Il rap ha sempre avuto un problema con le donne?

Iniziando questo articolo, mi sembra necessario fare due premesse.

La prima riguarda il contesto stesso in cui si scrive. Trovare parole sensate nei momenti in cui un tema diventa improvvisamente centrale nel dibattito pubblico è sempre complesso. Esiste una sensazione di straniamento che ci attraversa quando vediamo l’attenzione collettiva concentrarsi — spesso per periodi brevissimi — su questioni che, nella loro urgenza, non hanno nulla di eccezionale. Eppure, scegliere il silenzio per timore di aggiungere solo un’altra voce al coro sarebbe un errore. Restare nel dibattito, anche nei momenti di massima esposizione e confusione, è necessario. È proprio durante questi picchi di attenzione mediatica — con tutte le loro distorsioni e contraddizioni — che può aprirsi uno spazio di confronto trasversale, in cui far circolare idee e parole che altrimenti resterebbero ai margini. Sono questi i momenti in cui temi antichi e strutturali possono essere percepiti come urgenti da un pubblico più ampio. E anche se quella finestra si richiude presto, vale sempre la pena abitarla.

La seconda premessa riguarda la posizione di chi scrive. Sono un uomo, e questo non può che emergere quando si affrontano temi che attraversano strutture sociali e culturali a cui tutti siamo sottoposti. Crescendo all’interno di un sistema patriarcale, ho inevitabilmente beneficiato dei privilegi che esso assegna al genere maschile. Il mio ascolto della musica rap — e dei suoi testi misogini — soprattutto da adolescente, è stato evidentemente diverso da quello che avrebbe potuto vivere una donna. Questo tentativo di analisi nasce quindi da un punto di vista maschile che cerca di decostruire, almeno in parte, la propria esperienza in relazione a un genere musicale che continua a rappresentare una parte importante della sua identità. Questo punto di vista è stato condiviso con la redazione di Outpump, che ha ritenuto potesse offrire un contributo utile al dibattito.

Finite le premesse, passiamo ai fatti. Negli ultimi giorni sono circolati online alcuni video di denuncia pubblicati dall’ex fidanzata del rapper Faneto, che accusa l’artista di averle inflitto violenze fisiche e psicologiche. I contenuti sono agghiaccianti e, di fatto, parlano da soli. Nel giro di ventiquattro ore si è scatenata una reazione a catena. Faneto è scomparso dai social, la maggior parte dei colleghi con cui aveva collaborato ha dichiarato di non avere più contatti con lui da tempo, mentre numerosi artisti e pagine legate alla scena rap hanno espresso messaggi di solidarietà nei confronti della ragazza. Nelle stesse ore, il rapper è stato aggredito a Milano: dell’episodio circolano diversi video che hanno rapidamente fatto il giro della rete.

«A questo punto è giusto chiedersi se il rap abbia perso la sua bussola morale o se il genere sia intrinsecamente misogino».
Gabriel Seroussi

Il dibattito che si è sviluppato attorno alla vicenda ha generato tre tesi, che vale la pena elencare sinteticamente. La prima posizione sostiene che questo fatto non abbia nulla a che fare con il rap: la violenza di genere, in questa prospettiva, è un problema sociale radicato e trasversale, che prescinde dalla professione o dal contesto culturale in cui si manifesta. La seconda afferma invece che il rap non abbia più i valori di una volta, e che il genere abbia perso la propria bussola morale: il venir meno dei principi originari avrebbe lasciato spazio a un vuoto etico che oggi si riflette in comportamenti distorti e disumanizzati. La terza, individua nel rap stesso una responsabilità diretta: il linguaggio misogino e la violenza intrinseca al genere contribuirebbero a normalizzare, e persino a rendere attraente, la violenza agli occhi di un pubblico giovane e influenzabile. Ognuna di queste tesi coglie una parte della realtà e, in modi diversi, contiene una certa legittimità interpretativa. 

Cercando dunque di fare ordine, è opportuno porsi le giuste domande. La prima, forse la più difficile, è: il rap è responsabile? La violenza di genere e la misoginia non nascono nel rap, ma nelle strutture patriarcali che sorreggono la nostra società. Tuttavia, questo non significa che il rap sia “innocente”. Come molte altre sfere della vita sociale — spesso solo apparentemente più innocue — il rap tende a riprodurre queste stesse strutture, e talvolta persino a promuoverle. Il legame tra cultura e realtà è infatti circolare: le due dimensioni non sono mai davvero separate, ma si alimentano reciprocamente. La cultura sostiene e legittima la realtà, così come la realtà plasma e orienta la cultura. Da questa prospettiva, è necessario mettere in discussione uno dei presupposti più radicati nel genere: l’idea che “il rap racconti solo la realtà per quella che è”. Come osserva il giornalista Simon Reynolds, analizzando l’insistenza retorica del rap sul concetto di “realtà” (“keep it real”, “realness”, “be real”), questo attaccamento al “reale” finisce per sancire la morte del “sociale”. Negando ogni possibilità trasformativa del mondo, tale presupposto propone un’accettazione pragmatica e disincantata di una versione brutalmente riduttiva della realtà.

Una visione che, in fondo, è profondamente falsa. Primo, perché nessuna forma di narrazione si limita a “fotografare” la realtà: ogni racconto la interpreta, la costruisce, la orienta. Secondo, perché il rap — come qualsiasi altra forma culturale — non si limita a rappresentare il mondo, ma lo influenza attivamente, modellando il nostro modo di percepirlo e comprenderlo.

