Chi la moda la fa

Se a questo punto non fosse chiaro dove finisce l’abbigliamento e dove inizia la moda è normale. Da quando tutto è diventato prêt-à-porter (o ready to wear se vogliamo essere sicuri di intenderci) l’unica linea sottilissima che divide l’abbigliamento dalla moda è il processo creativo che sta dietro la realizzazione di un capo e di una collezione. In questo panorama diventano quindi Pokémon più che rari i designer che dietro le quinte, nei team creativi dei brand, sperimentano e creano slegati dal grande macchinario moda.

È una differenza, quella tra abito e moda, che prima veniva definita dallo scopo: gli abiti della quotidianità erano pensati per avere una funzione, mentre quelli portati in scena dalla moda erano pensati per raccontare una storia. Oggi lo storytelling di una collezione o di un brand intero è fuso dentro dinamiche di marketing, celebrity e fatturato. Ma dentro i brand, dietro i direttori creativi, all’interno dei design team esiste ancora un livello di artigianalità che i prodotti della moda alta conservano nonostante tutto. Ed è quindi il racconto frammentato e unico di questo “craft” a caricarsi le spalle del peso più grande e tentare di rispondere alla domanda che tutti gli appassionati di moda da qualche tempo si pongono: cosa ne è della moda oggi?

La risposta è più che confusa visto la direzione poco chiara che l’industria sta prendendo, e per provare a rispondere è stato fondamentale parlare con chi la moda la fa. «Credo che la moda come il cinema, l’arte e il design sia sempre sperimentazione, se questa non ci fosse non ci sarebbe niente» ci spiega Allegra, giovane Special Project Coordinator di un brand a sua volta diretto e fondato da giovanissimi – che preferisce rimanere anonima. Un concetto che a un primo pensiero sembra più che scontato, quasi vecchio, ma non è così. Come ricordava già tempo fa anche il magazine 1granary nella sua newsletter, la creatività è l’unica cosa in grado di garantire un futuro duraturo per un marchio quando il sistema non riesce a farlo. Un sistema che, sempre secondo il magazine, sembra entrato in burnout addirittura forse già dopo la crisi del 2008, sicuramente dopo l’introduzione delle pre-collezioni. In ogni caso la velocità del sistema e l’offerta aumentata dei prodotti si è tradotta in un panorama moda in cui lo spazio riservato alla creatività è minimizzato agli estremi e la sua sopravvivenza, visibile solo nei retroscena, rimane l’unico testimone del suo essere, nonostante tutto, una disciplina artistica.

Il “making of” del dietro le quinte ci ricorda che la moda ancora esiste e si fa. Un sentimento che sta iniziando a voler emergere anche da parte dei brand stessi, che forse si sono accorti della forza di connessione e comunicazione che crea con il pubblico la consapevolezza che i capi sono in realtà frutto di un processo che nessuna macchina del fast fashion potrebbe riprodurre e nessun trend forecaster potrebbe indicare come la strada da seguire per il successo. «Produrre dei pezzi fortemente sperimentali porta molto spesso a creare pezzi unici o quasi e in questo momento c’è un grande bisogno di capire quanto siano preziose le cose, quanto uniche e difficili da riprodurre», ci spiega Angelo, Fashion Coordinator di Marco Rambaldi. «Soprattutto in un’industria letteralmente soffocata da capi prodotti in serie che sono molto spesso privi di anima e di qualsivoglia tocco umano», continua.

Esempi virtuosi sono i recenti video che pubblica Gucci in cui si mostra come sono fatti i capi delle collezioni: dalle suole delle scarpe, ai loro foulard con pattern disegnati a mano, fino alle borse. Un approccio simile a quello che Loewe ha già da tempo e che continua a portare avanti in un racconto di artigianalità che un po’ appartiene “per genetica” al brand e un po’ è stato portato dal direttore creativo, Jonathan Anderson, durante il suo lavoro lungo 11 anni. Sono famosi video come quello in cui il brand mostra passo passo come vengono realizzate le pieghe morbidissime di una giacca in pelle o ancora il making of della loro borsa più iconica, la Puzzle. A questi si aggiungono anche i video delle ballerine di Ferragamo, quello delle stampe di Hermès e di alcuni capi di Prada. 

