Pensateci. Avete appena 20 anni, fate musica con i vostri amici in un piccolo studio a basso costo di Londra e, a un certo punto, uno degli infiniti brani che avete buttato su SoundCloud esplode. Un anno dopo siete headliner ai principali festival del mondo, in America ma anche in Europa. Drake, Playboi Carti e altri big della scena vi invitano ad aprire i loro concerti, alle loro feste, e fanno foto con voi. Se non bastasse, Demna vi fa sfilare per Gucci durante la sua incoronazione come direttore creativo, mettendovi sotto gli occhi di tutti come emblema della nuova generazione creativa. Beh, se vi siete immedesimati in questa storia, allora vi siete immedesimati in Fakemink.
Fakemink è un rapper e produttore cresciuto nell’Essex, parte di quella scena UK underground che include nomi come EsDeeKid, Femi, Rico Ace. Ha iniziato a produrre su FL Studio a nove anni, con una copia pirata trovata nell’hard drive di suo padre. Prima che tutto esplodesse, lavorava in un ristorante cinese mentre cercava di spaccare.
Ma non fraintendetemi, questa non è la prima volta che una storia del genere accade. Basti pensare a Chief Keef dopo il drop di Love Sosa, Post Malone con White Iverson, Central Cee con Doja, tornando ai primi anni 2000 dove 50 Cent diventò cult con l’uscita di In Da Club.
Parlando con Federico, un mio grande amico con cui mastico le scene underground dal giorno zero, mi ha fatto ragionare su una cosa: tutti questi artisti condividono un successo rapido, ma Fakemink ha fatto l’esatto opposto di ciò che la storia del rap ci ha insegnato sugli album di esordio.
Nell’immaginario comune, il primo album di un rapper arrivato al grande pubblico è sempre stato un manifesto autocelebrativo. Riprendendo Chief Keef: già il titolo del suo esordio, Finally Rich, definisce quella consolidazione di status che ispira questa cultura, intrisa di materialismo e riscatto.
Fakemink ha scelto un’altra strada. Ha esposto la sua parte più cruda, più oscura, mostrando vulnerabilità invece di status. Terrified ., il suo album di esordio, si posiziona come un percorso sonico intimo e psicologico, lontano dai canoni dell’industria. Suona come la colonna sonora di un inseguimento con tensione costante, che spiraleggia verso la fine di quel thriller psicologico che ti sei ripromesso di guardare, ma senza mai finire. Bassi saturi fino alla distorsione, beat gotici e violenti, voci così manipolate da sembrare più macchina che persona. La produzione mescola jerk, witch house e cloud rap in atmosfere che oscillano tra il claustrofobico e l’intergalattico. Tutto interamente autoprodotto, zero sample, se non due canzoni che restano comunque volutamente poco riconoscibili. Nessun featuring.
È anche il suo primo album completo dopo una serie interminabile di singoli pubblicati, come dice lui stesso, come proof of concept, un modo per testare la propria nicchia artistica fino a ottenere un riscontro dal pubblico.
In un’intervista con Zane Lowe ammette di aver aspettato questo momento per anni: creare un progetto completo che trasmettesse una sinergia di suoni in modo strutturato. Non una compilation, ma un body of work pensato, costruito in funzione di ciò che vuole farti provare.
Quando lo ascolti capisci che il messaggio non punta a raccontarti la storia dell’artista dietro la maschera, cadendo nei soliti cliché dell’ascesa da una vita povera. Ma punta esattamente a terrorizzarti. A farti sentire le conseguenze che la fama, e la rapidità nel raggiungerla, possono creare. Quasi nauseandoti, strattonandoti dentro il suo mondo distopico.
Ma da dove arrivano queste sensazioni, e perché Mink ne vuole parlare? Sul sito di Genius, l’album viene descritto come un “California noir”: nel 2025 Fakemink arriva a Los Angeles per un breve tour e la fama gli si rovescia addosso in una città straniera. Quella sensazione diventa il disco. Modelle che provano a rubarti l’anima, vampiri che guidano Wraith lungo Hollywood Boulevard.
Una Los Angeles che sembra uscita da un sogno febbrile, più vicina al cinema che alla realtà. Più vicina a un incubo che a un sogno.
A questo punto potremmo definirlo un concept album, ma c’è qualcosa che va oltre. Nella natura stessa del progetto c’è qualcosa di più profondo del classico concept. È un album basato su una sensazione. Un feeling. Un sensation album, di fatto. Tutto è costruito sull’emozione che dà il nome al disco: essere terrorizzato.
