Il problema non è Digger, siamo noi

Partiamo dalla fine, e cioè dal fatto che il problema non è Digger, il nuovo film di Alejandro González Iñárritu, ma siamo noi. E con “noi” intendiamo sia l’industria cinematografica che l’insieme composto dal pubblico e dalla critica. Warner Bros. ha deciso di distribuirlo in un certo modo, riadattando, più o meno fedelmente, quanto aveva già fatto in precedenza con Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson: nessun festival, una comunicazione essenziale, a tratti criptica, lontana dal vero senso del film. Digger non è un film facile. Non è immediato, non rispecchia quello che, nei mesi scorsi, è stato comunicato. Prende rapidamente un’altra strada – una che, senza esagerare, può confondere lo spettatore. Eppure trova un equilibrio e una forma che non solo ricalcano la visione di Iñárritu, ma che danno anche una grande occasione a Tom Cruise. 

Prima ancora del suo arrivo in sala, Digger è stato stroncato da una fetta consistente della critica americana. Un’altra parte, non altrettanto consistente, ne ha quasi approfittato per attaccare frontalmente Iñárritu e il suo cinema. Intanto, il potenziale pubblico ha visto un trailer che non lascia minimamente intuire la portata metanarrativa del racconto. Dopo il primo weekend, è toccato ai titoli sul flop commerciale del film: appena 8 milioni in Nord America a fronte di un budget enorme, da blockbuster. Insieme alle sentenze di fallimento, sono arrivati i primi conti: se Digger continua così, perderà almeno 150 milioni di dollari. Sono mancate le analisi e gli approfondimenti. E un film che avrebbe meritato un altro tipo di attenzione è finito al centro di un enorme fraintendimento di massa. E paradossalmente la sua qualità, vera o presunta, non c’entra: c’entra il fatto che non abbiamo parlato di ciò che Digger è davvero. 

In Italia non è andata meglio. Warner Bros. ha chiesto ai giornalisti di evitare di rivelare troppi dettagli sulla trama, e quindi quest’opera colossale è passata come l’ennesima affermazione arrogante dell’ennesimo grande autore cinematografico, incensato a più riprese e ora confuso. Digger, però, non è questo. Digger è una riflessione sull’attualità, su temi che ci toccano da vicino, come il consumismo sfrenato e il capitalismo più impietoso, ma pure il nostro rapporto con la natura, con l’altro e con la politica. E poi è un film che disseziona intimamente due linguaggi: quello del cinema e quello del teatro. Non è solo una commedia grottesca, come qualcuno lo ha definito. E l’operazione di satira che tenta di fare Iñárritu è decisamente più complessa e ricca di quella che, anni fa, aveva tentato Adam McKay con Don’t Look Up.

Insomma, non ha alcun senso provare ad affibbiare a questo film un’etichetta. E non ha alcun senso nemmeno provare a paragonarlo a qualcos’altro: è un Birdman rivisitato, futuristico, più acuto? Digger è Digger. Proprio come Iñárritu è Iñárritu e Tom Cruise è Tom Cruise. E a questo proposito: non si può parlare di Digger senza parlare dell’interpretazione di Cruise, che si dà completamente, dal primo all’ultimo minuto. Che si è prestato, e non per modo di dire, alla visione di Iñárritu e si è trasformato in uno strumento essenziale per il racconto: il trucco, una recitazione più a fuoco, dentro e fuori da due ruoli che si completano a vicenda. Sotto questo punto di vista, Digger è anche un film sulla recitazione e su quello che vuol dire interpretare una parte nella società, muovendosi nel modo in cui gli altri si aspettano che ci muoviamo e cavalcando le aspettative per difendere la propria libertà. 

Digger si muove nello stesso istante su due linee: una più ampia, che coincide con quello che ci è stato mostrato nei vari trailer e con quello di cui parlano e hanno parlato i critici; e una più breve, costretta all’interno di uno spazio – tanto fisico quanto temporale – preciso. Nella corsa critica di queste settimane, è stata detta un’altra cosa, più o meno condivisibile: Digger è un film che con il tempo verrà rivalutato, che, come alcuni grandi classici del passato, verrà considerato diversamente nei prossimi anni. Potrebbe essere vero come potrebbe non esserlo. Ma non ha senso aspettare quando un film è ancora in sala e può essere visto. Non ha senso ridurre un ragionamento critico a un fraseggio da ping pong: o di qua o di là, o con noi o contro di noi; o capolavoro assoluto o disastro incommentabile. 

Il problema, l’abbiamo già detto, non è Digger. Il problema è come Digger ci è stato presentato, il modo in cui, specie nei primi giorni e nelle prime ore, se ne è parlato. Il problema è anche la pigrizia di un certo pubblico che preferisce aspettare, che si fa passare davanti un film senza nemmeno dargli una possibilità. Il tentativo di Warner Bros. di cavalcare l’ondata negativa dei commenti è servito a poco: si è fermato al mercato nordamericano; di qua, da quest’altra parte del mondo, sono arrivati i meme, le dichiarazioni di Guillermo del Toro e Alfonso Cuarón, che hanno difeso Iñárritu, e i sorrisi di Tom Cruise. Digger è un film che parla di tutto e, di conseguenza, parla anche di noi. E proprio per questo, forse, andrebbe recuperato: per scoprire un altro punto di vista rispetto al nostro e per ritrovarci, per una volta, al centro del dibattito e non ai suoi margini. Il fatto che sia un film che non lascia indifferenti gli spettatori è una cosa buona. Ottima, anzi. Perché quantomeno significa che ha fatto quello che il cinema – al di là dei vari giudizi sulla sua qualità – dovrebbe fare sempre. Porre domande, non suggerire risposte. Piantare il seme del dubbio e non rassicurare.