I cantanti non vogliono più andare in tour?

Le residencies, ovvero tour che comprendono molte tappe in poche città, sembrano essere il nuovo trend del mondo della musica. Una scelta che, stando a quanto dichiarano artisti e organizzatori, permette di creare show migliori, prendersi cura della salute e giustificare i costi crescenti dei biglietti. Ma se, da Bad Bunny a Harry Styles, gli artisti scelgono di passare interi mesi nelle stesse città a discapito di tour mondiali, le ragioni sono molto più profonde e complesse. 

A onor del vero, non è certo una novità che per gli artisti la parte più sfiancante del lavoro sia il tour. Le città attraversate una dopo l’altra senza nemmeno poter uscire dall’hotel, il jet-lag, il pubblico che cambia ogni sera e da cui non si sa mai cosa aspettarsi. Già Michael Jackson, in una delle scene più comiche del suo Michael Jackson’s Private Home Movies (2003), ironizzava su quanto odiasse girare per il mondo. Delle fatiche che ancora comporta ha largamente parlato anche Rosalía nella sua prima newsletter su Substack, chiedendo ai fan di essere più comprensivi. 

«Non mi stupisce che la maggior parte degli artisti finisca per lamentarsi della vita in tour e che molti si affidino a qualsiasi tipo di anestetico per riuscire a sopportarla, perché la vita in tour non è uno scherzo. Per fortuna ho delle persone che mi aiutano, ma niente e nessuno ti prepara davvero a costruire e distruggere la tua casa ogni giorno».

Rosalía

Ma oggi, nella musica, stiamo assistendo a una vera e propria rivoluzione. Nell’era pre-Spotify, infatti, il tour era solo una delle tante fonti di guadagno. Un sistema che permetteva a chi amava questa parte di dedicarvi molta cura, ma lasciava agli altri la possibilità di scegliere in quali paesi andare, quanto dedicare alle esibizioni, e di dare priorità ad altri aspetti del lavoro. Un cambio di rotta che porta ad avere album nati da gestazioni sempre minori, piccoli artisti che devono vivere di pubblicità o fare altri lavori, e soprattutto costringe tutti a fare pace col fatto che i guadagni si fanno tra palco e banco del merch. 

Se già organizzare un tour comporta un costo immenso – dal punto di vista economico, ma anche fisico e mentale – a rendere ancora più complesso il contesto è la crescente inflazione che ha colpito anche il mondo della musica dopo la pandemia. Un biglietto per un concerto internazionale, oggi, costa in media circa 100€. E, dato che la media dei nostri stipendi è largamente sotto ai 2000€, si tratta di un investimento non indifferente. 

Fenomeni come l’Eras Tour sono la diretta conseguenza di questi cambiamenti. Il costo elevato è giustificabile solo con un’esperienza di un certo livello, così il tour deve diventare uno show indimenticabile. Il che comporta ancora più costi, ancora più scenografie, ancora più lavoro. Mentre Taylor ha giocato il tutto per tutto – anche per storia personale (era reduce da quasi un decennio di tour solo negli Stati Uniti, per stare vicina alla madre che combatteva con un cancro) – la maggior parte degli artisti comincia a ripensare l’intero sistema. 

Anche le residencies, va detto, non sono una vera novità. Senza citare la storica (e ultima) permanenza di Elvis a Las Vegas, ad adottare questo sistema sono stati anche Celine Dion, Billy Joel, i Coldplay, gli LCD Soundsystem. Ma in questi casi si trattava di residencies motivate: show speciali per città in cui gli artisti vivono, o con cui hanno un rapporto particolare, di fatto una sorta di “premio”. Anche la chiacchieratissima permanenza di Bad Bunny a Porto Rico, 30 date a San Juan, aveva una forte valenza politica e sociale, prima che economica. 

A cambiare tutto sono residenze come quella di Harry Styles a New York, 30 date al Madison Square Garden (decisamente non uno stadio), con prezzi che oscillano toccando cifre da più di 1000 dollari e cambi di scaletta ad hoc. Una scelta che non è legata a scelte etiche o gesti d’affetto nei confronti dei fan, anzi. Mentre l’artista spende di meno riducendo i costi di spostamenti e cambi di palco, sono gli spettatori a dover spendere per i biglietti, gli spostamenti, il merch che cambia a seconda del posto in cui si trova (creando quell’effetto FOMO che porta a comprare compulsivamente e ad ogni prezzo, perché di fatto ogni capo è in edizione iper limitata). 

Dal punto di vista degli artisti, che proprio Styles si è speso per difendere, il sistema delle residencies è il modo più sano per sostenere un tour. Permette di mantenere la propria routine, prendersi cura di sé, e di conseguenza fare performance migliori. Il problema è che il costo della salute mentale e fisica di un artista milionario viene pagato dai fan, che oltre a dover spendere di più per i biglietti si ritrovano a dover aggiungere i costi dei trasporti e delle vacanze. 

Come in tutte le industrie, anche nella musica assistiamo a una serie di cambiamenti che permettono agli artisti più grandi di spendere di meno e guadagnare di più, mentre a quelli di minor successo di continuare a lavorare come da tradizione, con costi sempre più difficili da sostenere. Ed è difficile pensare si possa tornare indietro: posti come la Sphere, a Las Vegas, sono nati con il chiaro obiettivo di ospitare show sempre più incredibili, sempre più a lungo e a prezzi sempre più alti. 

E come per tutti gli altri cambiamenti a cui assistiamo, sembra che possiamo solo stare a guardare. Sperare che il prezzo che paghiamo rifletta la qualità dello show, che la nostra città venga scelta tra le fortunate, e che l’annuncio del tour arrivi in un periodo in cui possiamo permetterci di spendere centinaia di euro e prendere giorni di ferie. 

Ma qualcosa possiamo ancora farlo: se il profitto di un tour decide le sorti di un artista, sta a noi scegliere con cura le esperienze su cui investire. Gli artisti che meritano davvero, quello che la loro performance ci offre oltre alla mera possibilità di urlare i testi in mezzo a centinaia di persone. E magari informarci su dove vanno a finire i nostri soldi (dai Coldplay a Taylor Swift, spesso sono pubbliche le iniziative benefiche che gli artisti sostengono durante i tour). Ci sono cose più importanti della FOMO da cui farsi guidare: mantenere sana l’industria musicale e l’esperienza del live, in questo senso, dipende anche da noi.