Cosa ci ha lasciato Jay-Z in 8

Quando la scorsa estate HBO ha annunciato l’uscita di un documentario in otto puntate, in cui Jay-Z avrebbe dialogato con Rick Rubin per ripercorrere la sua carriera, tutti ci aspettavamo la rivelazione di chissà quale verità sul processo creativo di Hov o sull’industria del rap in generale. Sarà per la grandezza monumentale di Jay-Z o per l’aria da santone del suo interlocutore, che un format del genere lo aveva già sperimentato nel 2021 insieme a Paul McCartney (anche quella un’intervista in bianco e nero, dal titolo McCartney 3, 2, 1). 

Invece, arrivati alla vigilia delle ultime due puntate, non abbiamo scoperto nessun segreto occulto, né ci sono state così tante rivelazioni. Molte delle affermazioni di Jay-Z erano già contenute in Decoded, il suo memoriale del 2011, o in reperti video che potete trovare qua e là su YouTube. Chissà, forse proprio perché alla fine non c’è nulla di veramente nuovo le reazioni di Rick Rubin, i continui «Incredible!» con cui accoglie a piedi nudi le parole di Jay -Z, sono diventate un meme. Del resto, il rapper di Brooklyn è una figura talmente longeva e talmente grande che scoprire qualcosa di inedito sul suo conto è quasi impossibile.

Tuttavia, fa un certo effetto assistere all’esegesi di alcuni dei suoi brani più famosi, se a sviscerare le rime è Jay-Z stesso. Anche a distanza di tempo – quest’anno cadono i trent’anni del suo album d’esordio, Reasonable Doubt e i venticinque del primo Blueprint – i ricordi del protagonista rimangono vividi.

Come quando, nella prima puntata, mima il gesto di regolare il bilancino a mano, e in una rivisitazione delle parole di Noodles sulla puzza della strada in C’era una volta in America, afferma che «certi dettagli, certi odori sono troppo specifici. Se non c’eri, non potevi sapere». È questo, a suo dire, che lo ha reso grande: aver vissuto situazioni limite, normali per un ragazzo cresciuto nei projects, ma essere stato l’unico tra i suoi pari ad averle sapute articolare in un determinato modo.

Jay-Z in 8 si snoda attraverso una selezione di canzoni scelte da Rick Rubin. La discografia di Jigga è così vasta che è impossibile non reclamare per l’assenza di questo o quel brano. Alcune scelte, però, risultano particolarmente azzeccate. Ad esempio, la decisione di non procedere in ordine cronologico. Oppure, la scelta di aprire il documentario con la intro di The Dinasty: Roc La Familia, il quinto album di Jay-Z. Se l’artista stesso definisce quel pezzo come la intro prediletta della sua carriera, era naturale, allora, che dovesse diventare il prologo della serie. Tanto più perché il pezzo si apre con un riferimento a un’altra intro, quella dei Soprano, una delle poche sigle per cui lo spettatore ci pensa due volte prima di skippare. Se Jay-Z in 8 non ci confessa nessuna verità rivelata, ci lascia però una serie di piccole massime sul processo creativo di Jay-Z, che magari avremmo potuto immaginare, ma a cui lui, come al solito, è più bravo a dar forma con le parole. E così, una serie TV diventa «una scorciatoia, perché se nomino “la sigla dei Soprano”, tutti capiscono di cosa sto parlando», in che momento della sua vita immaginava di essere Jay-Z all’epoca.

La intro di The Dinasty, utilizzata come intro del suo documentario che a sua volta richiama la intro di un’altra serie TV. Un triple entendre in piena regola, di quelli di cui Jay-Z è stato maestro: può essere un caso in una serie in cui, tra le altre cose, Hov si sofferma a parlare proprio di quanto amasse aggiungere strati di significato alle sue rime? «La mia goduria da scrittore è far funzionare le barre su più livelli», afferma nella quinta puntata, quando Rick Rubin gli propone un’interpretazione diversa di una sua rima in You Don’t Know. 

Sono tutti dettagli che, dal punto di vista dell’autore, servono a riaffermare la sua opera e a rivendicare la qualità delle sue rime. Anche se il vero testamento di Jay-Z era già contenuto nelle sue canzoni, bastava ascoltarle. Della devozione per sua madre e del complicato rapporto con il padre sapevamo già tutto grazie a pezzi autobiografici come Momma Loves Me o December 4th. Hov, però, sentiva la necessità di aprirsi anche sui media del 2026. È evidente, infatti, la volontà di adattare la sua legacy anche al tipo di contenuti di cui il pubblico fruisce oggi, che non sono necessariamente le canzoni, né tantomeno gli album.

E poi, comunque, non mancano di certo momenti godibili. I più approfonditi, e a volte forse romanzeschi, sono senza dubbio quelli in cui Jay-Z si interfaccia col crimine, che si tratti dei suoi trascorsi o di quelli altrui. Sean Carter si lancia in svariate considerazioni su quel sottomondo, a volte prova anche a sfatarne i miti – come quando afferma che molti dei kingpin della sua Brooklyn avrebbero senza dubbio guadagnato di più con un lavoro normale, perché in pochi ce la fanno con la vita di strada – altre volte, invece, torna a millantare i suoi risultati da hustler. Senza la fascinazione per il crimine, del resto, non avremmo avuto un rapper di questo calibro, e non avremmo avuto nemmeno l’indimenticabile momento della sesta puntata – forse il più divertente della serie – in cui si lancia in un’imitazione di Joe Pesci in Casino, nella scena in cui minaccia di spaccare la testa al banchiere di Las Vegas a cui aveva affidato i suoi soldi. Una sequenza che aveva ispirato Threat, brano che stava ascoltando in quel momento con Rick Rubin.

Pochi minuti dopo, in quella stessa puntata, Jay-Z richiama un episodio risalente a più di vent’anni prima. Durante un concerto dei Roots, infatti, si era presentano con una collana di diamanti e, sotto, una t-shirt di Che Guevara. Un vero e proprio cortocircuito, come gli aveva fatto notare la giornalista Elizabeth Méndez Berry, a cui Hov aveva risposto con una rima in PSA, brano di The Black Album. Per Jay-Z si trattava semplicemente di una maglietta, non c’era bisogno di affibbiare significati troppo complessi al suo outfit: «Non avevo Che Guevara in persona sul petto», dice ridendo a Rick Rubin.

Se in realtà, anche politicamente, Jay-Z è una figura controversa, meno trasparente di quanto sembri (The Ringer ha utilizzato proprio quell’episodio per parlarne, in un articolo fiume che esprime dei dubbi anche sulla scelta di Rick Rubin come interlocutore), quell’invito a evitare interpretazioni troppo profonde dovrebbe servirci come monito quando ci approcciamo a un prodotto come Jay-Z in 8. Non occorre pendere dalle labbra di Sean Carter, né cercare chissà quale insegnamento. Sono semplicemente otto puntate da trascorrere insieme a una voce che fa sempre piacere ascoltare. Lo spettatore dovrebbe sempre tenerlo a mente. Come dice in You Don’t Know, Jay-Z è un hustler, riuscirebbe a vendere il fuoco all’inferno e l’acqua a una balena. Sta a noi capire cosa comprare da lui e cosa no.