Come ci si allena per diventare campionessa del mondo di Hybrid Training?

Camilla Massa non è nata atleta. O meglio, non ha un background sportivo tradizionale: niente adolescenza tra piste e palestre, nessuna gavetta tra gare e podi. A ventun anni è diventata mamma e lo sport, per molto tempo, è rimasto sullo sfondo. Poi, quasi per caso, nell’aprile 2021 in Texas, si imbatte in una gara di Hybrid Training.

«Avevo bisogno di un obiettivo preciso che mi motivasse ad allenarmi. Non era più sufficiente andare in palestra quando trovavo tempo. Mi sono iscritta per gioco alla prima gara e mi sono innamorata, non solo della competizione ma anche di tutto ciò che c’è dietro: la preparazione, l’allenamento, l’energia della gara, la competizione – che per noi adulti è sempre più difficile vivere».

Da lì inizia un percorso che in pochi anni l’ha trasformata da neofita a entrare nella top 15 élite mondiale, anche grazie al supporto di adidas. Camilla ha già conquistato un titolo mondiale nella sua categoria d’età, ma oggi il suo obiettivo è molto più ambizioso: l’abbiamo incontrata a pochi giorni dalla gara di Roma per farci raccontare la sua storia.

Per chi non lo conoscesse, l’Hybrid Training è un concentrato di resistenza e fatica, che si sta rapidamente trasformando nella nuova ossessione del fitness, con un numero senza precedenti di concorrenti che si iscrivono alle gare in tutto il mondo.

Nato in Germania, il format ha regole semplici: otto chilometri di corsa suddivisi in tratti da un chilometro, ciascuno seguito da una stazione di allenamento funzionale. Le stazioni raccolgono alcuni tra gli esercizi più temuti – e allo stesso tempo più efficaci – del fitness, trasformandoli in prove di forza e tenuta mentale: dal famigerato sled push, che mette alla prova gambe e core, ai burpee broad jump, fino ai sandbag lunge, affondi con il sacco che bruciano i quadricipiti e sfidano l’equilibrio. «Il risultato è un mix micidiale, ma forse proprio per questo incredibilmente affascinante. Una disciplina che riesce ad attrarre runner, crossfitter, appassionati di fitness e chiunque cerchi una sfida trasversale».

Nel racconto di Camilla emergono tre parole chiave: resilienza, disciplina, equilibrio. Quest’ultima, in particolare, è quella che più rappresenta lo spirito dell’Hybrid Training. Essendo una disciplina ibrida, non esiste un fisico ideale: c’è chi arriva dal running e deve lavorare sulla forza, chi dal bodybuilding e deve costruire resistenza, e chi – come lei – parte dal nulla.

«Per fortuna non c’è ancora un corpo perfetto né un allenamento universale. È uno sport che ti obbliga a lavorare su tanti aspetti diversi, che sono peraltro tutti utili anche alla salute del corpo. Ed è uno dei motivi per cui sempre più persone si stanno avvicinando a questa disciplina».

Camilla ha sperimentato tutti i formati: singolo, doubles (coppie) e staffetta.
«La gara in singolo è un viaggio interiore, sei solo tu contro te stessa. In coppia c’è il supporto, la strategia e, soprattutto, la comunicazione. In staffetta, invece, il divertimento è predominante, ma la responsabilità verso il team non permette cali di concentrazione. Per quanto mi riguarda, più persone ci sono e più è divertente».

La crescita di Camilla, però, non è stata solo atletica. Il suo percorso è stato tanto di fitness quanto di sviluppo personale, guidato dalla natura stessa dello sport competitivo, che ti costringe a compiere una scelta quotidiana. «Mi sono scoperta e riscoperta più volte. Ho imparato disciplina, costanza, resilienza. E paradossalmente sono state più le sconfitte che le vittorie a farmi crescere: mi hanno resa un’atleta migliore, una persona più consapevole e una madre più forte». Questa scelta quotidiana, fatta di dubbi e sacrifici, richiede un “perché” solido. La motivazione è la scintilla, la spinta iniziale, ma il “perché” è ciò che ti sostiene nel lungo periodo. Non ne esiste uno giusto o sbagliato, è del tutto soggettivo. «Avevo tutti contro, persino la mia famiglia. L’ho fatto innanzitutto per dimostrare qualcosa a me stessa. Non c’è nulla di sbagliato in questo».

Oggi, però, quel “perché” è cambiato: ispirare chi inizia, trasmettere la sua esperienza ai più giovani, restituire qualcosa alla community che l’ha sostenuta. «Ogni stagione mi prendo del tempo per chiedermi se e come continuare. Non lo faccio perché devo, ma perché scelgo di farlo. Le incertezze restano: sto facendo la cosa giusta? Lo sto facendo per il motivo giusto? Che direzione sta prendendo la mia vita?».

Due elementi restano fondamentali nel suo percorso. Il primo è l’attrezzatura: «Per iniziare basta poco: scarpe, pantaloncini e un top. Ma più si cresce, più l’attrezzatura fa la differenza. Nell’Hybrid Training l’equipaggiamento giusto può davvero cambiare la performance, sia nella corsa che nelle stazioni. La cosa bella è che, grazie a brand come adidas, non c’è distanza tra atleti élite e amatoriali: tutti possono avere accesso agli stessi prodotti».
Il secondo aspetto sono le persone. Dietro ogni atleta c’è un team, una community o un “compagno invisibile”. Per Camilla quel “plus” ha un nome: Luca, suo marito. «È la persona che mi conosce meglio di chiunque altro. Noi siamo amici da tanti anni, è lui che mi ha convinta a iscrivermi alla mia prima gara. È sempre stato al mio fianco, anche quando mi allenavo da sola». Accanto a lui, il supporto tecnico e quello di adidas, sponsor che ha creduto in lei e che Camilla descrive come «parte attiva della mia preparazione: non è il solito brand che ti fornisce attrezzatura, ma una realtà che si interessa a me come persona oltre che come atleta. Sapere di avere questa fiducia mi rende più forte».

Il futuro dell’Hybrid Training è senza dubbio ambizioso: diventare una disciplina olimpica. I numeri e la reazione del pubblico dicono già molto: le gare in tutt’Italia, nel giro di qualche anni, hanno visto una crescita esponenziale degli iscritti. E l’incremento in Europa e in America è altrettanto rapida. Anche secondo Camilla è un traguardo raggiungibile. «Credo che il grande successo di questa disciplina sia dovuto innanzitutto alla sua accessibilità. Chiunque può mettersi in gioco e concludere una gara in poco tempo, al contrario di altri sport che richiedono anni di preparazione. È una disciplina molto spectator friendly, con un’energia che non ho mai trovato altrove. Portarla alle Olimpiadi è un progetto ambizioso ma fattibile. Servirà tempo, qualche aggiustamento e soprattutto il supporto di grandi brand con esperienza olimpica».