Il debutto di Matthieu Blazy da Chanel

In una stagione costellata di debutti, quello di Matthieu Blazy alla guida di Chanel era forse il più atteso di tutti. Questo non solo per la fama raggiunta dallo stilista durante il suo straordinario periodo da Bottega Veneta, ma anche perché la maison è considerata una delle più prestigiose al mondo e dopo la morte dello storico direttore creativo Karl Lagerfeld non è più riuscita a trovare lo slancio che meritava.

“Per questo primo show di Chanel volevo fare qualcosa di abbastanza universale, come un sogno, qualcosa fuori dal tempo, e sono rimasto affascinato dall’universo delle stelle, un tema tanto caro alla maison. Osserviamo tutti lo stesso cielo e penso che provochi in noi le stesse emozioni.”

Matthieu Blazy, direttore creativo di Chanel

Quindi si riparte da zero, o meglio, dai fondamenti del brand: l’eleganza, la semplicità e il savoir-faire. Tutti concetti, questi, che vengono interpretati con una certa modernità attraverso la lente distintiva del designer, la cui formazione passa per Raf Simons e Maison Margiela.

Sono state usate stoffe originali di Coco Chanel ma allo stesso tempo abbiamo assistito alla creazione di una nuova “donna Chanel”. La collezione si è divisa in tre capitoli: “Un Paradox“, “Le Jour” e “L’Universel“. Il paradosso di cui si parla sta nelle contaminazioni tra tailoring maschile e guardaroba femminile che sono scaturite dagli scambi di vestiti tra la fondatrice della griffe e il suo amato Boy Capel durante la sua relazione più significativa di sempre, mentre un altro riferimento all’idea di legacy è quello nei confronti degli abiti tramandati di generazione in generazione. Tutto questo senza però mai compromettere la propria cifra stilistica, che si nota nei volumi, nelle frange, nell’utilizzo del tailoring, nelle trasparenze e nell’attenzione alla materialità.