Federico Cirillo: credere ancora nella passione (in una major)

Questo articolo è uscito per la prima volta sul sesto numero cartaceo di Outpump Magazine.

Fuori i titoli: Federico Cirillo è, a soli 36 anni, uno dei più importanti ed influenti discografici italiani. A capo di quella Island Records, divisione della Universal, che in Italia come altri e più di altri ha allevato generazioni di nuovi campioni delle classifiche, che fosse in campo urban con rap, trap e dintorni ma anche nel campo del cantautorato più o meno nuovo, quello che significa confrontarsi con lui è non solo e non tanto avere degli insight sui grandi giochi imprenditoriali tra major ed artisti di successo quanto piuttosto capire l’importanza di avere un approccio netto, un approccio in cui credere e da perseguire. In un mondo dove troppo spesso si crede siano gli opportunismi e le scelte di comodo o – altra faccia della stessa medaglia – siano invece i machiavellismi a dare il massimo ROI (return on investment), la schiettezza con cui si esprime Cirillo suggerisce che sì, forse un altro mondo è possibile. Anche nel mondo della discografia ai vertici. Dove sembrano contare solo i numeri. Ma dove i numeri, a ben vedere, potrebbe essere meglio metterli (…almeno per un po’, ed almeno in qualche caso) in secondo piano. 

Foto su gentile concessione di Federico Cirillo

Ti dirò, non ero sicuro che avresti accettato di fare questa chiacchierata a registratore aperto, io e te…

Ma perché? Ci conosciamo da una vita!

Certo! Ed è sempre un piacere incontrarsi, assolutamente. 

E quindi?

Ehi, un conto è incontrarsi e fare due chiacchiere fra di noi, senza filtri; un conto invece è una intervista ufficiale, fatta e finita. Oh: sei pur il sempre il capo della Island, una delle principali etichette discografiche del mercato italiano, che tra l’altro ricade in tutto per tutto sotto una multinazionale – la Universal. Onestamente, di solito quando si arriva a certi livelli le interazioni, almeno quelle ufficiali, diventano un po’ più paludate e irregimentate…

Oh, ma con tutte le cose che abbiamo condiviso noi due, anche le più improbabili e ridicole, ad esempio nei festival, ormai più di dieci anni fa… Ti ricordi?

Sì, ma questo alla Universal non interessa di sicuro! (risate, ndi) …ripeto: sei uno dei principali e più importanti discografici in Italia, oggi. 

Sarà che io continuo a non vedermi così, e mi vedo invece ancora come quello delle cose improbabili (sorride, ndi). Però sì, capisco il tuo discorso. Ci sta. 

Il tuo ruolo e la tua autorevolezza sono abbastanza giganti, nel panorama dell’industria discografica in Italia. È un fatto oggettivo. Perché di là – ce lo raccontavamo prima a registratore spento – delle conversazioni a tu per tu che hai con chi decide le sorti di Sanremo, e basterebbe questo, ma al di là di questo e molto altro ancora è oggettivo il fatto che tu per il ruolo e la rilevanza che hai ebbene sì, puoi essere considerato uno che sposta i destini e decide le sorti del mercato. 

Sai cosa? Se non mi sentissi ancora così libero come mi sento oggi e come ero quando ci siamo conosciuti, probabilmente tutta una serie di cose importanti in cui effettivamente mi sono ritrovato in mezzo non sarebbero mai successe, e non succederebbero. Attenzione: il fatto che mi senta “libero” non vuol dire che ignori e non consideri una serie di responsabilità che il lavorare per una multinazionale implica. Sono comunque molto, molto attento a rispettare una serie di policy, di compliance; e non solo perché obbligato, ma proprio perché le ritengo comunque importanti. Servono, ad esempio, a tutelare gli artisti.

Beh, però permettimi: vengono usate anche e soprattutto per proteggere le aziende, per metterle ad esempio al riparo da rischi, polemiche. Tutto diventa in qualche modo controllato, paludato, asettico, nella comunicazione corporate. Almeno ufficialmente. 

