Fallo Fantastico

Questo articolo è uscito per la prima volta sul settimo numero cartaceo di Outpump Magazine, disponibile qui.

Durante una delle mie recenti sessioni di doomscrolling sui mezzi pubblici, l’algoritmo ha fatto apparire nel mio feed una pubblicità che mi ha fermata di colpo. Ma che cavolo? Ho pensato, cercando di decifrare l’oggetto viola pastello che avevo davanti. Ma CHE CAVOLO! Ho ribadito tra me e me un istante dopo, realizzando cosa fosse. Era un dildo a doppia estremità a forma di teschio di una creatura mostruosa, con una lingua carnosa che sporgeva da fauci affilate. Ho cliccato sul profilo per curiosare e, come premio, nelle settimane successive sono stata bombardata di contenuti sponsorizzati da decine di altri brand di sex toys. Mi sono quindi ritrovata a scorrere cataloghi su cataloghi di plug anali e grinder, vibratori e packer, inventandomi storie su chi li comprasse, chi li usasse e, soprattutto, chi li producesse. Naturalmente, ho iniziato a contattare i brand per scoprirlo.

Ma prima di continuare la storia, due parole sui sex toys. Siamo talmente abituati a proiettare potere, gravità, complessità e importanza sul sesso, che spesso ne dimentichiamo la natura più essenziale: un bellissimo gioco che facciamo con noi stessi e con gli altri. Quando la porta si chiude e le luci si spengono, chi siamo davanti alla società perde nitidezza, diventa sfocato. Scivoliamo in una dimensione segreta dove fantasia e realtà occupano lo stesso spazio. Nella nostra caccia solitaria o condivisa al piacere, siamo liberi di stabilire nuove regole e nuovi ruoli per noi stessi che esistono solo in questo mondo malleabile plasmato dal desiderio e dall’immaginazione (tu guidi, io seguo. Sii dolce, ora sii cattivo! Facciamo come se fossimo estranei. Facciamo finta che io sia nel mio libro preferito). Questa visione del sesso può sembrare fin troppo semplicistica, persino ingenua, ma invochiamo per un secondo il rasoio di Occam. Se lo spogliamo di tutte le sovrastrutture che la società e la cultura gli hanno addossato per secoli e lo guardiamo semplicemente come un atto, la ragione per cui amiamo tanto il sesso è una sola: è divertente.

Il fatto che i sex toys si chiamino “giocattoli” (toys), e non strumenti o accessori, lo dimostra. Ci piace scegliere i giocattoli quasi quanto ci piace usarli: selezionare forme, caratteristiche e colori è tanto un preludio eccitante al gioco vero e proprio, quanto il livello più intimo di espressione di sé. Se sei una girly girl, è naturale che ti piacerà un vibratore carino e scintillante, no? Se sei goth, andrai certamente pazzo per un schele-dildo. E non ditemi, tifosi di calcio, che non paghereste volentieri per un plug anale con il logo della vostra squadra del cuore. La risposta la conosciamo tutti. La magia del world wide web è che permette a persone di tutto il mondo di scoprire che esiste qualcuno là fuori con gli stessi gusti, fantasie, preferenze e corpi, ma anche qualcun altro che crea prodotti pensati apposta per loro. Così nascono brand come SelfDelve, Fckboi e Twilight Meadow Creations: inizialmente un hobby personale o una passione, poi aperti a un’intera comunità.

«Fino ai primi anni 2000, i sex toys non erano davvero pensati per le donne e per i corpi femminili», ricorda Anja, fondatrice di SelfDelve. «I materiali erano mediocri, i design brutti o volgari, e l’esperienza di acquistarli nei sexy shop e nei cinema porno era spesso avvilente». Anja, che a quel tempo lavorava come chimica ambientale, fu spinta da un’amica a usare le sue competenze per creare toys personalizzati in silicone di alta qualità. Ebbero un successo immediato nella sua cerchia di amiche. «A quei tempi, in Germania, molte donne stavano aprendo le loro boutique e attività: gestite da donne, pensate per le donne. Anche io mi sono sentita di farlo. Mi sono data un anno per costruire e lanciare un brand di successo. E ormai di anni ne sono passati venti». 


