“Gucci deve diventare una sensazione, un aggettivo.” È da questa dichiarazione d’intenti che prende forma la prima sfilata di Demna per la maison fiorentina: non un semplice debutto, ma un vero e proprio manifesto emotivo, culturale e quasi filosofico.
In questo primo show che arriva dopo due collezioni presentate attraverso lookbook, il designer georgiano non parla infatti di rivoluzione, bensì della sua visione rigenerativa per una casa di moda con alle spalle molte vite. A differenza di quello che si può pensare, il suo scopo non è distruggere il passato, ma attraversarlo, assorbirlo e riscriverlo.
“Vi risparmierò un manifesto tecnico sulla costruzione e la tecnicità di questa collezione, ma in generale voglio che Gucci diventi più leggera, più morbida, più raffinata, più elaborata, più emotiva, talvolta persino insensata. Non voglio che sia intellettuale, voglio che Gucci sia un’emozione. La mia visione parla della coesistenza tra heritage e moda. Qui non sono opposti, sono amanti. Gucci esiste solo quando entrambi sono in sintonia, quando si nutrono a vicenda.”
Demna, direttore creativo di Gucci









Dramma, passione, eccesso, contraddizione, orgoglio e vulnerabilità sono quindi gli elementi attorno ai quali ruota il nuovo corso del brand. Ed ecco allora che in passerella questa formula si traduce in una serie di look dalle linee attillate e seducenti in riferimento all’epoca di Tom Ford, i quali sono affiancati a contaminazioni sportswear e motivi iconici provenienti dal passato.
Si parte dunque dagli archivi per ricostruire ancora una volta con parole nuove un vocabolario estetico già fortemente radicato nell’immaginario collettivo. La tensione tra pragmatismo e teatralità che ha sempre caratterizzato il lavoro dello stilista trova allora una nuova direzione: meno provocazione, più costruzione identitaria; sedimentazione anziché rottura.