Vedi, io ad esempio sono uno di quei discografici che guarda molto poco alla competizione. E proprio per questo motivo non ho problemi ad andare contro certe consuetudini. Ti faccio un esempio concreto: se devo dare un consiglio a Rondodasosa, che come sai non è un artista Universal ma è invece della Warner, quindi un competitor, io il consiglio lo do. Questo perché credo fermamente nella forza dei consigli liberi, quelli fatti per passione, fuori da ogni paletto legato al business: perché sono i consigli che possono tirare fuori il meglio del talento da un artista – e gli artisti sanno essere persone complicate, a maggior ragione se giovani, hanno bisogno di consigli onesti. Se il consiglio è buono, dici che non sarà la mia azienda a guadagnarci ma una sua concorrente? Beh: pazienza. Perché il punto fondamentale è che se il consiglio è buono e l’artista cresce, vuol dire che crescerà tutto il mercato; e se cresce tutto il mercato, alla fine ci guadagno anche io, ovvero la mia azienda. Capisci? 

Tutto molto bello. Ma ora non mi venire a dire che questo modo di pensare sia diffuso, ad un certo livello…

Foto di Francesco Imbriani

Eh. In effetti è un modo di vedere le cose che sì, è ancora di pochi. Forse di troppo pochi. Vero. Ma io ce l’ho, e anzi ce l’ho avuto da sempre: da prima ancora di ricoprire il ruolo che ricopro oggi. 

In tutta sincerità però la cosa non mi torna del tutto, perdona. E ti spiego perché: tu sei in Universal in fondo da poco…

…da dieci anni, quest’anno sono dieci anni che ci sono entrato. 

Ecco. E in dieci anni hai fatto una carriera folgorante. Una carriera folgorante, in una multinazionale. Dal che se ne deduce: non puoi che essere uno squalo, almeno un po’, sennò mica avevi un’ascesa così.

(scoppia a ridere, ndi) Uno squalo sì, ma… uno squalo come minimo molto molto magro! Guarda, scherzi a parte, la mia storia la sai: è nato tutto da una etichetta indipendente che avevo…

Certo, la Gold Nite Records, è così che ci siamo conosciuti. 

Etichetta di elettronica con cui avevamo messo a segno nel nostro piccolo dei bei colpi (ad esempio una release con Mall Grab, in tempi non sospetti) e con cui ci siamo divertiti moltissimo. Io in quel momento ignoravo completamente cosa fosse una major e, soprattutto, ignoravo come potesse funzionare. Un mondo che non conoscevo e che, a dirla tutta, nemmeno mi interessava particolarmente. Però mi avevano cercato, e mi avevano convinto ad entrare da loro. Con Mario Sala, oggi a capo di EMI, il mio primo referente all’epoca, che mi ci teneva a dirmi: “Guarda che qua lavoriamo release come i Chemical Brothers o i Disclosure, non è che non ci siano le cose che ti possono piacere…”. 

Sì, bello tutto questo, ma torniamo alla domanda: alla carriera vertiginosa che hai fatto. Rara, un’ascesa come la tua.

La carriera la fai con l’intuizione, e un po’ anche con la voglia di rischiare. E io non so se gli squali rischiano.

Gli squali al massimo si nutrono dei rischi altrui andati a male, in effetti. Attaccano quando vedono il sangue. Degli altri.

È che davvero mi piace quello che faccio, tanto. Non ho bisogno di sfogarmi con l’aggressività. Anzi: sappi che questa nostra chiacchierata arriva proprio in un momento di grande, ritrovato entusiasmo. 

Ritrovato?

Sì. Ho vissuto anche un momento di pochi stimoli.

Interessante. Come mai?