I design di Anja si sono sempre ispirati alla natura: frutta, verdura, bacche, funghi. Modella quasi tutti i pezzi da esemplari reali, selezionati con cura al mercato contadino per forma, dimensione e sensazione al tatto. «Avevo letto di fantasie legate al cibo, ma usare alimenti veri è rischioso per via dello sporco, dei pesticidi, dei parassiti. Quindi, come primo tentativo, ho ricreato una banana. E indovina un po’, la natura ha un design molto ergonomico!».

La sua scelta non era solo estetica, era anche politica. Innanzitutto, era consapevole che il sesso può essere un argomento difficile da affrontare per molti, specialmente per le donne. Voleva creare qualcosa di simpatico, familiare e divertente, che le persone non si vergognassero di acquistare in un negozio o mostrare a un partner. «Buona parte delle mie vendite arriva da persone che comprano regali per i loro partner. Mi capita di scrivere i loro messaggi personali sui biglietti, e di solito sono lettere d’amore commoventi, piene di divertimento ed entusiasmo. Ho anche parlato al telefono con una signora di 80 anni che aveva sempre desiderato possedere un sex toy, e ora che era vedova aveva finalmente trovato il coraggio di comprare qualcosa che trovava intuitivo e di buon gusto». In secondo luogo, voleva liberarsi dalla visione ristretta del mercato dei sex toys: «È un pregiudizio tipicamente maschile (e fallo-centrico) che una donna abbia bisogno di un pene per raggiungere l’eccitazione e l’orgasmo, ed è questo che l’industria ha sostenuto per tanto tempo, senza mai davvero chiedere alle donne cosa volessero. La scoperta di sé deve essere un processo spontaneo, confortevole, coinvolgente, sensoriale, e anche bello». Quando le chiedo quali siano i suoi prodotti preferiti, ci pensa un secondo, poi mi dà due risposte. La medaglia d’oro per il toy più sorprendente va senza dubbio al Marshmallow: un dildo bianco solcato da creste a spirale colorate, che l’ha entusiasmata per il suo potenziale di piacere. Fa parte della collezione Silicone Sweets, nata da una collaborazione con lo Studio Högl Borowski, e ha vinto un premio al Museo di Arti Applicate di Vienna. Il design con la storia più interessante è invece l’Asparago: un contadino di Vienna era arrivato al suo studio con una cassetta di prodotti del suo campo, chiedendole di scegliere una verdura e riprodurla in silicone, così da poterla dare ai suoi clienti come simpatico omaggio. Erano così entusiasti (e soddisfatti) che Anja l’ha aggiunta alla sua collezione permanente Garden of Eden.

Mentre noi, a livello individuale, ci preoccupiamo molto di apparire attraenti ed eccitanti durante il sesso, la stessa aspettativa non viene imposta ai sex toys. In quanto strumenti, sono esonerati dal bisogno di performare visivamente nel senso tradizionale, il che significa che non devono rimandare per forza all’anatomia umana (o a qualsiasi anatomia) per convincerci a usarli e per esserne soddisfatti. Possono avere design divertenti, come i toys di SelfDelve, oppure adottare un approccio più distaccato, sperimentale. È il caso di Fckboi, un brand di ceramiche berlinese che sovverte intenzionalmente i concetti mainstream di sensualità ed eccitazione. Alcuni pezzi hanno un aspetto elegante e artigianale, altri risultano imponenti, o alieni, inquietanti. Altri ancora, come un dildo per prostata incollato a una palla rosa, sono decisamente assurdi, più opere d’arte che veri e propri strumenti. Jessie, la fondatrice, spiega: «Non sono partita con un’idea chiara di cosa volessi sviluppare. La mia ricerca è stata contaminata da altre arti e discipline; la tassidermia, per esempio, mi ha portata ad integrare i capelli nei miei design. Mi sono anche ispirata alle creature marine: ossa e tentacoli, texture ruvide e morbide, forme voluminose e allungate. Ero interessata a creare oggetti il cui aspetto contrastasse con la sensazione al tatto».

