Penso sia capitato a chiunque ami il cinema horror di scegliere un film nella speranza di provare qualche brivido lungo la schiena e ritrovarsi invece, allo scorrere dei titoli di coda, a chiedersi perché quella storia non sia riuscita davvero a fare paura.
Negli ultimi anni, all’interno di quello che definiamo “genere horror”, si sono distinti prodotti cinematografici perfettamente disturbanti, in cui il sound design, la fotografia e i personaggi ricreati in CGI sono diventati sempre più realistici e verosimili. Eppure, proprio questo livello di realismo sembra aver reso molti film meno spaventosi.
Sicuramente il contesto culturale moderno gioca un ruolo sfavorevole nei confronti di qualsiasi storia horror. Viviamo infatti circondati dalle immagini e immersi in una quantità pressoché infinita di contenuti che, soprattutto attraverso i social, sono entrati nella quotidianità di tutti, generando spesso disagio e inquietudine. True crime, deepfake, video disturbanti e jumpscare hanno fatto sì che il nostro cervello imparasse a riconoscere immediatamente i meccanismi della paura cinematografica.
Se prendiamo in analisi le reazioni del pubblico all’epoca di film come The Exorcist, Psycho o The Texas Chain Saw Massacre, ci rendiamo conto di come questo genere di pellicole venisse vissuto come una vera e propria intrusione in territori culturali proibiti e sconosciuti. In film come Jaws, ad esempio, lo squalo si vede pochissimo. Proprio quel “non vedere” – dovuto in realtà a problemi tecnici emersi durante le riprese – è ciò che genera tensione negli utenti. In Alien, invece, la creatura appare raramente e costruisce la propria forza attraverso un continuo susseguirsi di attese, silenzi e spazi vuoti. L’ignoto, all’interno di queste storie, è ciò che instilla timore all’essere umano.
Per il pubblico dell’epoca non si trattava semplicemente di film, ma di incursioni in spazi inesplorati. Nella vita quotidiana era raro imbattersi in immagini scioccanti e quasi nessuno era abituato a una cultura visiva tanto cruda e schietta.
Oggi, invece, l’iper esposizione a scenari horror e disturbanti – videogiochi, social, immagini create con l’uso dell’ AI – ha abituato il nostro cervello ad accettare determinati climax narrativi. Una sorta di educazione visiva alle storie ansiogene che finisce per renderle più prevedibili, banali e di facile lettura, scovando spesso il “trucco” nella realizzazione dei contenuti.
In un contesto in cui l’attesa dello shock era ancora in grado di sorprendere lo spettatore fino a farlo “saltare dalla sedia”, l’immaginazione diventava una componente fondamentale dell’esperienza horror. Quello che restava nascosto, che si celava nell’ombra, alimentava paura e ansia andando ben oltre ciò che veniva effettivamente mostrato sullo schermo. La tensione cresceva progressivamente e continuava ad accompagnare l’utente fino alla conclusione della storia.
Esiste poi un cambiamento culturale che ha inevitabilmente influenzato anche il modo in cui vengono percepite queste narrazioni. Tra gli anni Sessanta e Ottanta, infatti, alcune paure erano molto più vive. Figure come demoni, serial killer, streghe o fantasmi venivano percepite come possibilità concrete, o quantomeno plausibili, all’interno dell’immaginario collettivo dell’epoca.
Oggi il pubblico medio è più disincantato, quasi “vaccinato narrativamente”. Abbiamo visto migliaia di storie e imparato a riconoscerne i pattern. Possiamo ancora spaventarci di fronte a un jumpscare ben costruito, a un sound effect improvviso o a un’atmosfera particolarmente ambigua, ma è più difficile che una storia riesca davvero a destabilizzarci.
Non è un caso che alcuni degli horror più apprezzati degli ultimi anni, come Hereditary, The Witch, It Follows e The Babadook, funzionino proprio perché non puntano esclusivamente a creare uno shock visivo. Allo stesso modo, produzioni più recenti, film come Obsession e Backrooms, sembrano confermare una tendenza ormai evidente nel genere contemporaneo, dove la paura viene concepita non più soltanto dalla presenza di un mostro o di una minaccia soprannaturale, ma dall’esplorazione di ossessioni, spazi liminali, inquietudini digitali e fragilità psicologiche sempre più vicine alla sensibilità delle nuove generazioni.
Sono film che arrivano a toccare ansie profonde e strettamente legate al presente. La follia, l’isolamento, il trauma familiare, il senso di alienazione prodotto dagli ambienti virtuali e dall’iperconnessione, sono diventati i principali generatori di inquietudine contemporanea.
Proprio in questo senso, titoli come Backrooms trasformano in racconto cinematografico paure nate direttamente dalla cultura internet, mentre altri, quali Obsession, lavorano su dinamiche emotive e psicologiche che risultano immediatamente riconoscibili allo spettatore. Corridoi infiniti, spazi vuoti e realtà familiari che diventano improvvisamente estranee generano un’inquietudine che non nasce da uno shock visivo, ma dalla percezione di trovarsi in un luogo che sfugge a ogni logica. Paure che, al contrario del passato, non vengono percepite nell’ignoto, ma ritrovate in fattori ansiogeni e in possibili vissuti traumatici della quotidianità. Non si parla più di “un terrore” suscitato dallo spavento per un qualcosa di sconosciuto o lontano da noi ma di un carico di palpabile tensione che arriva ad essere interpretata come soffocante.
L’horror contemporaneo sembra aver perso parte della sua capacità di terrorizzarci, pur avvicinandosi sempre di più a una rappresentazione credibile della realtà, sviscerando il genere cinematografico e arrivando a mostrare le problematiche della società odierna.
Questi film continuano infatti a creare inquietudine scegliendo però una strada diversa e mostrando consapevolmente di esplorare il lato più psicologico della paura, trasformando in racconto le fragilità e le ossessioni che riconosciamo come plausibili in un futuro vicino al nostro. Diventano trasposizione di un’indagine sociale accessibile a chiunque dove, anche senza utilizzo del soprannaturale si arriva a portare un messaggio all’utente, affrontando le tematiche del contemporaneo.
Essendo emotivamente credibile le immagini si trasformano in quelle ansie che già abitano il nostro presente e che, in fondo, riconosciamo come possibili.