Nel frattempo pagine Instagram come 1granary continuano a pubblicare carrellate di foto dietro le quinte in cui sono i designer del team di Balenciaga a mostrare i mille esperimenti sui tessuti e le silhouette delle loro collezioni haute couture, oppure le sperimentazioni del reparto scarpe; e anche quelli di Marni con fiori che chiudevano i colletti e arricchivano i pattern degli abiti sull’ultima passerella Autunno Inverno 2025. Una collezione che è andata in scena nella “Marni house”, la casa di un artista, in cui il racconto dello spazio era esattamente quello del processo creativo: un luogo di sperimentazione, artigianalità e reinvenzione. Un approccio che cambia anche a seconda del direttore creativo. Francesco Risso di Marni ha alle spalle una grande storia di valorizzazione del processo libero e sperimentale. Ne ha parlato di recente anche agli studenti del Polimoda, mettendo in pratica parte del suo processo che comprendeva la scrittura randomica di parole e pensieri intorno a oggetti apparentemente sconnessi.

Come ci spiega Angelo, la creazione pratica di una collezione è ovviamente sempre un mix di cose, anche nel brand più sperimentale e libero. «All’interno del nostro team succedono molte cose, alcune più standard (come proposte di bozzetti, render o look e ricerca dei materiali), altre un po’ più istintive e meno ortodosse, legate soprattutto al crochet e all’upcycling», racconta. Così mentre gli unici limiti posti sono la coerenza con il DNA del brand, per il resto l’obiettivo è uno: sperimentare. Anche Allegra racconta che nel team, dopo aver visto i disegni del direttore creativo, si segue un brief e si sperimenta in corso d’opera (anche a seconda della grandezza del team di lavoro stesso). Un’operazione che va dalla rilavorazione di pezzi di abbigliamento comune trasformati in oggetti più complessi all’upcycling, dalla manipolazione di tessuti fino alle stampe. «Anche l’approccio con le tinture è sperimentale, sono un paio di stagioni che lavoriamo con tinture naturali, principalmente fiori, che danno sempre un risultato interessante», ci spiega. «A livello di sperimentazione cerchiamo sempre di includerne il più possibile all’interno del nostro processo creativo». 

Come è importante ricordare però, oltre alla sperimentazione c’è sempre il tentativo di trasformare i capi in prodotti. «Per noi è fondamentale perché è ciò che si lega direttamente alle persone e queste, la community, per noi sono il cuore pulsante di ciò che facciamo», racconta Angelo. E alla domanda “cosa rimane della moda oltre alla sperimentazione” risponde quindi: «prodotto e community». Due nozioni chiave nella lettura della moda contemporanea sempre dilaniata tra vendita, creatività e contatto con il pubblico. L’escamotage di molti brand di mostrare il dietro le quinte è quindi sì forte a livello simbolico, ma anche pratico. «In maniera razionale direi che è un’operazione che può aiutare a sensibilizzare il consumatore verso i prezzi dei capi, giustificandone l’investimento. Soprattutto perché nell’immaginario collettivo non è sempre facile essere critici verso il prezzo di un bene di lusso, quindi è importante che il consumatore sia consapevole della portata del lavoro che c’è dietro un prodotto. Dall’altra parte credo sia importante che il consumatore venga reso partecipe del processo produttivo; è fondamentale essere consapevoli di come e dove vengono fatte le cose che compriamo e che indossiamo. Senza entrare in un aspetto troppo politico, credo che molti brand adottino ora questa comunicazione perché oggettivamente performano molto bene, ma è comunque bello vedere che le persone sono interessate e curiose di capire quello che c’è dietro», ci spiega Allegra. «Piano piano la moda sta abbandonando questa finta esclusività, rendendo questi processi alla portata di tutti», racconta con una consapevolezza estremamente fresca e un approccio completamente onesto al lavoro creativo. 

Se la moda sembra quindi essere un sistema di pianeti in cui i direttori creativi hanno il ruolo del sole mentre i satelliti che girano intorno finiscono per essere in secondo piano, nascosti dallo splendere di uno sopra a tutti gli altri, la realtà è più quella di un ecosistema in cui tutto si regge sulla collettività. Un insieme valorizzato più dai retroscena che dalla vetrina finale, perché forse ormai è solo lì che si trova una sua dimostrazione onesta. Guardare la moda partendo da qui sembra quindi ancora più fresco. 

Finché i documenti, fotografici o di racconto, rimarranno a testimonianza della creatività della moda, forse la sua reputazione in quanto arte sarà salva.

Photo Diesel:
bennystanco
Photo Sunnei:
cate.ce
Photo Rambaldi:
little.peasant
Photo Marni
mggnln