Ibiza come la conoscevamo non esiste più

Sì, in, realtà sì. Anche se non lo sappiamo o non lo crediamo, sì, ne abbiamo bisogno. E vi spiegheremo perché, ad un certo punto. Ma il problema è un altro – è Ibiza che non ha più bisogno di noi, oggi. Purtroppo, così sembra.

Non ha bisogno di noi a meno che non siamo sfrontatamente ricchi (o sfrontatamente mantenuti). Non ha bisogno di noi a meno che non abbiamo uno di quei lavori-non-lavori in cui fai tantissimi soldi ma hai ancora più tempo libero. Non ha bisogno di noi a meno che non accettiamo di fare pubblico pagante e deferente – molto più pagante e deferente di un tempo – dello spettacolo della ricchezza e del divertimento altrui.

Facciamo un passo indietro. La Isla è piccola. Meno di 600 chilometri quadrati. Relativamente alla superficie, la gente è tanta (i residenti sono quasi 150.000); ma se poi consideriamo la stagione turistica, la gente ad un certo punto è diventata tantissima, troppa. Nel 2010 destò stupore e preoccupazione che l’Aeroporto di Ibiza avesse registrato 6 milioni di viaggiatori. Bene: nell’ultimo anno di dati disponibile, il 2024, i viaggiatori sono saliti a 9 milioni. Tanta gente. Tantissima. I sempre più frequenti problemi di acque reflue e di inondazioni (due nell’arco di quindici giorni, tra fine settembre ed ottobre: le immagini sono di strade diventate fiumi impazziti sono diventate virali in un amen) sono un segnale chiaro. La Isla è piccola e, su alcune cose, è al collasso. 

Non lo diresti, se stai rintanato in resort di lusso. Ma a dire il vero, e qui sta la salvezza almeno per ora, nemmeno lo diresti se hai il coraggio e la voglia e l’intuizione di andare lontano dal glamour: il nord dell’Isla è infatti ancora relativamente tranquillo, certi paesaggi dell’entroterra sembrano quasi apenninici, spersi, scarsamente abitati e periferici come sono. È che se un minimo ci tieni all’Isla, e se sai di non avere abbastanza potere di spesa da rinchiuderti in una gabbia dorata, nella tua villa da 10.000 euro alla settimana in affitto, nel tuo privé esclusivo lontano dalla ressa, hai la maledetta paura che prima o poi cederà alla voracità del turismo-da-Ibiza anche questo, verrà colonizzato anche tutto ciò che sta sopra Sant Carles, la cittadina dello storico mercato hippie, o a margine di Santa Gertrudis, il delizioso e serafico villaggetto posh al centro dell’isola. Perché pare incredibile che tutta una parte di Ibiza intesa sia ancora così relativamente tranquilla, piena di spazio, piena di verde, piena di colline incontaminate, piena di silenzio, piena di calma. Per ora dura. Fino a quando?

Ma un problema c’è già. Causato paradossalmente proprio dal fatto che in certe zone non si possa costruire. Ed è gravissimo. Così grave che, paradossalmente, potrebbe essere l’inizio della di una catastrofe o di una sorprendente rinascita, se portato all’estremo. Ibiza ha letteralmente esaurito le sistemazioni abitative economiche: o ci si vive, nelle case, o si affitta a prezzo di mercato – il mercato delle ferie, dei vacanzieri, di chiunque (quasi tutti!) sia disposto a spendere quel “qualcosa in più” per essere parte della mitologia contemporanea di Ibiza, anche solo da comparsa, da figurante. 

Case e appartamenti vuoti da affittare ai lavoratori stagionali per la stagione intera? Praticamente scomparsi. Risultato? I lavoratori in questione fanno sempre più fatica a trovare da dormire. Molti, dormono nelle macchine o in sistemazione imbarazzantemente di fortuna (…e lo fanno anche alcuni autoctoni, i più poveri, che affittano le loro stanze e case da poco ai turisti a cifre consistenti, e per la stagione estiva spesso dormono all’addiaccio). Fino a quando sarà sostenibile, tutto questo? Fino a quando il “sogno” Ibiza o il guadagno da stagionale renderà accettabile fare per tre, quattro mesi una vita immonda?

Se questa crescita non si ferma, i poveri saranno espulsi dall’Isla. Già sono espulsi da posti come l’UNVRS (oltre 200 euro per entrare, nella chiusura), Amnesia (100 euro), DC 10 (l’ultima sera di Circoloco nel bar backstage un cocktail, pure avarissimo di alcool, costava 35 euro), giusto per nominare i luoghi iconici vecchi e nuovi del clubbing globale. Sono espulsi da ristoranti dove è impossibile mangiare a meno di 30 euro a pasto, e questo scegliendo i posti più spartani. 