Perché se ci pensi io sono letteralmente cresciuto assieme ad alcuni artisti di cui mi occupavo, cresciuto sia anagraficamente che professionalmente. Loro crescevano, crescevo anch’io. Penso a Lazza, Ernia, Rkomi, Sfera, ad esempio. Ad un certo punto, quando arrivi al quarto o quinto disco che fai assieme, che costruisci assieme all’artista, il rischio è quello di non avvertire più la componente di sfida, di novità – parlo naturalmente per me e di me. Magari ce l’hai la tentazione di dire “Ma sì, dai, proviamo a fare qualcosa di diverso, proviamo a cambiare di nuovo le regole del gioco”; poi però quando hai a che fare con un artista established non lo fai davvero, perché se sono established non vuoi che smettano di essere tali, non vuoi complicare loro la vita. 

Foto di Jacopo Rossini

Da lì i pochi stimoli, quindi? Una crisi che mi verrebbe quasi da chiamare di noia, noia per eccesso di successo, visti i nomi in ballo… E l’hai superata come, questa crisi?

Focalizzandomi molto sugli artisti emergenti. 

Ok.

Ed è merito del mio team qui dentro, in etichetta: ragazzi che mi hanno aperto le orecchie e mi hanno fatto scoprire artisti che non conoscevo assolutamente, che mai avevo sentito nominare. Visino Bianco, Vins, per farti giusto un paio di nomi… Nel momento in cui sono tornato ad avvicinarmi al mondo degli artisti emergenti, ho ripreso a confrontarmi con persone molto più giovani di me: e nel farlo ho scoperto un mondo completamente nuovo, completamente diverso dal mio. Questo, te l’assicuro, mi ha ridato tantissima motivazione. Sai, sono convinto che fra le nuove generazioni ci sia un grandissimo fermento dal punto di vista musicale: bisogna ancora farlo venire fuori veramente, c’è molto lavoro da fare, e questo è bellissimo, mi esalta. 

Ora ti faccio una domanda banale, ma che probabilmente molti artisti o aspiranti tali vorrebbero farti: come funziona, quindi? Cioè, come fa uno a catturare la tua attenzione, a finire nel mirino della Universal? Tu hai questo tuo team di cui mi hai appena parlato che va in giro a scandagliare il mondo e poi riporta a te, come se tu fossi un direttore sportivo di una squadra di calcio con una sua rete di osservatori? Tipo, “Oh, ma lo sai che quel terzino destro diciannovenne della Solbiatese ha un gran bel potenziale…”?

Funziona esattamente così! E in origine il mio mestiere era proprio quello: l’a&r. Il mio team oggi fa quello che facevo io un tempo. Esattamente quello. Sai qual è la differenza? Che quando sono entrato io in Universal nella mia divisione eravamo in due a farlo, io e Sara Potente; oggi, il mio team è fatto da sette persone. 

Sono tante. 

Non sono poche. E ognuna di queste sette persone ha una sua specializzazione. Attenzione: non sto parlando di specializzazioni in generi musicali. O almeno, a me non piace parlare di “generi”, preferisco semmai usare la parola “direzione”: c’è chi ha una direzione più alternative, chi più underground, chi più rap, chi più pop, chi è più sensibile invece verso il cantautorato…

Che doti devono avere questi a&r per venire scelti ed entrare nella tua squadra?

Prima di tutto: una grande determinazione. Che detto così pare un concetto banale…

…però tu sei qui per spiegarlo meglio, giusto? E renderlo così meno banale.

Determinazione è prima di tutto credere in quello che si fa. Credere cioè nel proprio intuito. È una dote fondamentale. Perché se pensi di avere trovato un talento, devi avere la forza e la convinzione di stare dietro a questa intuizione. Anche quando le cose all’inizio non vanno bene. 

Perché può succedere, che non vadano bene.

Eccome. Island non è una etichetta che crede nel tutto e subito. Noi crediamo prima di tutto nei progetti a lungo termine. Neanche a medio termine, attenzione: no, proprio a lungo termine. 

