A ognuno il suo.
C’è a chi piace analizzare, capire, smontare e ricostruire. A me piace osservare e trovare pattern; soprattutto quando si parla di moda e stile personale. Un osservare e un ricostruire che però oggi, nel più confuso dei mondi possibili, è tanto intrattenente quanto inconcludente. Oggi, nell’ultimo decennio o poco più, non esiste un vero stile collettivo; non esistono veri pattern di uno stile condiviso, riconoscibile o inquadrabile. Un pensiero che si è formato nella mia testa negli ultimi 10 anni ma che nella sua forma più razionale prendo in prestito dalle parole di Walter Van Beirendonck intervistato alla fine della sua FW25 da Bliss Foster.
«Le persone stanno comprando molti vestiti vintage in questo periodo, il che è una cosa positiva per la sostenibilità, ma stiamo perdendo un po’ l’estetica del nostro tempo. Quando guardiamo indietro agli anni ’70, ’80, ’90, riconosciamo subito un’estetica precisa. E questo, secondo me, lo abbiamo perso negli ultimi dieci anni».
Walter Van Beirendonck
Abbiamo quindi forse perso l’unica occasione che avevamo di costruire e delineare uno stile contemporaneo collettivo? Su Wikipedia parlano di declino della mono-fashion culture, inteso come perdita di coesione stilistica. Effettivamente lo stile dell’ultimo decennio è stato tutto e niente: è stato i volumi e surrealismi di Jonathan Anderson da Loewe tanto quanto i reggiseni con i capezzoli di Skims, i dupe delle borse di Bottega Veneta, i jeans vintage, il Louis Vuitton di Pharrell. Allo stesso tempo sono però stati anche le decine di micro-trend (il pop-of-blue, le maglie da calcio, i pomodori, i camperos, i Labubu, gli occhiali bayonetta), le decine di “core” (vedi il balletcore, il mermaidcore, il brazilcore) e le decine di estetiche (quella cowgirl, clean girl, coquette, mob wife, blokette) a costruire mille mini estetiche, passeggere, confuse e remixate. Sono stati quindi non solo le differenze tra i singoli capi o accessori a creare distanza ma anche il pubblico di riferimento, così vario e con gusti e abitudini molto disparate. Durante la breve intervista video a Walter Van Beirendonck, il critico di moda chiede giustamente come si fa ad uscire da questa nostalgia e convincere (soprattutto i giovani) ad abbracciare la contemporaneità. Questione spinosa vista la palese necessità delle nuove generazioni di rifugiarsi in epoche diverse per una presunta insoddisfazione (comprensibile) del presente. A livello di design però l’uscita dalla nostalgia arriva secondo Van Beirendonck con nuove tecniche e con una presa di distanze.
«Per me è molto importante disegnare vestiti che si riconoscano subito come contemporanei, e che non potrebbero essere stati creati vent’anni fa, perché uso tecniche diverse, e voglio farli in un modo diverso».
Walter Van Beirendonck
Il designer è però unico nel suo modo di pensare e agire sulla moda e non è il riflesso dello scenario moda allargato, che sia di passerella o “di strada”. C’è stato un momento nell’ultima decade in cui si è smesso di guardare al presente o al futuro e tutti si sono girati verso il passato, pensando di trovare qualcosa – chi ha scavato a fondo negli archivi dei brand storici, riprendendone loghi (vedi Burberry) o intere silhouette come l’ultima collezione Haute Couture di Alessandro Michele da Valentino. L’intuizione era giusta: nella vita vera le persone avevano ripreso a comprare abiti vintage su larga scala (c’è stato l’avvento massivo di Vinted, i mercati e l’esplosione di negozi second hand) ed era chiaro che il gusto del pubblico si stesse quindi adagiando su una moda passata da qualche anno – senza andare troppo indietro, parliamo di anni ‘90 e 2000. In USA, nel 2023, il mercato del seconda mano è cresciuto 7 volte tanto quello dell’abbigliamento classico e i dati sono da allora sempre in crescita. Come però dice Van Beirendonck, per quanto positivo sia lo shift verso il vintage, ha prodotto un blocco nell’avanzamento estetico e di immagine per la moda. Per l’ultima stagione AW25 in passerella si sono visti jeans che ricalcano i Levi’s d’archivio anni ‘50, cappotti di pelliccia in stile vecchia Hollywood da Balenciaga, cappelli da flapper girl anni ‘20 mixati con linee pulite anni ‘90 da Miu Miu, ma anche spalle larghissime e animalier anni ‘80 da Saint Laurent, fino a passerelle come quella di Kiko Kostadinov che sembrano un tributo alla storica collezione grunge di Marc Jacobs da Perry Ellis nel 1992. Non che queste reference facciano storcere il naso, che sia chiaro – anzi sono tutte apprezzatissime. La questione è che siamo talmente abituati a vedere reference al passato, tributi e occhiolini in passerella che non ci facciamo neanche più caso perdendo quindi parte dello slancio verso qualcosa di nuovo. Per cosa saremo quindi ricordati? La decade in cui ci siamo vestiti come tutte le altre decadi che ci hanno preceduto?
Negli anni ‘60 la moda guardava allo spazio, aveva visioni più che futuristiche, tanto da essere chiamata la decade “Space Age” – pensiamo a Pierre Cardin o André Courrèges. Negli anni ‘70 si guardava all’esterno, ad altre culture (quello che oggi avrebbero forse etichettato come appropriazione culturale) e le influenze venivano dallo stile di vita delle persone, dalle droghe più usate, dalle subculture maggiori e dalla natura – tutto costruendo comunque un’estetica coerente e uno stile condiviso che arriva a noi oggi diretto senza alcun dubbio. Lo stesso accadde anche con gli anni ‘80 e ‘90 e 2000 e 2010 per poi disperdersi completamente.
