L’eredità di Giorgio Armani in 5 punti fondamentali

Giorgio Armani ha letteralmente inventato la definizione di “stilista” nel 1975. Questo perché non si sentiva «né un couturier né un sarto», nelle sue parole originali, ma era una nuova figura nella moda italiana e internazionale.

Quello che egli ha fatto durante la sua carriera ha segnato un Paese intero: al netto dei suoi meriti, il suo lavoro è stato per decenni il metro di paragone del pubblico a qualsiasi altro progetto in ambito fashion. Un pensiero, questo, che è possibile comprendere anche dalla dichiarazione rilasciata ufficialmente dal brand per comunicare la sua morte ieri, nella quale si legge: “Il segno che spero di lasciare è fatto di impegno, rispetto e attenzione per le persone e per la realtà. È da lì che tutto comincia“.

Re Giorgio, come era universalmente conosciuto, si è infatti sempre dedicato all’azione: lavorare instancabilmente (fino agli ultimi giorni, anche in videochiamata per supervisionare dall’ospedale gli ultimi look di sfilata) e in questo continuo fare ha fatto di tutto. Ha lasciato il suo segno nel cinema, nello sport con le moltissime divise disegnate da lui, nell’architettura grazie al noto sodalizio con Tadao Ando e nel lifestyle con le decine di progetti a suo nome.

È chiaro quindi che i punti da ricordare siano ben più di 5, ma anche solo alcuni di questi danno un panorama della sua indiscussa influenza.

Il power suit e l’eleganza

Il cosiddetto power suit armaniano è diventato un autentico simbolo di emancipazione. Nel periodo storico in cui le donne cominciavano a conquistare spazi dirigenziali e professionali, Re Giorgio offriva infatti loro un abito che non imitava l’uomo ma lo reinterpretava con pantaloni morbidi, giacche fluide, colori austeri e linee pulite capaci di comunicare autorità e indipendenza. Oltre a ciò, sia nel menswear che nelle collezioni femminili, la maison ha sempre perseguito un’idea di eleganza intrinsecamente semplice ma praticamente impossibile da replicare. Eleganza, che, citando le parole di Armani stesso, non è farsi notare, ma farsi ricordare.

La rivoluzione inizia con il destrutturare

Si può dire che, tra gli anni Settanta e Ottanta, Giorgio Armani ha riscritto il concetto stesso di abito attraverso un semplice gesto. Prima di lui, la giacca era infatti sinonimo di rigore e rigidità: spalle imbottite, silhouette squadrate, tessuti pesanti. Lo stilista piacentino ha avuto invece l’intuizione di “svuotare” il capo, eliminando imbottiture e fodere e lavorando con tessuti più leggeri e fluidi per lasciare spazio alla personalità di chi lo indossa. Non è stato solamente un esercizio tecnico, ma una vera e propria rivoluzione culturale che ha trasformato l’eleganza in comfort e self-confidence.

La visione lifestyle di un impero globale

Quello che oggi è il Gruppo Armani si estende ben oltre la moda. La parte dedicata al fashion si articola per esempio nella linee Giorgio Armani, Emporio Armani, Armani Privé, EA7 e Armani Exchange. Poi però esistono anche Armani Beauty e Armani/Casa, oltre al museo Armani/Silos, i ristoranti, gli alberghi e la libreria di Milano. E tutto questo dimostrando sempre fedeltà verso gli stessi principi. Insomma, non è sbagliato parlare di un vero e proprio impero che si fonda su un’unica visione. 

Il cinema come cassa di risonanza

Se il nome di Giorgio Armani è entrato nell’immaginario collettivo è anche grazie al cinema. Fu infatti suo il compito di firmare i look indossati da un’indimenticabile Richard Gere in “American Gigolo“, consacrando il suo stile come emblema globale di buon gusto. Il rapporto con Hollywood da lì in poi è rimasto un tratto distintivo della sua legacy, come dimostrano Il documentario “Made in Milan” di Martin Scorsese, lo spot affidato a David Lynch, gli innumerevoli outfit da red carpet per le stelle del grande schermo e sì, anche la leggenda secondo cui Batman veste solo Armani. 

L’indipendenza nella moda è possibile

La mia più grande soddisfazione è essere rimasto libero e indipendente”. È con queste parole scritte col fuoco che Giorgio Armani ha commentato uno degli aspetti forse più importanti della sua carriera. Rifiutando più volte e in modo alquanto deciso le offerte dei grandi conglomerati che padroneggiano il mercato del lusso, egli ha infatti mantenuto il pieno controllo del suo brand fino alla fine. A discapito delle tendenze che stanno guidando il fashion business, la scelta di rimanere imprenditore e direttore creativo al 100% si è dimostrata inequivocabile vincente e ha permesso di proteggere la tanto cara identità sobria del marchio senza scendere mai a compromessi.