I Tamango non sono qui per accontentarvi

È difficile farsi un’idea definita sui Tamango, senza dubbio un esperimento unico nel panorama musicale italiano. 

Un format come Spotlight esiste proprio per raccontare progetti come quello del collettivo nato dall’insoddisfazione della provincia torinese. I Tamango – circa 40 ragazzi che curano ogni aspetto del progetto: dalla scenografia e la composizione musicale fino alla birra da spillare e il merchandising da cucire – sembrano usciti da un’altra epoca, o da un’altra nazione, o da un film di Wes Anderson (possibilmente The French Dispatch). 

La Rampallonata – questo il nome del tour che il collettivo sta portando in giro in questi giorni per il secondo anno di fila – ha luogo negli “stadi” italiani di Torino, Milano, Bologna e Roma. “Stadi” tra virgolette perché, in realtà, molto ironicamente, i live avvengono in campi da calcio della periferia, che per l’occasione cambiano volto e significato. 

La Rampallonata di Milano (a cui è seguita la Tamangata, altro neologismo per indicare l’aftershow dell’evento) è andata in scena sabato scorso al centro sportivo Carassai, a Milano Sud, al confine tra i quartieri Chiesa Rossa e Gratosoglio. Insomma, un luogo decisamente fuori dalla mappa degli eventi milanesi.  

Tra le magliette da calcio vintage e le camicie colorate che compongono le lunghe file ordinate per la birra o per la pizza (anche questa prodotta home made dal collettivo), all’improvviso, intorno alle 21, sulla gente cade un pallone calciato dal palco. L’odore dell’Autan misto alla terra smossa dai sandali del pubblico lascia spazio all’ingresso della band. Un canto lirico apre lo show. Sullo sfondo un grosso telone che ritrae una nave in procinto di salpare e la scritta 14 agosto. 

Irrompono sul palco i ballerini in tenuta da marinai: cappello bianco, maglia o giubba blu e lunghi guanti bianchi o rossi. Tra loro svetta Marcello Maida, voce principale del gruppo, che, in canotta e tanga luccicanti, canta Oh! Darling, traccia estratta dall’album uscito solo qualche settimana fa: t’amango. Solo pochi istanti dopo l’inizio del concerto sul palco sono già tutti in mutande, ed è evidente ai presenti che non assisteranno ad uno show come gli altri. 

Aperte le danze succede veramente di tutto: si passa dalla recitazione alla poesia, dal racconto della provincia alla lotta politica, dall’ironia alla difesa della libertà sessuale. Sono veramente tantissimi i pezzi che si muovono all’interno dell’universo Tamango. Un progetto che dà più l’idea di una pièce teatrale in costante mutamento che di un semplice show musicale. Il fil rouge narrativo che unisce le tante parti che compongono lo spettacolo è un grosso diario (con cui diversi componenti del gruppo interagiscono con disegni e tag) sul quale scorrono alcune date fondamentali per il collettivo. Il coro “Tout le monde déteste la police” è il refrain che accompagna la grande sinfonia orchestrata da questa specie di compagnia teatrale errante, che pesca a piene mani dal passato in cerca del proprio posto nel mondo.

Chiaramente, in questa ricerca anticonvenzionale della grandeur, ci sono anche le pecche: l’attesa e il silenzio degli intermezzi in cui avviene il cambio palco non giova al coinvolgimento del pubblico, e l’autogestione dei vari stand mostra alle volte i suoi limiti nelle lunghe code per i servizi, come lunga è la durata dello show che supera le tre ore. 

La Rampallonata si chiude con altrettanti colpi di scena: un inno d’Italia desacralizzato e cantato da sole donne, fuochi d’artificio e stage diving. Tra il pubblico, che spesso si lancia in danze energiche e caotiche, non si vede l’ombra di un cellulare e, in compenso, si respira quell’aria di libertà che è ormai merce rara ai concerti a cui siamo soliti partecipare.

Insomma, ci sarebbero troppe cose da dire sul live dei Tamango, uno show sui generis dove poesia, teatro, musica e politica convivono in un disordine organizzato. Tante di queste sono perfettamente riuscite, altre abbozzate, altre ancora acerbe e idealizzate. Ma va bene così, perché la perfezione ci ha un po’ stancato e perché preferiamo tutti quanti guardare altrove. Il consiglio migliore che vi possiamo dare, perciò, è quello di andare a vedere con i vostri occhi. Perché un esperimento così ambizioso merita di essere supportato e ascoltato dal vivo. 

Nonostante i limiti e le pecche, la buona notizia è questa: il seme è stato gettato. C’è vita anche al di fuori del music business gestito dalle multinazionali. 

Foto di
Riccardo Parrinello, Julian Nelaj, Federico Ravassard, Valentina Mirto