Altrimenti nei ristoranti, esattamente come negli hotel e nei vari servizi, sono ammessi, sì, sono i benvenuti: ma solo se lavoratori. Lavoratori a ritmi infernali, quelli della stagione estiva, dato che vanno diffusamente soddisfatte le esigenze e pure i capricci di noi turisti che vogliamo vivere una festa 24/24 e 7/7, che diamine, siamo a Ibiza, l’Isla dove tutto è possibile e la festa è continua.

@cuatrotv Vivir en caravana, furgoneta o coche: la cruda realidad de muchos en Ibiza 🚐🏝 📹 #Callejeros ya disponible en Cuatro y @miteleonline ♬ sonido original – Cuatro

La legge di mercato più basilare dice: se la domanda è eccessiva rispetto all’offerta, alza i prezzi. Delle case, dei beni, dei luoghi, dei servizi, dei divertimenti. È stato fatto. Costa appunto tutto tanto. Ma se tutto diventa troppo costoso, e non c’è un disegno, non viene posto un freno, tutti cioè vogliono salire su questa giostra del plusvalore ibizenco, succede che improvvisamente vengono espulse le persone normali, le persone che vogliono lavorare, sopravvivere. Le persone che servono ai tavoli, puliscono i cessi, guidano i furgoncini, consegnano ed assemblano le merci, le bevande, i cibi.

Che fare? La risposta a questa domanda è difficile. Lo è anche perché tutta questa situazione nasce proprio dal lato bello di Ibiza, dal suo lato “necessario”: dall’essere stato fin dagli anni ’50 un posto libero e vitale, dall’aver attratto le menti più vivaci, atipiche ed alternative (quell’isola balearica lì, persa in mezzo al nulla, non dava fastidio alla dittature franchista instauratasi in Spagna, era anzi una piccola e utile valvola di sfogo, un posto dove gettare le persone potenzialmente pericolose o troppo sveglie), dall’aver accolto esuli argentini in grado di creare uno stile particolarissimo nei dj set (il compianto e morto in semi-povertà Alfredo Fiorito) che ha stregato via via dj e promoter inglesi ed italiani in erba e visionari, dall’essere stato un posto perfetto negli anni ’60 e ‘70 per hippie olandesi col senso però degli affari, e un campo libero d’azione per palazzinari locali svegli, intraprendenti e privi di scrupoli (quelli che oggi controllano vita, morte e miracoli di Ibiza, tenendo in pungo la politica locale e avendo creato quel mostro – in senso positivo – dell’entertainment che è The Night League, ovvero la galassia composta da Ushuaïa, Hï, UNVRS e quant’altro).

Ibiza è il posto dove il ballo è cultura, ma anche rispettabile e potente forza economica. Ibiza è il posto dove i dj e gli artisti contano più dei calciatori, almeno per ora. Ibiza è il posto dove la vita va affrontata con gioia ed ottimismo, sentendosi più forti delle tristezze e dei problemi quotidiani. Ibiza è il posto dove la gente è felice, o almeno si sforza di esserlo. Accidenti quindi se abbiamo bisogno di Ibiza, no? Accidenti se abbiamo bisogno di un posto così. 

E però, proprio l’essere un posto così ha creato via via tutti i problemi che si stanno affrontando oggi: ha reso cioè l’isola balearica un posto così desiderabile da diventare sempre più costoso ed elitario (per salvarla da questo stesso desiderio). Se pensate o se vi dicono che Ibiza è solo un troiaio, è solo un gran casino di tamarri strafatti, è solo una macchina da soldi senz’anima e senza stile beh, sappiate che vi stanno dicendo gran bugie. Ibiza ancora oggi è stilosa, elegante, piena di persone interessanti e cosmopolite, piena di aree intatte, piena di club culture sofisticata e di qualità (o declinata con una efficacia o una spettacolarità da stato dell’arte). È che proprio queste sue qualità e questi suoi attributi stanno nutrendo i suoi problemi. 

Noi abbiamo bisogno di Ibiza, ancora oggi. Accidenti se ne abbiamo bisogno. Ma è Ibiza che, per sopravvivere, dovrebbe smettere di avere bisogno di noi. Non è ballando allo sfinimento, incuranti di tutto, arricchendo sostanzialmente chi è già ricco, che risolveremo la cosa. Dove stia davvero la soluzione, difficile dirlo. Il problema, però, c’è.