La visione del terrore in questo progetto è chiara. In un’intervista, risponde subito: il significato di Terrified per lui è come essere assaliti dall’adrenalina. Sai esattamente cosa ti sta accadendo. Sei spaventato, ma non confuso. È come guidare a centocinquanta all’ora ed essere euforico, perché sai che se ti schianti non ti frega niente.
È questa sensazione a guidare l’ascoltatore per tutto l’album. Fakemink incanala la sua esperienza disorientante, che lo porta a scrivere musica in un modo nuovo. Definisce quel periodo a Los Angeles come qualcosa di strano, che lo ha fatto impazzire. Ha scoperto che la città poteva fagocitarlo e che le persone che la abitano sono vampiri che vogliono la sua anima. Per questo è terrorizzato. E lo senti nell’album.
Quando capisce di essere in pericolo, distratto e confuso, si rende conto di doversi isolare e si sposta a registrare in un altro posto: l’hotel Chateau Marmont. Si chiude in una stanza con i suoi amici e collaboratori più stretti per definire e chiudere il progetto. Lo stesso hotel della cover, dove la modella Victoria Davidoff incarna l’estetica del terrore stesso raccontato.
Lo Chateau Marmont è un hotel che sembra uscito da un sogno e da un incubo contemporaneamente. Tutto ciò potrebbe aver aiutato l’artista a chiudere questo album proiettando e amplificando le sensazioni che stava vivendo. Lynch la chiamava “catching the big fish”: isolarsi, andare in profondità dentro sé stessi per pescare le idee più pure, quelle che vivono dove la coscienza tocca il fondo. Fakemink ha fatto la stessa cosa allo Chateau Marmont.
Ed è proprio mentre ascoltavo questo progetto, cercando di unire i puntini, che non riuscivo a smettere di pensare al film di Lynch Mulholland Drive. Dalle visual alla costruzione dell’album, tutto è profondamente scritto, pensato, costruito intenzionalmente. Come nel film, questo progetto nasce dalla moltitudine di idee accostate attorno alla sensazione che Fakemink stava provando. Non si dà spazio solo a un personaggio: si dà spazio alla coralità. Ed è esattamente quello che succede nell’album.
Personaggi assurdi, come in un Twin Peaks, scandiscono Terrified. Victoria Davidoff, Rosh, Tina, Noah Dillon, Nia, presenze che non compaiono fisicamente ma si sentono dentro ogni canzone.
La persona che rende più evidente l’accostamento con David Lynch è Noah Dillon, cantante dei The Hellp, direttore creativo e regista, che ha firmato quasi tutti i video di Fakemink. Il singolo Night Blooming Jasmine è forse la reference più esplicita a questa connessione. Noah Dillon accompagna il brano con uno short film dall’estetica desolata, con colori che rimandano direttamente alla fotografia di Mulholland Drive.
Victoria è la musa. La donna incredibile, incantevole, seppure oscura. Una presenza leggera e assurda allo stesso tempo. Una donna bellissima a cui manca un dito, come un personaggio che potrebbe uscire dalle tende della Loggia Nera senza che te lo aspetti. La diva che Fakemink trova negli exploitation film da cui dice di essersi ispirato.
Ma Victoria è anche la voce narrante delle tre parti del viaggio che il progetto delinea, un personaggio della coscienza di Fakemink. Come dice lui stesso, il percorso dell’album è una scalata dantesca verso la luce: si apre con organi da chiesa e una ragazza che urla il titolo del disco nel vuoto, si chiude con la stessa voce che descrive il mattino dopo la fine del mondo. Victoria guida l’ascoltatore attraverso l’inferno della fama fino al paradiso della sopravvivenza. È una donna angelicata elaborata ai nostri giorni.
Rosh è una presenza più silente. Co-autore dei testi, amico di Fakemink dai tempi della scuola superiore, che lui stesso definisce l’artista più talentuoso che conosce. Una persona defilata che aiuta a creare l’ambiente distopico di tutto l’album. Nia, invece, è il fratello di Fakemink, grande appassionato di cinema. Come dice Fakemink in un’intervista: il fratello guarda circa due film al giorno e quando torna a casa non vede l’ora di parlare con lui per trovare reference, tendenzialmente film horror da cui può prendere in prestito l’atmosfera.
E poi c’è Tina Temps, la figura più enigmatica di tutte. Compare nei crediti di praticamente ogni brano come lyricist, eppure nessuno sa chi sia. Fakemink si rifiuta di parlarne: in un’intervista ha detto soltanto che è una creative director, che la conosce da molto tempo e che la accredita perché la ama. Apple Music la descrive come “the shadowy figure regularly listed on his composition credits”. Una presenza fantasma che attraversa tutto il progetto senza mai mostrarsi, esattamente come i personaggi lynchiani che guidano la narrazione restando invisibili.