Ehi, fermo lì. Island è prima di tutto l’etichetta delle hit, dei grandi successi…

Sì, però…

…è l’etichetta che ha lanciato Elettra Lamborghini un po’ dal nulla con “Pem Pem”.

(ride, ndi) Sì, lei è “colpa” mia…

E che non lo so. 

Ma anche dietro ad Elettra c’è discograficamente parlando autentica determinazione e, se posso, anche un minimo di lungimiranza, di voglia cioè di vedere lontano e non solo di imbroccare una hit e poi ciao. Ma noi per dire siamo anche l’etichetta di Mahmood: un artista che era dentro Universal ancora prima che venisse creata in Italia la divisione Island, e siamo stati noi ad avere la pazienza di aspettarlo, altrove forse non sarebbe stato possibile. Sono tanti, oggi, gli artisti che abbiamo nel roster che magari non funzionano in un primo momento in maniera disruptive ma che da noi possono permettersi di crescere, maturare, strutturarsi. Questo perché stanno in un ecosistema che comunque è economicamente sostenibile e quindi può anche permettersi questi progetti a lungo termine. Insomma, mi piace pensare che stare da noi sia come stare in una major, come in effetti è, senza però il peso dell’essere in una major.

Foto di Francesco Imbriani

…ritrovandosi il tempo appunto di crescere. Che è quello che accadeva nella discografia degli anni ’60 e ’70, in parte anche nei primi ’80: un sacco di artisti oggi giganteschi all’inizio erano stati dei mezzi flop, o comunque non delle operazioni fruttifere. Penso ad esempio a Battiato, ma potrei fare mille nomi. 

Già. Poi tra le fine degli anni ’90 e l’inizio del 2000 questa cosa si è completamente bloccata. 

Si è bloccata anche perché in quegli anni i bilanci delle multinazionali della discografia avevano preso ad essere disastrosi: all’improvviso la gente aveva smesso di comprare i dischi. Si era nel panico. Bisognava cercare di ottenere risultati immediati, pena l’orrore e la decapitazione.

Poi tutto è svoltato di nuovo con l’avvento dello streaming. 

Già. Con la possibilità di estrarre valore da un patrimonio immenso – quello del catalogo accumulato negli anni – che prima, invece, fruttava quasi niente. 

Anche se l’era dello streaming da un lato è stata ed è benefica, dall’altro però ha creato un grande marasma. C’è tantissimo di tutto, oggi. E guarda caso questo ci porta al secondo aspetto dell’essere un buon a&r: la capacità analitica. 

Ovvero?

Attenzione, non sto parlando di analisi nel senso di dati e numeri, ma nel senso della capacità e sensibilità nel riconoscere il talento. Questa è la “capacità analitica” a cui mi riferisco. L’a&r per come lo vedo io deve essere capace di individuare e scegliere un artista che davvero sia differente rispetto a tutto il resto che c’è in giro, che davvero abbia in sé dell’unicità. E questo cosa significa? Significa andare a cercare i vuoti di mercato: trovare cioè qualcosa che oggi non funziona, ma che sei convinto domani funzionerà. Sì, questo è un punto fondamentale. 

Ok.

Foto su gentile concessione di Federico Cirillo

Altro punto importante, ed arriviamo al terzo: la preparazione musicale. Se guardo al mio team c’è Viola che è entrata in discografia occupandosi di musica classica, Emanuele è un dj/producer, Filippo pure, Martina organizza uno dei party più grandi e interessanti di Milano… Quando sai di musica, quando ne mastichi davvero, significa anche che puoi entrare in uno studio di registrazione assieme all’artista e fargli da stimolo, da pungolo. È necessario farlo, perché oggi troppo spesso è l’artista il primo che vuole seguire le dinamiche di mercato, che se vede che una cosa funziona allora la vuole fare anche lui, vuole replicarla. E lo capisco, eh, perché magari hai l’urgenza di arrivare a fine mese, soprattutto se sei ai primi passi…

Sai che quest’ultima osservazione è meravigliosa? Perché un tempo erano le major che mettevano in campo ogni sforzo per condizionare l’artista e spingerlo ad essere più fedele alle dinamiche di mercato… Ora non serve più: ora questa cosa la fanno gli artisti stessi. 

