Cosa è rimasto oggi della generazione rap 2016?

Prima del 2016 il rap italiano aveva indubbiamente un altro volto. Quello che è avvenuto non è stato solo un normale ricambio generazionale: è mutata radicalmente la percezione del rap in Italia e, insieme, la consapevolezza che la scena aveva di sé stessa. Spesso si parla di “successo della trap”, ma l’intuizione che hanno avuto Sfera Ebbasta, Ghali, Tedua, la Dark Polo Gang, Rkomi e compagnia cantante è stata comunicativa, prima ancora che musicale.

Cresciuti in una Italia in cui il rap era già un fenomeno di massa, sdoganato dal successo dei Club Dogo e di Fabri Fibra, questi artisti non hanno sentito il bisogno di rivendicare l’appartenenza a una scena, a codici estetici o a valori controculturali precisi. In altre parole: la “generazione 2016” ha scardinato l’idea che il rap dovesse per forza definire l’identità di chi lo ascoltava. Non è un caso che da quel momento in poi i rapper abbiano iniziato a occupare stabilmente i vertici delle classifiche italiane, diventando gli artisti più ascoltati del paese.

Oggi godiamo i frutti di questa rivoluzione, che ha aperto le porte del mercato musicale mainstream italiano al rap, oltre ad aver garantito un notevole allargamento della scena. Per dirla in parole povere, è merito della “generazione 2016” se oggi tante persone, dagli artisti agli addetti ai lavori, possono vivere della propria passione.

Tuttavia, l’esplosione del rap ha anche generato storture, ambiguità e tensioni che possiamo osservare tutt’oggi. Contraddizioni che hanno colpito, soprattutto, chi di questa rivoluzione si era fatto portatore. Le carriere degli artisti della “generazione 2016” si sono infatti sparpagliate in molte direzioni, tanto che verrebbe da chiedersi se questi abbiano giovato come singoli del risultato ottenuto come generazione.

Oggi sembra quasi strano ricordarlo, ma nel 2016 la tensione tra i rapper “maturi” e le nuove leve era palpabile. Una frattura che durò finché i primi non si resero conto di quanto avrebbero beneficiato, indirettamente, del successo esplosivo dei secondi. Eppure quelle diffidenze iniziali avevano una ragione d’essere: un gruppo come la Dark Polo Gang, che ostentava disinteresse per i valori storici del rap, non poteva che essere guardato con sospetto da una scena ancora legata a un’idea abbastanza rigida di questa cultura. Quel disincanto verso le “istituzioni del rap italiano” è stato però paradossalmente il motore dell’espansione della cosiddetta “generazione 2016”.

Questo “scontro generazionale” ha determinato una straordinaria coesione interna che, unita alla capacità di sfruttare i nuovi social media, ha fornito ai giovani un ampio arsenale comunicativo da poter sfruttare. Quando però la battaglia interna alla scena è stata vinta e si sono aperte le porte del mainstream, qualcosa è cambiato. L’ingresso nel mercato del grande pubblico ha conciso con la perdita di quella strafottenza genuina che avevano reso il fenomeno così vitale.

È così che la “generazione 2016” si è dovuta confrontare con un tipo di successo che forse nessun altro rapper in Italia aveva mai sperimentato, senza avere però gli strumenti per gestirlo. Per fare un esempio: quando Fabri Fibra conquista il mainstream con Tradimento nel 2006, ha trent’anni e alle spalle oltre un decennio di gavetta: sa che dovrà affrontare le critiche della scena, ma ci arriva con una consapevolezza e una solidità artistica maturata nel tempo. Gli artisti della “generazione 2016”, al contrario, ci arrivano da giovanissimi, senza essersi mai confrontati prima con l’industria discografica e senza una scena artistica coesa alle spalle con cui, nel bene e nel male, fare i conti. 

Da quel momento le strade si diversificano: c’è chi rimane fedele al rap; chi sperimenta flirtando con il cantautorato e con altri generi musicali; chi prova a trasformarsi in artista pop a tutto tondo, cercando di intercettare i canoni che in quel momento richiedeva il mercato. Al di là dei singoli percorsi, in pochi hanno valorizzato l’ecosistema mediatico e culturale che loro stessi avevano contribuito a costruire.

Così, media e istituzioni tradizionali della musica italiana – il Festival di Sanremo ad esempio – hanno potuto riappropriarsi di una centralità culturale che, in altre condizioni, sarebbe potuta restare nelle mani della scena. In questo senso, l’ingenuità che aveva reso dirompente e irresistibile il successo del 2016 è stata la stessa che, negli anni successivi, ha esposto questi artisti alle logiche implacabili dell’industria discografica.

Non tutti i mali vengono però per nuocere. I rapper arrivati al successo mainstream dopo la “generazione 2016” si sono presentati molto più preparati a gestire l’impatto. Prendiamo Lazza: il suo percorso è stato più lungo e faticoso rispetto ad altri colleghi, fatto di gavetta e di una graduale transizione verso il pop. Quando è arrivato sul palco di Sanremo, non ha dato l’impressione di bruciare le tappe: al contrario, la sua traiettoria è sembrata coerente e credibile. Questo gli ha permesso di mantenere saldo lo zoccolo duro dei fan storici, che non hanno storto il naso di fronte alla sua consacrazione mainstream. La carriera di Lazza non presenta vuoti di sceneggiatura: lo storytelling che propone di sé regge agli occhi del pubblico, e lui stesso ha dimostrato più volte di avere cura nel tenerselo stretto. Una capacità che nasce anche dall’aver osservato da vicino gli errori e le difficoltà di altri artisti. 

Parallelamente, alcuni rapper contemporanei hanno dato nuova linfa a figure della “generazione 2016” che sembravano aver perso un po’ di smalto. Che Ghali sia stato un artista epocale per la musica italiana – e per la società nel suo insieme – è fuori discussione. Eppure, attorno al periodo del Covid la sua traiettoria sembrava appannata: sospesa tra il pop e il rap, dopo il successo arci-popolare di Cara Italia. L’esplosione di Simba La Rue ha aperto per lui un nuovo spazio. È stato proprio grazie alle collaborazioni con Simba che Ghali è tornato prepotentemente a fare rap, riguadagnandosi l’attenzione della scena e riposizionandosi con credibilità.

Tra chi si è perso lungo il percorso e chi invece è riuscito a mantenere saldo il proprio ruolo nella scena, ogni rapper della “generazione 2016” ha pagato, in un modo o nell’altro, il prezzo di essere stato un gamechanger per il rap italiano. Oggi, guardando indietro, si potrebbe dire che alcune scelte avrebbero potuto essere gestite diversamente, ma i discorsi a posteriori valgono poco o nulla. La speranza è che i giovani artisti di oggi abbiano saputo cogliere la lezione.