La correlazione fra Lynch e l’artista non finisce qui. Night Blooming Jasmine sono le tre parole incise sulla lapide di David Lynch all’Hollywood Forever Cemetery. In un’intervista del 2016, Lynch descriveva il profumo del gelsomino notturno come l’essenza di Los Angeles: l’odore che in una notte d’estate ti invade e quasi ti fa scorgere i tempi dorati, Clark Gable e le star del vecchio Hollywood, una scena che aleggia ancora nel DNA della città. La scelta di questo titolo come singolo d’apertura racconta esattamente ciò che l’artista ha vissuto a Los Angeles: avere annusato la grandezza della città, dell’ambiente, e comunque esserne sopraffatto.


La correlazione va oltre l’estetica. Lynch ha passato la vita a costruire una Los Angeles seducente e minacciosa: il nucleo marcio sotto la superficie luccicante, il prezzo dell’ambizione, l’identità che si dissolve nel sistema hollywoodiano. In Mulholland Drive, Betty arriva a LA piena di sogni e viene consumata dalla città fino a perdere sé stessa. In Terrified, Enzo, la persona dietro Fakemink, arriva a LA pieno di fama e viene consumato fino a dover diventare l’artista che è per sopravvivere. La stessa traiettoria, lo stesso incubo californiano. E come Lynch, l’artista non racconta questa storia in modo lineare. La narrativa si dispiega anche attraverso 27 racconti pubblicati su un sito dedicato, undergroundballroom.co.uk, più uno short film di undici minuti come ultima voce di diario. Storie parallele che scivolano tra generi, il reale che si confonde con l’immaginario. Lo Chateau Marmont stesso diventa uno spazio lynchiano: la critica lo descrive come “Lynchian backrooms“, quegli ambienti che sembrano normali in superficie ma trasudano inquietudine. Ed è proprio nello short film My Oh My ! che questa connessione si materializza: Victoria racconta il “viaggio” allo Chateau Marmont apparendo come un fantasma, una presenza onirica che si muove tra le stanze rubando le ambientazioni, i colori, le transizioni di Lynch.
C’è anche una correlazione sonora. Lynch trattava il suono non come accompagnamento ma come architettura: i bassi profondi di Mulholland Drive, il rumore industriale di Eraserhead, le vibrazioni atmosferiche di Twin Peaks costruiscono spazi fisici in cui il pubblico è intrappolato. Fakemink fa lo stesso. I bassi saturi fino alla distorsione, le voci processate e il witch house non sono decorazione. Sono le mura di stanze che l’ascoltatore è tenuto a visitare per perseguire il viaggio. Il suono non accompagna il terrore, lo costruisce.
C’è un altro livello in cui Lynch attraversa questo progetto: il dualismo. In Mulholland Drive Betty e Diane sono la stessa persona, ma non lo sono. In Lost Highway Fred e Pete coesistono senza mai incontrarsi. In Terrified, Enzo e Fakemink funzionano allo stesso modo. C’è un uomo di nome Enzo che ha fatto questo album, ma c’è anche un personaggio di nome Fakemink che ci appare dentro.
Non sono la stessa persona. Enzo si ritira per scrivere le canzoni, Fakemink le attraversa. Il trial, la prova, accade nel corpo del personaggio, non della persona. È Enzo che scrive della prova di Fakemink. Questa consapevolezza è ciò che rende il progetto diverso da tutto il resto della scena.
Esserne sopraffatto lo porta a continuare il cammino sentendosi messo alla prova, quasi da un dio. Come scrive SADPRT, si definisce “the chosen kid”. Già nell’intervista di Apple Music lo diceva con aria sicura: dopo che sarà uscito, la musica cambierà per sempre. Tutta la scena UK guarderà a lui. Non a caso il suo primo progetto, quando si chiamava ancora 9090gate, si intitolava London’s Saviour, e nella cover di quell’album compariva già Noah Dillon, il regista che oggi ha firmato quasi tutti i suoi video.
E come ogni storia di prescelto, deve attraversare lo sconcerto di scoprire chi è davvero, superare prove che lo porteranno alla consolidazione di sé. Lo descrive come un ciclo: una ruota che gira, dove la fiaccola viene donata al prossimo. Un nuovo ragazzino ispirato da lui, che a sua volta diventerà il prescelto e dovrà affrontare la stessa prova.