Già. Oggi la major non deve fare più la minima fatica nel cercare di condizionare gli artisti: fanno già loro da soli. Ma i progetti che sono troppo legati al replicare la formula che funziona in quel momento sono poi i progetti che non durano nel tempo. Questa è la verità. Però appunto, ci vuole preparazione, non basta solo andare controcorrente a caso. Proprio il background di Viola nella classica le ha permesso di confrontarsi con Lazza, e di potergli dire in maniera credibile “Ok, proviamo a offrire qualcosa di più, qualcosa di diverso”: da lì è nata tutta l’operazione con l’orchestra sinfonica. Mentre invece, altro esempio, Emanuele ha un particolare fiuto per le cose più assurde e strane fra quelle nuove che emergono; e anche questo è importante, anche qui il punto focale è l’unicità. “Questa cosa non ce l’ha nessuno, prendiamola noi”: questa è una dinamica a cui siamo molto, molto legati. Ma appunto: sulle tre caratteristiche che abbiamo elencato – determinazione, capacità di analisi, preparazione musicale – la più importante è proprio la prima, la determinazione, perché è quella che ti permette di non scoraggiarti se all’inizio le cose non vanno bene. E spesso non vanno bene, le cose, quando provi ad uscire dal seminato. “Non è che sto puntando troppo su qualcosa che non va, e questo può ritorcersi contro di me?”. Mah: io invece con l’esperienza ho capito che se insisti ed insisti, perché ci credi davvero, prima o poi il mercato lo perfori. 

Mi stai dando un quadro meraviglioso ed idilliaco, fatto di competenze “belle”, di coraggio, di voglia di rischiare… Onestamente? Non so se me la bevo del tutto. Possibile che in tutto questo processo che mi hai raccontato l’osservazione dei dati numerici e di performance sia del tutto assente, siamo solo nel campo degli ideali e del coraggio visionario? E, altra domanda: ok la possibilità di rischiare e quindi di sbagliare, ma fino a che punto ti viene data davvero a te a&r, a te presidente di una divisione di una multinazionale, al di là delle belle parole? 

Mmmmmh. Ti rispondo punto per punto. Per quanto riguarda i dati: i dati per me sono molto importanti, davvero molto, ma non devono assolutamente entrare in gioco quando si è nel campo della ricerca, dell’appunto individuare nuovi talenti. Quello è il lavoro dell’a&r. Poi, e solo poi, c’è il lavoro del marketing: e lì i dati sono semplicemente fondamentali. L’a&r invece deve secondo me lavorare di intuito puro. 

Se scopri insomma che un a&r alle tue dipendenze scruta troppo gli algoritmi, ti incazzi. 

Assolutamente sì! Finché decido io, non si firma un artista solo perché è esploso su un social.

Addirittura. 

Cioè, attenzione: bisogna vedere perché è esploso, questo è il punto. 

Spiega meglio. 