Una seconda domanda utile a cui rispondere è perché il rap mostri una particolare propensione a utilizzare un linguaggio violento e denigratorio nei confronti delle donne. Va anzitutto ricordato che gli stereotipi di genere sono onnipresenti nella musica popolare, dove le donne vengono spesso rappresentate come inferiori o subordinate agli uomini. Tuttavia, è innegabile che il rap presenti una frequenza più elevata di contenuti sessualmente espliciti e misogini, spesso espressi in modo più diretto rispetto ad altri generi musicali. I docenti Ronald Weitzer e Charis E. Kubrin hanno individuato tre principali cause che contribuiscono a spiegare questo fenomeno. La prima riguarda la riproduzione della “mascolinità egemonica”, ossia di un modello culturale che legittima la supremazia maschile e la subordinazione delle donne e degli uomini non conformi. Radicato nei media e nella cultura popolare, questo modello celebra la forza fisica, la virilità, il controllo emotivo e la capacità di dominio come tratti distintivi dell’essere uomo. Nel rap, tali valori si traducono spesso in narrazioni che associano l’identità maschile al potere, alla conquista sessuale e alla violenza simbolica o fisica. La seconda causa riguarda le logiche dell’industria musicale. Le case discografiche e i produttori spingono gli artisti verso contenuti “hardcore” — violenza, sessualità esplicita, misoginia — perché considerati più vendibili. Gli artisti che propongono messaggi sociali o positivi vengono invece spesso marginalizzati. Infine, una terza causa riguarda le condizioni sociali e materiali da cui il rap emerge. Nato come espressione delle esperienze dei giovani nelle periferie urbane, il rap riflette spesso la durezza della vita in contesti segnati da povertà, esclusione e mancanza di opportunità. In tali ambienti, il rispetto sociale è frequentemente associato a comportamenti violenti o alla conquista sessuale. Studi etnografici mostrano come la cosiddetta “street culture” valorizzi la dominazione sulle donne come segno di status maschile e di affermazione identitaria, riproducendo così a livello locale la stessa logica patriarcale che permea il sistema nel suo complesso.

A questo punto è giusto chiedersi se il rap abbia perso la sua bussola morale o se il genere sia intrinsecamente misogino. Mentre negli Stati Uniti esistono numerosi studi sull’evoluzione del rapporto tra rap, società e rappresentazioni di genere, in Italia la riflessione su questi temi resta ancora limitata. Il rap italiano, del resto, ha seguito traiettorie molto diverse rispetto a quello statunitense, per ragioni storiche e sociali evidenti. Come è accaduto in gran parte delle sponde del Mediterraneo, quando il rap arriva nel nostro Paese negli anni Ottanta trova da subito spazio come linguaggio di espressione militante, profondamente legato ai centri sociali, che in quel periodo rappresentavano veri e propri hub di produzione culturale dal basso. Con il progressivo declino dei centri sociali e il fallimento dei primi tentativi di commercializzare il rap, il genere conosce una nuova fase a partire dagli anni Duemila. A riuscire nell’impresa di radicare l’hip hop nella cultura popolare italiana è la generazione che muove i primi passi a cavallo del nuovo millennio e che raggiunge la piena affermazione nel mercato mainstream nei primi anni Dieci. Da allora si possono individuare altre due ondate di successo: quella del 2016 e quella più recente, esplosa durante e dopo la pandemia. Oggi ci troviamo, forse per la prima volta, di fronte a un rap che parla a un pubblico vastissimo. Un genere che ha perso qualcosa in termini di posizionamento politico o di coerenza con le sue origini, ma che ha guadagnato in rappresentatività: ha dato voce a mondi sociali prima esclusi, dai rapper provenienti da comunità razzializzate alle donne stesse, figure quasi totalmente assenti dalla scena negli anni Novanta. La risposta, quindi, non può essere univoca. Da un lato, la commercializzazione di un fenomeno sociale e culturale produce inevitabilmente degli scompensi: si perdono parte dei valori originari e del valore intrinseco della cultura stessa, come spesso accade quando un linguaggio nato ai margini entra pienamente nello spazio del consumo di massa. Dall’altro lato, però, un genere più popolare diventa anche più accessibile e inclusivo, offrendo spazio a soggettività e realtà che in passato erano escluse da un rap più di nicchia e chiuso su sé stesso. 

In conclusione, uno dei dati più evidenti che sono emersi in questa vicenda è lo iato tra la crescente sensibilità collettiva su alcuni temi e l’approccio che oggi caratterizza gran parte del rap italiano. È innegabile che una porzione ampia della società stia attraversando un processo di riflessione e messa in discussione dei ruoli di genere, cercando nuove forme di rappresentazione e di equilibrio. Il rischio è che il rap — proprio per il suo rapporto storicamente distorto con la mascolinità — finisca per assumere una funzione di conservazione, se non addirittura di restaurazione, consolidando modelli e linguaggi che altre sfere della società stanno faticosamente provando a superare. 

E arriviamo alla domanda delle domande: cosa si può fare per invertire la rotta? Anche in questo caso, non esiste una risposta univoca. Le possibili soluzioni non risiedono tanto nei comportamenti individuali, quanto in una ricerca collettiva di consapevolezza e responsabilità. Sarebbe infatti ingenuo pensare che la questione possa risolversi attraverso scelte personali — come smettere di ascoltare Faneto o chiedere alla sua etichetta di rescindere il contratto — per quanto condivisibili possano essere. Ci troviamo di fronte a un tema strutturale, che riguarda l’intera comunità legata al rap: artisti, pubblico, industria discografica e media. Solo attraverso la costruzione di un discorso collettivo, capace di analizzare criticamente il genere e i suoi linguaggi, sarà possibile favorire un qualsivoglia tipo di cambiamento reale.