Magazine.

Per questo numero abbiamo sperimentato qualcosa di diverso: una cover disegnata a più mani, non come somma di parti, ma come gesto collettivo in cui ogni tratto prende forma in dialogo con gli altri. Quattro illustratori, Alice Piaggio, Ivo Molino, Gaia Cinquini e Domenico Carnimeo, e una sfida tanto semplice da immaginare quanto difficile da realizzare: intrecciare stili, visioni e sensibilità in un’unica composizione.

Ivo Molino

L’intenzione era chiara: trasformare la copertina in un esperimento di comunità e dare visibilità a chi, pur con talento e visione, spesso resta ai margini delle occasioni editoriali. In un’epoca segnata dall’individualismo, volevamo mostrare che l’arte può essere uno spazio concreto dove immaginare forme di relazione, confronto e costruzione condivisa. Come scriveva John Berger in Ways of Seeing (1972): “Non guardiamo mai una sola cosa; stiamo sempre osservando una relazione tra le cose e noi stessi”. Questa cover è esattamente questo: un intreccio visivo tra persone, segni e mondi, che prende vita nello spazio sottile tra l’immagine e lo sguardo di chi la osserva.

È importante chiarire che parlare di illustrazione significa parlare di linguaggio. Rudolf Arnheim ricordava che tutti i linguaggi, verbale e visivo, sono forme di pensiero che non si limitano a trascrivere un’idea già definita, ma la costruiscono nel momento stesso in cui vengono prodotti (Arte e percezione visiva, 2002). In questo senso, vale la pena interrogarsi sul perché la parola venga ancora considerata lo strumento più autorevole per trasmettere sapere. La cultura scolastica, la struttura delle discipline, il modo stesso in cui viene valutato il pensiero critico, hanno a lungo privilegiato la parola come mezzo ufficiale del sapere, relegando l’immagine a ruolo decorativo o illustrativo. Ma il primato del linguaggio verbale non corrisponde alla nostra esperienza sensoriale: basti pensare ai bambini, che prima ancora di parlare osservano, associano forme e riconoscono segni. L’intelligenza visiva è la prima a svilupparsi e ad accompagnare ogni successiva forma di pensiero.

“Vedere precede le parole”, scrive ancora Berger. È attraverso la vista che costruiamo la nostra posizione nel mondo. Le parole ci aiutano a spiegare ciò che vediamo, ma non possono sostituire la percezione. Maurice Merleau-Ponty sosteneva che percepire significa trasformare un’esperienza in coscienza, e che nel passaggio dal vedere al dire c’è sempre uno scarto. L’immagine conserva una traccia dell’esperienza originaria che il linguaggio verbale non può restituire del tutto. Italo Calvino, infatti, diceva che molte sue storie nascevano da una visione carica di senso, ancora prima di trovare le parole per raccontarla.

Per gli illustratori, questo legame tra rappresentazione e linguaggio è un’esperienza quotidiana. Ivo Molino attinge dalla cultura dei graffiti, dove il segno nasce dal contesto urbano e dalla relazione con chi lo osserva, ed è spesso un gesto immediato che parla prima di qualsiasi parola. Gaia Cinquini costruisce il suo immaginario a partire da elementi visivi incontrati per strada, da un’insegna scolorita a un accostamento cromatico fortuito, trasformandoli in illustrazioni che conservano la memoria dell’esperienza sensibile. In entrambi i casi, l’immagine è un punto di partenza per la narrazione, non un prodotto derivato.

Domenico Carnimeo

Ma cosa raccontano le illustrazioni della società in cui nascono? Oggi, così come ieri, le immagini non si limitano a rappresentare: prendono posizione, influenzano il modo in cui percepiamo il mondo, raccontano tensioni e desideri collettivi. Alice Piaggio osserva che l’illustrazione sta trovando più spazio anche a livello commerciale, dal packaging alle campagne pubblicitarie, segno di un linguaggio visivo sempre più centrale nella cultura di massa. Domenico Carnimeo, invece, nota che negli ultimi anni l’illustrazione è diventata familiare a un pubblico più ampio grazie alla diffusione di fenomeni pop come anime e serie animate. 

Tutti e quattro gli illustratori riconoscono che i social media hanno oggi un ruolo fondamentale nel loro lavoro: sono strumenti essenziali per condividere le proprie opere e raggiungere pubblici più ampi. Pubblicano comunque in modo spontaneo, cercando di mantenere un rapporto naturale con il proprio canale, più vicino alla narrazione che alla promozione, che può risultare troppo “meccanica”.

Lo studio The Impact of Social Media on Art Consumption and Critique (Nnenna, 2024) conferma infatti che le piattaforme digitali hanno ampliato l’accesso all’arte, ma che l’hanno portata anche a un pubblico “accidentale”, che non appartiene al settore e che, diversamente da chi frequenta musei e gallerie, non è nemmeno in cerca di arte quando se la ritrova davanti nella propria “homepage”.

In questo scenario, i social media rappresentano uno strumento ambivalente. Da un lato, come sottolinea ancora Nnenna, costituiscono una vera e propria infrastruttura discorsiva, capace di democratizzare l’accesso all’arte, ospitare dibattiti culturali e dare voce a soggetti esclusi dai circuiti ufficiali: “Molti dibattiti legati all’arte e alla cultura, che altrimenti rimarrebbero marginali […] si svolgono sempre più spesso sull’infrastruttura discorsiva offerta dai social media. ”. Dall’altro, pongono sfide nuove: la manipolazione dei contenuti, la semplificazione delle immagini, la visibilità che diventa metrica di valore a scapito della qualità: “La maggior parte dei contenuti sui social media è potenzialmente manipolatoria […] dalla parodia al plagio. ”. E la legittimità della critica professionale appare sempre più legata alla sua visibilità algoritmica, più che alla profondità analitica. Tutto questo rischia di appiattire il senso dell’immagine, riducendola a un’esca visiva invece che a un dispositivo di pensiero.