Se è esploso perché è diventato virale un suo concerto dove il suo pubblico è preso benissimo, quello per me è assolutamente un segnale. Essere invece semplicemente fra i trending topic di TikTok o nei Reel di Instagram, non è per me un segnale: perché potrebbe anche essere semplicemente la capacità di usare bene le piattaforme, anche senza particolare consistenza artistica. Attenzione: nel momento storico che stiamo affrontando, la componente del marketing è fondamentale, assolutamente fondamentale. È fondamentale che vengano analizzati nel miglior modo possibile gli effetti delle campagne di advertising, delle performance sui social. Sono questi gli strumenti che ti permettono di capire se la tua scommessa è stata sensata, se questo o quell’artista davvero hanno presa sul pubblico, davvero possono avere consistenza anche sul lungo termine… Le analisi di mercato tra l’altro vanno fatte anche sugli artisti in catalogo: per tutta l’estate del 2025 si è parlato del supposto flop di Elodie per i concerti negli stadi, ma se guardi bene il flop non c’è, perché sono mesi che il suo catalogo sta crescendo tantissimo come performance. Nel momento in cui stiamo parlando sette suoi brani sono nella top 100. Di nuovo, però: i dati sono importanti, ma lo sono per il marketing, per capitalizzare al massimo il rendimento degli artisti che hai scelto. Ma per sceglierli, questi artisti, devi fare affidamento solo sull’intuito, sulla sensibilità, sulla tua preparazione musicale, sul tuo coraggio di scommettere su di loro.

E viene dato il tempo, per queste scommesse?

Io il tempo lo do. 

Bellissimo. Però anche tu devi rispondere a qualcuno. 

Sì. Ci sono dei numeri che devono quadrare, a fine anno. 

E non dirmi che questo non ti mette ansia. Non saresti umano. 

È motivo di grande ansia. Perché sì, io nasco come a&r, ma in realtà non sono uno che accetta di non fare bene in quanto a numeri, lo ammetto, non lo sono mai stato… Però diciamo che dopo aver contribuito alle carriere di Lazza, Marracash, Guè, Elodie, Sfera, Ernia, Rkomi, ma anche a quelle di Brunori o Elisa, giusto per fare qualche nome, posso essere abbastanza orgoglioso di quanto ho fatto finora. 

Foto di Francesco Imbriani

E puoi avere anche un certo credito presso gli azionisti della multinazionale per cui lavori, diciamocelo. 

Agli azionisti non credo interessi quali artisti abbia cresciuto: a loro interessa che i conti tornino, prima di tutto. Sono molto asettici, nei loro giudizi. Ma attenzione, io credo che proprio il mio modo di vedere le cose sia perfetto e molto efficace nel soddisfare le aspirazioni e gli obiettivi degli azionisti. Puoi scegliere di crescere facendo razzia dei più grandi nomi sul mercato, col rischio però di strapagarli o comunque di spendere sempre più in un mercato che invece complessivamente resta più o meno sugli stessi volumi: in questo modo i tuoi margini si assottigliano, è matematico. La strategia migliore è, credo, bilanciare gli approcci: da un lato i grandi nomi devono assolutamente esserci, dall’altro però devono esserci pure realtà emergenti che tu ti sei cresciuto da zero, credendoci prima degli altri. Vedi Blanco: abbiamo creduto in lui quando aveva ancora tipo 1000 follower su Instagram. Abbiamo evidentemente fatto bene. 

Domanda: e quando voialtri credete fermamente in qualcuno, nel potenziale di questo o quell’artista, ma quel qualcuno nonostante tutti i tentativi non vuole decidersi a funzionare? Lì che si fa?

Io sono una persona molto schietta. E tendo a dire a tutti gli artisti, a prescindere dal mio ruolo, quando c’è qualcosa che non va. 

Gli artisti mediamente sono molto permalosi, e sono piuttosto insofferenti alle critiche. 

Non so: forse sono fortunato io, o forse veramente ho trovato il modo di avere un approccio giusto – che è quello della totale trasparenza. Prendi Paky: a lui mi sento ancora molto legato umanamente, ma avevo chiara la percezione che il matrimonio professionale fra di noi fosse saturo, fosse diventato davvero estenuante, ed era meglio per entrambi separare le strade dal punto di vista discografico. Però, tu dici che gli artisti sono permalosi ed insofferenti alle critiche… 

Sì, lo dico.