Parlare di cultura frammentata oggi è quasi un eufemismo. In molti ambiti si parla di bolle; come se l’idea di frammento non fosse abbastanza. Ed effettivamente in una cultura frammentata chi naviga a bordo di alcune di queste “zattere” culturali osserva chi sta intorno e si contamina; nonostante le “fratture”, le correnti culturali circolano e con loro le mode e lo stile personale e, finalmente, quello collettivo. Se però parliamo di bolle la questione cambia: si percepisce il senso di chiusura in culture specifiche, nonostante tutto l’internet del mondo, e la sua più palese manifestazione è che non abbiamo uno stile per l’epoca in cui viviamo. Non ci sarà, per i posteri, un’estetica riconoscibile della nostra epoca — né riscavando la storia photo dump per photo dump, né riguardando le passerelle.
Di questo fenomeno sono testimoni tanto i trend report stagionali di fine fashion week, quanto i maestri delle scuole elementari o gli HR delle corporate o gli studenti universitari e i gym bros e sis. Se negli anni ’70 esistevano dei pattern nel modo in cui le persone si presentavano e si vestivano, oggi, a ognuno il suo. Ma cosa lascerà questo di noi e della nostra cultura visiva ed estetica ai nostri discendenti?
Qui una lista di quello che definisce il nostro stile collettivo oggi, in un giorno qualsiasi del 2025: i jeans baggy, le ballerine, il lip filler, i body di Skims, il borsello tarocco di Gucci, le Nike TN, le polo, i pantaloni della tuta (sia quelli baggy, che quelli stretti sul fondo), le Birkenstock Boston, i gioielli mischiati in oro e argento (ma anche solo quelli argento o anche solo quelli oro o anche solo bigiotteria o solo perline colorate), ah sì, le collane di perline colorate, i cordini per gli occhiali da sole di perline colorate, le tracolle per il telefono di perline colorate (ma anche solo le tracolle per il telefono), la Speedy di Louis Vuitton, un qualsiasi dupe di una qualsiasi borsa di lusso (ma in particolare le Re-Nylon di Prada), gli occhiali da sole “veloci”, i Levi’s 501 vintage, le scarpe da corsa, i top brillantinati, il completo della Givova, le Vans, le Hey Dude, le Camper, le Gazzelle, le scarpe da barca, le New Balance, le scarpe da calcio, le Total90, i jeans skinny, il Barbour vintage, quei completi di misto lana che si trovano solo al mercato, le infradito con il kitten heel, i blazer, le t-shirt grafiche anni ’90, i calzini bianchi alti il giusto, le calze a coste, le calze in filo di scozia, le calze di pizzo, le calze in lana della Birkenstock fatte apposta da indossare con le Boston, le maglie da calcio, la borsa di Uniqlo a mezzaluna, il Baracuta vintage, le Tabi, i Labubu, la Birkin, le Vibram Five Fingers, i tacchi a spillo di Louboutin, i tacchi a palloncino di Loewe, i finti orecchini a goccia di Bottega Veneta, il parka come gli Oasis, le giacche di pelle, il gel per le sopracciglia, i bag charms, i completi da uomo, i mocassini, le stampe di Desigual, l’ultimo drop di Yzy, i camperos, le righe di Sunnei, le ballerine borchiate di Ganni, i pantaloni barrell, i capi d’archivio, i capellini con la visiera, le camicie a quadri, le felpe con la zip, le felpe con il cappuccio, le felpe girocollo, le felpe oversize, le felpe “baby” attillate e corte, la tuta adidas, le infradito, le infradito di The Row a 780 euro, le infradito di Prada Linea Rossa anni 2000, il bucket hat crochet, le gonne lunghe bianche, i pantaloni di lino, il piumino della North Face, le camicie di lino, i cargo shorts, le magliette “I love New York”, i cappellini di strass “I love Milano”, le tote tag, i leggings di Rick Owens, il Loden vintage, la giacca Arc’teryx, i pantaloni Pleats Please di Issey Miyake, i capi d’archivio di Helmut Lang anni ’90, le micro bag, il bomber di Alpha Industries, la City Bag di Balenciaga, le box logo di Supreme, le gonne delle nostre madri e i maglioni dei nostri padri, il cappotto del nonno e le spille della nonna.

Se questa lista sembra molto lunga, per riconfermare il mio punto iniziale, vorrei sottolineare che si tratta invece della lista più riduttiva mai creata di quello che rappresenta il nostro stile collettivo oggi.
In aggiunta a tutto questo ci sono poi le abitudini di consumo che hanno influenzato pesantemente la frammentazione stilistica di cui sopra. Si parla di acquisti online, guidati da trend passeggeri o da un marketing aggressivo, di acquisti su piattaforme di ultra fast fashion come Temu e Shein ma anche di acquisti compulsivi e ossessivi su Vinted. Per quanto in molti ambienti venga ripudiato nel pratico e nell’ideologico, i siti di ultra fast fashion come Shein e Temu sono testimoni di quanto frammentata e poco identitaria sia la moda in questo periodo storico. Lì e ovunque esistono tutti i tipi di abiti possibili, per tutti i diversi poteri di acquisto ed è facilmente individuabile un grande “male”: la troppa offerta.
Se quindi sarà impossibile che questo decennio venga ricordato per il nostro stile collettivo, passeremo sicuramente alla storia come quelli del “tutto”; passato e presente, consumi altissimi, gusti misti e a ognuno il suo.




