Abbiamo tirato tutti un respiro di sollievo dopo la visione de Il Diavolo Veste Prada 2, che aveva tutta l’aria di essere il solito sequel nostalgico. Invece, usciti dalla sala, quello che avevamo sul viso era un sorriso amaro. Forse una smorfia più profonda rispetto a quella che ci stampava sul viso il primo film – che comunque finiva già con un bel “Ma anche no” alla vita di Miranda, Emily e compagnia – perché al centro di questo secondo capitolo non ci sono più il sogno della moda, la passione, l’opulenza. Piuttosto, la disillusione, la dedizione, il sacrificio. Perché forse Miranda non è cambiata (ha solo iniziato ad appendersi da sola i cappotti in ufficio), ma l’editoria e la moda sì.
I giornali mainstream faticano a vendere copie, si appoggiano agli investitori come ad ancore di salvezza e vivono di tagli continui. La moda che si trova tra le pagine stampate non è più dettame, nemmeno aspirazione, ma solo un patchwork di favori e outfit che non ci può nemmeno permettere di sognare. In questo contesto, come fanno notare in molti, le Miranda della vita reale non hanno certo smesso di esistere. Viaggiano in economy, presenziano a festival minori e non sono più invitate a tutti i front row, certo, ma mantengono il loro senso di superiorità, il loro modo di lavorare. Pur in un mondo dove questo atteggiamento non si giustifica più.

Se alla fine del primo film si poteva uscire pensando che dopo tutto, sì, tutti vorremmo quella vita, oggi è impossibile. Nel mondo nuovo c’è posto per Runway, ma l’elefante nella stanza è Miranda: il suo rifiuto di lavorare in un modo diverso, la sua mancanza d’interesse per i nuovi protagonisti (e le nuove regole) del mercato, il suo rigore. Nessuno vuole più essere Miranda, nemmeno lei – che quando le si presenta la possibilità di perdere la sua posizione storica non si riconosce nemmeno.
Non ci sono sconti ne Il Diavolo Veste Prada 2, forse uno dei pochissimi sequel davvero coraggiosi. L’immagine che dà del lavoro nell’editoria, e in particolare dell’editoria della moda, è a tratti ridicola. Eppure, ancora una volta, si esce col sorriso. Perché forse non vorremmo essere Miranda – anzi, è tempo che le Miranda vadano in pensione – ma il film racconta che, nella crisi, si può provare a fare le cose diversamente.
Ci provano Andy e Emily, che decidono di lasciarsi alle spalle le differenze di status e formare un’alleanza (per non dire amicizia). Una volta annunciata la sopravvivenza, col boccaglio, di Runway, il team di scrittori con una penna di qualità selezionati da Andy è quello che ottiene più budget, più spazio. E mentre i due segretari alla cattedra della direttrice restano intrappolati alle regole di allora, ad avanzare di ruolo è la stagista Gen Z che segue norme tutte sue.
Insomma, Il Diavolo Veste Prada 2 ci dice che è ora di smettere di sognare un mondo che non tornerà. Ma che, in un tempo dove la crisi, il cambiamento costante e l’insicurezza generale sono all’ordine del giorno, lo spazio per i sognatori, gli scrittori, tutti coloro che sono animati da una passione vera c’è ancora. Le regole vecchie non servono più? Prima di annunciare la fine di tutto, pensiamone di nuove.