…e se vuoi è anche vero: ma bisogna tenere conto che la loro è una situazione davvero difficile. In contesti “normali”, quelli in qualche modo più misurabili e matematici, se una cosa non funziona tu puoi provare ad aggiustarla studiando bene le condizioni di mercato; se invece provi a reindirizzare la traiettoria di un artista seguendo le dinamiche di mercato, quasi sempre questa scelta non funziona, perché arrivi comunque troppo tardi. Capisci la difficoltà? Capisci la specificità del nostro settore, della nostra industria? Bisogna imparare l’arte del saper aspettare, se ci si crede davvero. È difficile, lo so. 

Anche perché da un lato se insegui il mercato, arrivi troppo tardi; dall’altro se ti incaponisci in una cosa personalissima che però non funziona, non vai da nessuna parte; se poi fai un mix delle due cose rischi, di essere né carne né pesce. 

Esattamente! E poi, negli ultimi dieci anni si è aggiunta una componente totalizzante, nelle dinamiche con cui un artista si approccia a quello che fa.

Quale?

I social.

Influenzano, eh?

Influenzano tantissimo. Ci sono artisti, nel mio roster, che leggono ogni singolo direct che gli arriva…

E tu gli dici di non farlo.

Già. 

Ma inutilmente. 

Con Lazza ormai ci lavoro da un decennio, e penso di avergli detto un miliardo di volte: “Ma smettila, lascia stare, non ha senso stare così dietro ai social e a quello che scrivono di te”. Però sai cosa?

Dimmi. 

Nel suo caso, aveva e ha ragione lui. Ero io a sbagliare. Lazza credo sia uno degli artisti in Italia con la fan base più solida e fedele: e tutto questo se l’è creato lui, col suo modo di fare, col suo modo di affrontare le cose. Se avesse seguito i miei consigli, probabilmente non sarebbe riuscito a creare un rapporto così intenso col suo pubblico. Un rapporto, credimi, fantastico. Però sì, tornando al discorso che facevamo prima: non è facile essere un artisti oggi. In un mondo ideale, l’arte dovrebbe essere qualcosa di puro, qualcosa di nobile ed incontaminato. Ma viviamo in tempi duri. Dove non può funzionare così, dove così non funziona. 

Ora sembrerà che cambio discorso, ma so che tu puoi capire il nesso. Ovvero, ti chiedo: qual è la qualità media dei management attorno agli artisti?

(scoppia a ridere, ndi) Ecco, ecco, ora ti do il titolone… “Federico Cirillo dice: la qualità media dei management degli artisti è bassissima”. E sotto il titolo, ecco che ti confermo che sì, troppo spesso certi management fatti da amici di, da cugini di, da improvvisati vari sono tragici, davvero dannosi. Perché pensano solo al soldo. 

Al 20% che si possono mettere in tasca per ogni contratto concluso. 

Già. Quante volte ho visto artisti firmare contratti troppo onerosi perché chi doveva assisterli non è stato in grado di spiegare bene certe clausole… Sì. Ho visto davvero tanti artisti letteralmente inculati. 

Fermo lì, fermo lì: ti faccio notare che quelli che li stanno inculando spesso siete voi. Voi discografici.

Tecnicamente, hai ragione. Possiamo essere noi a farlo, ad inculare gli artisti, possono essere le grandi agenzie live: ma sì, hai ragione. Però in realtà il problema originario sta proprio nell’eccesso di avidità di certi management. Management che pur di chiudere i contratti alla cifra più alta possibile non si preoccupano di spiegare, o anche solo di capire loro stessi, come certi accordi possano essere in realtà delle totali inculate, qualcosa di profondamente controproducente. Un meccanismo che ogni tanto bada bene va a danno anche nostro, quando firmiamo a cifre esagerate questo o quello. Col risultato che alla fine siamo scontenti tutti, se gli obiettivi prefissati e necessari per raggiungere l’investimento non vengono raggiunti. Qua però dobbiamo fare autocritica: questa ossessione sui numeri e sulla performance numerica l’abbiamo creta noi. 

