Il posto più importante dell’eredità di Mac Miller non è un album

Son passati esattamente otto anni da quel 7 settembre 2018 e, nel tempo trascorso dalla sua scomparsa, l’eredità di Mac Miller, uno degli artisti più profondi e sensibili della sua generazione, ha continuato a trovare modi per essere custodita e tramandata. Alcuni passano per la sua discografia, anche attraverso i numerosi lavori postumi, altri attraverso le persone con cui ha condiviso musica, idee e tempo. Uno di questi, però, ha un indirizzo e un nome precisi: Los Angeles, The Sanctuary.

Era questo il nome con cui l’artista di Pittsburgh aveva battezzato il suo studio domestico, ricavato in una stanza al piano inferiore della casa in cui viveva dal 2012, accanto alla piscina. Nel 2013, raccontava alla rivista musicale statunitense “The FADER” di aver investito circa 50 mila dollari per costruirlo, con una ragione molto semplice: avere la possibilità di fare musica senza limiti di tempo.

Quella libertà creativa si sente già in “Watching Movies with the Sound Off” (2013), un disco che avrebbe segnato una svolta nel suo percorso artistico. L’album nasce in un momento in cui Mac si stava allontanando sempre di più dall’immagine del giovane rapper di provincia dei primi anni di carriera, legata a un immaginario spensierato e al rap da mixtape, mentre il suo linguaggio diventava più intimo, scuro e sperimentale. Il Sanctuary gli offriva la cornice perfetta perché quella trasformazione potesse avere luogo: uno spazio sempre disponibile, dove lavorare senza fretta e lasciare che idee e collaborazioni prendessero naturalmente forma. A raccontarlo sono anche le testimonianze dell’epoca, in cui Los Angeles e la nuova cerchia di persone incontrate in quel periodo emergono come parte di un cambiamento destinato a segnare gli anni successivi.

Col tempo, il Sanctuary ha smesso di essere soltanto il luogo in cui Mac lavorava alla propria musica. Le sue porte si sono aperte alle persone con cui aveva costruito legami dentro e fuori dalla scena: Earl Sweatshirt, Schoolboy Q, Ab-Soul, Thundercat e altri artisti passavano da quelle stanze per registrare o anche solo passare del tempo insieme. Thundercat, in particolare, sarebbe diventato uno dei compagni più ricorrenti di quelle sessioni e, anni dopo, avrebbe condiviso con Mac anche il palco dell’iconico Tiny Desk Concert del 2018.

2013, Photo by Malcolm McCormick

Le tracce di quel via vai sono rimaste anche nei dischi. “I Don’t Like Shit, I Don’t Go Outside (2015)” di Earl Sweatshirt, il suo secondo album solista, indica infatti il Sanctuary tra gli studi utilizzati per le registrazioni. Poco dopo, quelle stesse stanze compaiono nei crediti di “Feel Good” (2013)” dei The Internet, il secondo album della band. Al magazine musicale statunitense Stereogum, Syd e Matt Martians raccontarono che lavorare a casa di Mac fu «the beginning of a cool little getaway from the norm», un cambio di ambiente dal quale nacquero idee che difficilmente sarebbero emerse altrove.

Esempio emblematico di ciò che si poteva creare nelle sessioni al Sanctuary è “Stolen Youth”, il mixtape del 2013 di Vince Staples prodotto da Mac sotto lo pseudonimo Larry Fisherman. Fu Earl a portare Vince con sé: Mac gli chiese perché non producesse più musica e, quando Vince rispose che non aveva nessuno che gli offrisse dei beat, iniziò subito a lavorarci. Da quell’incontro nacque un progetto che avrebbe segnato un passaggio importante nella carriera di Vince e mostrato un altro lato della vocazione creativa di Mac.

Il legame tra quelle esperienze condivise e la musica di Mac sarebbe rimasto evidente anche nei progetti che avrebbe realizzato in quegli anni. Nel 2014, parlando di “Faces” a “The FADER”, Mac descrisse il mixtape come un lavoro che racchiudeva l’essenza di ciò che accadeva al Sanctuary. Pubblicato nello stesso anno, il progetto rappresenta uno degli snodi più radicali della sua evoluzione artistica, il momento in cui la ricerca iniziata con “Watching Movies with the Sound Off” raggiunge una dimensione ancora più introspettiva. Nelle 24 tracce di “Faces”, Mac affronta apertamente il rapporto con la tossicodipendenza e la depressione, temi che sarebbero tornati con forza nella musica dei suoi ultimi anni, mentre sul piano musicale si concede una libertà sempre maggiore rispetto alle convenzioni del rap. È proprio questa libertà a legare il mixtape al Sanctuary, dove Mac poteva lavorare senza vincoli e lasciare che le canzoni prendessero direzioni diverse durante le sessioni.

“Faces” avrebbe continuato a riemergere anche dopo la scomparsa di Mac. Nel 2021 il mixtape è stato pubblicato ufficialmente sulle piattaforme, rendendo facilmente accessibile un lavoro che per anni era circolato solo nella sua forma originale e arricchendolo della traccia “Yeah – bonus”. Dagli archivi di quella stessa stagione creativa sarebbe arrivato un altro tassello della sua eredità: “Balloonerism”, progetto onirico e malinconico risalente al 2014 e rimasto inedito per oltre un decennio prima della pubblicazione postuma nel 2025. Anche questo disco prese forma durante le sessioni al Sanctuary, attraverso le jam con Thundercat, con la presenza di SZA in una delle tracce a testimoniare quanto fosse permeabile l’ambiente creativo che Mac aveva costruito attorno a sé.

Da quelle stanze, insomma, sarebbe continuata a provenire musica anche quando Mac non avrebbe più potuto tornarci. Alcune registrazioni sarebbero rimaste lì per anni prima di tornare alla luce, mentre altre avrebbero trovato una strada tutta loro verso il pubblico attraverso dischi e collaborazioni. La musica continua così a muoversi anche quando il luogo in cui è stata creata non è più attivo.

Oggi, a raccogliere e ordinare ciò che resta di una produzione musicale tanto ampia quanto capace di raccontare la profondità di Mac Miller, c’è anche un nuovo spazio digitale. A poche settimane dall’ottavo anniversario della sua scomparsa, il sito ufficiale dell’artista è stato rinnovato col coinvolgimento della madre Karen Meyers e del fratello Miller McCormick, che continuano a custodirne la memoria e a portarne avanti l’eredità. L’archivio online riunisce la discografia, fotografie e video che attraversano anche gli anni vissuti al Sanctuary, insieme ai testi e alla sezione “On This Day”, un calendario che fa ripercorrere la sua carriera secondo un percorso personale fatto di ricordi e connessioni con le sue canzoni.

Ed è proprio guardando a ciò che continua a riemergere negli anni che si comprende cosa abbia reso così particolare quel luogo. Al Sanctuary la musica di Mac nasceva insieme alle persone che gli stavano intorno, e in quelle sessioni una canzone poteva diventare l’inizio di qualcos’altro, anche per qualcun altro. Prima ancora di diventare album, di arrivare agli ascoltatori e, anni dopo, agli archivi che oggi li custodiscono, era già lì che prendeva davvero forma la sua eredità musicale. E forse anche la sua essenza.