Durante il suo processo creativo, non riflette molto sullo scopo sessuale dei suoi design, se non per garantire proporzioni ergonomiche. Anche se non creati specificatamente per un particolare tipo di corpo o attività, vuole comunque che siano sicuri e comodi da usare. «Testo sempre le mie creazioni personalmente, e le faccio provare anche ad amici. Questo mi permette non solo di imparare quali tecniche, forme e caratteristiche le persone tendono a preferire, ma mi insegna anche di più sul mio corpo. Voglio poter raccontare ai miei clienti la mia esperienza di come un prodotto può dare piacere; è così che creo per loro uno spazio accogliente e sicuro». Durante la nostra intervista, ho detto a Jessie che chiunque, guardando i suoi design, capirebbe immediatamente che sono fatti a Berlino. Lei ride, poi ammette: «Berlino ha decisamente modellato il mio stile. Prima di trasferirmi qui dall’Australia, ero giovane, ingenua e acerba. Penso che, così come il mio stile si sia evoluto molte volte da quando mi sono trasferita qui, anche i miei toys si siano evoluti». Quando non è seduta al tornio o impegnata a lavorare come chef e art handler, l’attenzione di Jessie si sposta sulla vita notturna. Per esempio, ha curato dark room per diversi club berlinesi.
L’esperienza a stretto contatto con kink e feticismi le ha mostrato come qualsiasi sensazione scomoda o solitamente negativa possa essere sessualizzata: dalla vergogna, alla paura, alla repulsione. Questo è un tema che permea la sua estetica: inizialmente disorientante, ma in realtà versatile, adattabile. «Gli spazi che curo non sono pensati per piacere a tutti, ma tutti hanno il diritto di viverli. Lo stesso vale per i miei sex toys. Spesso, i clienti ai mercatini non vogliono nemmeno toccare i miei prodotti perché si sentono imbarazzati o intimiditi. Poi, quando lo fanno, la loro paura si trasforma in curiosità e immaginazione. Io li creo, ma siete voi a trasformarli in qualsiasi cosa vogliate». 

Per B e C del brand svedese Twilight Meadow Creations, la natura interpretabile e “non specifica” del design assume invece una sfumatura diversa. Nel loro catalogo, abbondano vulve carnose e peni robusti, ma non sono chiamati con il nome di ciò che rappresentano, bensì con il modo in cui possono essere usati: Penetrables, Insertables, Grinders, Packers. «All’inizio del nostro progetto, quando io e B lavoravamo ancora dal tavolo della sua cucina, creavamo protesi per l’affermazione di genere», racconta C, sedendosi vicino al partner nel loro laboratorio. «Quando siamo passati ai sex toys, abbiamo mantenuto un linguaggio senza genere, perché non volevamo limitare i nostri design a determinati corpi o identità. Siamo una coppia queer, e i nostri clienti sono principalmente non-binary e transmasc, con le donne cis al terzo posto. Il nostro brand è un safe space per tutti». L’estetica di Twilight Meadow Creations abbraccia l’anatomia umana, arricchendola con un tocco fantastico, una sorta di trasmutazione mitica che fonde folklore scandinavo e antiche leggende europee. Tutti i toys hanno una loro storia, e alcuni sono accompagnati da illustrazioni dei personaggi originali a cui sono ispirati, come il demone androgino Nattmaran e il muscoloso troll delle montagne Bjarkan. In un certo senso, rappresentare ninfe e selkie è una rivendicazione dell’antica cultura svedese, che il cristianesimo per secoli ha bollato come sacrilega o ridotto a favolette per bambini. «Sapevi che fino al XVII secolo potevi essere condannato a morte per aver avuto rapporti sessuali con gli spiriti della Natura?» mi spiega B, lasciandomi piuttosto scioccata. «Il nostro brand è una sorta di risposta a questo fatto storico poco conosciuto». Una cosa che chiaramente non è cambiata dalla Svezia del 1600, è che c’è ancora molta gente che fantastica sui mostri. Immaginazione e creatività sono fondamentali nei design di B e C, ma anche nel modo in cui la loro community li vive. «Trattiamo ogni nostra creazione come un pezzo di design: non sono oggetti anonimi da consumare e scartare, hanno una propria identità e un proprio posto nel nostro universo narrativo. Abbiamo avuto persone che ci hanno detto che i nostri toys le hanno fatte sentire più forti e affermate nella loro identità; abbiamo anche clienti asessuali che li collezionano solo per esporli o usarli come antistress. Questo è esattamente ciò che vogliamo: che i nostri clienti si leghino a loro, che si inventino le proprie storie, che li interpretino a modo loro, come si fa con le opere d’arte».

Foto di
Dave Masotti