Sì, eh?

Guarda la questione dei sold out nei live, o della quantità di certificazioni: io ad un certo punto avevo proposto di nascondere i numeri di stream su Spotify, perché stare lì a leggerli ed analizzarli è una cosa che ho vissuto malissimo, nel farlo coi miei artisti. E l’hanno sempre vissuta malissimo loro. Soffrono. Soffrono parecchio. 

Foto su gentile concessione di Federico Cirillo

Sì, ma quando hai proposto una cosa del genere, ‘sta cosa di nascondere i numeri, t’avranno riso in faccia…

Già. Non solo l’industria, ma anche molti tuoi colleghi lo hanno fatto. Ovviamente la mia era una provocazione, anche perché è completamente implausibile che Spotify nel mercato italiano nasconda i dati e in tutti gli altri invece no, figurati se non lo so. Però vedi, fino a dieci anni fa nessuno per dire era interessato ai soldi. Se tu andavi ad un concerto, lo facevi unicamente perché quella band ti piaceva: punto. Non te ne fregava niente se lo facevi in un posto con 50 o 50.000 persone. Anzi, se eri in un posto assieme ad altri 50.000 ti giravano pure un po’ i coglioni, perché ti sembrava che quella “tua” passione si fosse un po’ sputtanata, non fosse più così “tua” e così preziosa. Io Skrillex l’ho sentito per la prima volta di fronte a 150, 200 persone praticamente in un sottoscala, al Rocket: ecco, questo mi rende orgoglioso, questo!, non l’averlo risentito anni dopo in una location in cui eravamo 50.000 e passa… Ma c’è poco da fare: l’approccio delle persone è cambiato. E questo credo nasca comunque dai social, che hanno dato vita a delle dinamiche sinceramente non centrate, discutibili. Per dire: un po’ di tempo fa delle testate di informazione avevano proposto di riportare i dati di FIMI, quelli insomma sia di vendita e di ascolto, sulle loro pagine, voce per voce. Io a loro ho proprio detto: “Ragazzi, non fate stronzate. Le persone con cui comunicate, cioè il fan medio, non ha la knowledge per analizzare nel modo corretto i dati. No, non ce l’ha”. Ti faccio infatti un esempio concreto, un esempio in cui teoria io sarei la parte diciamo così “in vantaggio”, tanto per farti capire quanto il mio discorso sia disinteressato e non di parte.

Vai. 

 Tu puoi pubblicare i dati di Artie 5ive e quelli di Guè: da quelli, se dai un giudizio immediato e “piatto” ti limiti al fatto che le numeriche di Artie sono la metà di quelle di Guè, e trasformi tutto in una sfida polarizzante. La realtà invece è che sono molti i fattori di cui tenere conto, a partire dal fatto che Guè ha una carriera ventennale mentre Artie si è appena affacciato sul mercato. Capisci? I numeri non sono mai un fattore assoluto, mai. Sono relativi: vanno cioè contestualizzati ed analizzati. Non puoi gettarli in pasto pubblicamente così, senza un minimo di mediazione interpretativa, anche se a farlo questo può favorire l’engagement sulle tue pagine, perché sotto si scatena la ridda dei commenti e del tifo da stadio. Nell’immediato, è un clickbait facile, efficace; nel lungo periodo, è qualcosa di veramente deleterio. 

Sono d’accordo. Ma a questo punto alzo il livello della sfida.

Vai.

Cioè, scusami tanto: ma vista la posizione che occupi, non potresti essere tu a fare qualcosa? Ad esempio, potresti proporre a tutti gli artisti sotto contratto con Island di non dare visibilità nei loro comunicati stampa e nelle loro dichiarazioni ai dati d’ascolto sulle piattaforme.

(lunga pausa, ndi) In effetti non ci avevo mai pensato… Ehi: ma lo sai che mi hai dato davvero un’ottima idea?