I bivacchi non sono hotel

Un bivacco è una piccola struttura montana, solitamente in legno o lamiera, incustodita e sempre aperta, tutto l’anno. La sua esistenza non è pensata per il turismo di massa o il comfort, ma per offrire un riparo di fortuna – o di emergenza – a chi transita in alta quota, spesso in condizioni imprevedibili.

Di solito un bivacco non super i 12 posti – ma ce ne sono anche di molti più piccoli -, dispone di brandine, tavoli, e qualche volta una stufa o dei fornelli. Sono strutture essenziali, isolate, spesso senza acqua né luce, senza alcun comfort garantito. A differenza dei rifugi alpini, che sono strutture custodite con servizi alberghieri di base come ristorazione, camere, bagni, i bivacchi sono minimalisti, gratuiti, incustoditi e non richiedono alcuna prenotazione.

Il concetto moderno di bivacco risale al Novecento: nel 1925 vennero installati i primi “scatoloni in lamiera” sulle Alpi, in punti impervi dove non era possibile costruire rifugi convenzionali. Nella storia dell’alpinismo hanno rappresentato un elemento fondamentale per le prime ascensioni lunghe e difficili. Un bivacco è quindi un punto di passaggio, a volte di emergenza, tutt’altro che una destinazione turistica. Ed è giusto che rimangano tali.

Oggi assistiamo a un cambio di percezione e di uso. TikTok è pieno di video che mostrano l’uso di queste strutture come hotel in montagna, dove trascorrere gratuitamente la notte e assistere a panorami mozzafiato. A volte, nel desiderio di condividere certi luoghi, può passare un’idea sbagliata. La facilità di raggiungere certi luoghi, magari a più bassa quota, fa sì che sempre più bivacchi non conservino più la loro funzione originaria – ovvero quella emergenziale -, modificandone profondamente l’approccio.

Fanno riflettere le parole pronunciate qualche giorno fa da Carlo Zanella, presidente CAI Alto Adige, in riferimento agli episodi di overtourism che si sono verificati sul sentiero del Seceda in Val Gardena, sulle Dolomiti:

«Questa non è più montagna, è un palcoscenico per selfie e influencer. Un turismo tamarro, rumoroso, insensibile. Mi sono arreso».
Carlo Zanella, presidente CAI Alto Adige.

In tempi in cui l’abuso di queste strutture – lasciate sporche, usate per party o notti “alternative”, rese set fotografici – è sempre più frequente, è utile ricordare il vero senso di queste strutture, innanzitutto per il bene della montagna stessa. Il problema non è chi mostra la bellezza di certi luoghi, certamente, il problema è chi quei luoghi li raggiunge e non li rispetta.