1 Gaia Cinquini, 2 Ivo Molino, 3 Domenico Carnimeo, 4 Alice Piaggio

La cover è stata anche un banco di prova per sperimentare la co-creazione senza perdere le differenze. Alice racconta la sfida di trovare un equilibrio in un lavoro corale; Ivo parla di un inizio incerto che ha lasciato spazio a una sintonia crescente. Gaia ha apprezzato la libertà del progetto e il piacere di vedere convivere approcci visivi diversi; Domenico definisce il risultato un “contrasto armonioso” in cui ogni contributo mantiene la propria identità.

Cercare di unire quattro stili diversi non è facile. I riferimenti degli illustratori spaziano da fumetti americani e cartoni giapponesi (Domenico), alla cultura surf e skate degli anni Novanta e Duemila (Gaia), ai motivi della Russian folk art (Alice), fino ai maestri del fumetto e del tatuaggio (Ivo). Eppure, proprio questa distanza diventa fertile: la differenza non è un ostacolo, ma un’occasione per trovare un linguaggio comune che non cancelli le voci, ma le armonizzi.

Tutti condividono la convinzione che fare rete sia indispensabile. Alice lo considera il modo migliore per far viaggiare i progetti; Ivo vede nella collaborazione una spinta più efficace del marketing individuale; Gaia immagina una comunità forte, capace di dare voce e peso agli illustratori; Domenico valorizza il dialogo tra stili come occasione di crescita. Secondo John David Wright (The Power of Convening, 2024), queste dinamiche non sono solo il frutto di una buona collaborazione, ma l’espressione di una vera e propria infrastruttura culturale. Le pratiche artistiche collettive, scrive, non sono semplicemente risposte a contesti di crisi o alternative organizzative, ma modalità di relazione trasformative. La “convocazione”, in questo senso, diventa un atto capace di dare forma a luoghi non solo fisici ma simbolici e relazionali. Il collettivo non è un espediente né un genere artistico, ma un modo per pensare e vivere insieme, fuori dalle logiche istituzionali e dalle dinamiche del mercato.

Il ruolo dell’illustratore, come più in generale dell’artista, sembra oggi andare ben oltre la produzione di immagini. Il testo The Role of the Artist in Society (Wright, J., 2022) parla dell’artista come civic thinker: una figura che agisce nella società con uno sguardo critico, proponendo visioni alternative, mettendo in discussione narrazioni dominanti e offrendo strumenti per pensare collettivamente. L’artista, in questo senso, è anche educatore, attivatore, costruttore di spazi immaginativi e sociali. Ma è anche una figura precaria. “Ci vogliono anni prima che questo lavoro venga preso sul serio,” dice Alice. “E anche quando succede, è difficile far capire che dietro un’immagine c’è tempo, studio, fatica.” Ivo lo conferma: “Quando l’illustrazione è ben fatta, sembra semplice. Ma non lo è mai.”

Domenico Carnimeo

Anche la gestione del tempo è parte integrante di questa riflessione. Alice deve conciliare vita familiare e lavoro creativo; Gaia alterna periodi di intensa produttività a momenti di pausa necessari a rigenerarsi; mentre Ivo considera fondamentale il “cazzeggio creativo” per mantenere viva l’immaginazione. In un’epoca che esige prestazione continua, il tempo della creatività resta non lineare, fatto di vuoti e picchi, di soste e accelerazioni. E la collaborazione può diventare una strategia per reggere questo ritmo, distribuire energie e sostenere reciprocamente i processi.

In questo contesto, anche la questione dell’intelligenza artificiale apre interrogativi complessi. Gaia esprime preoccupazione per la rapidità con cui si possono oggi generare immagini artificiali, temendo che questo riduca il riconoscimento del lavoro umano. La tecnologia è davvero un’alternativa? O piuttosto un’ulteriore sfida a ripensare il valore della sensibilità umana?

Infatti, se è vero che gli strumenti digitali ampliano le possibilità tecniche, è altrettanto vero che il cuore dell’illustrazione resta nella relazione, quella tra autore e spettatore, nel confronto tra artisti e poi ancora, tra segno e significato, tra esperienza e rappresentazione. Nessun algoritmo potrà replicare l’intuizione, il dubbio, il gesto imperfetto e pieno di senso che rende un’immagine viva. Come abbiamo detto, l’arte non si limita a rappresentare il mondo, lo trasforma.

Gaia Cinquini

Forse è proprio qui che il legame tra rappresentazione e linguaggio si manifesta con più forza. Nei social, l’immagine arriva per prima e colpisce immediatamente, ma per trasformarsi in esperienza ha bisogno di tempo e contesto. Questa cover chiede proprio questo: soffermarsi sui dettagli, esplorare una mappa di relazioni in cui quattro stili, quattro percorsi, quattro visioni si intrecciano e si influenzano, raccontando qualcosa che nessuno avrebbe potuto esprimere da solo. È un atto lento, opposto al consumo veloce. È la prova che, quando nasce da un incontro, un’immagine può diventare molto più di ciò che mostra. È un invito a riconsiderare il modo in cui vediamo e a ricordarci che, come scriveva Berger, osservare non è mai un atto neutro, ma sempre una relazione. Questo testo non può restituire davvero ciò che i quattro illustratori hanno composto insieme: le forme, i colori, vanno guardati e non spiegati. Prima di andare avanti, chiudete la rivista e riguardate la cover: voi cosa vedete?