Anche tu fai la stank face quando ti piace la musica

Viso contratto, occhi socchiusi, labbro superiore sollevato, narici dilatate… Potremmo dire che la stank face è, a tutti gli effetti, un’espressione facciale che esprime disgusto. E allora perché nel mondo della musica è associata al più alto grado di apprezzamento? 

La stank face – per alcuni bass face, anche se c’è una lieve differenza tra le due – è un riflesso incondizionato. Una reazione viscerale dovuta a una sensazione emotiva trasmessa da un particolare elemento musicale che fonde qualcosa di già conosciuto, e apprezzato, a qualcosa di inaspettato. Si basa sulla capacità unica della musica di coinvolgere l’ascoltatore al punto tale da trasformare un input astratto in una risposta fisica, istintiva, incontrollata. È come se quello che stiamo ascoltando fosse talmente ricco e appagante da debordare oltre l’udito richiamando in soccorso l’aiuto di altri sensi per decifrarlo. Non stiamo solo ascoltando qualcosa: la stiamo toccando, annusando, assaporando. Ecco, è la stank face

Le origini di quella che in italiano potremmo tradurre con “faccia puzzolente” sono, con buona probabilità, da ricondurre alla cultura afroamericana, in particolar modo alla pronuncia stereotipata della parola stink (“puzzolente”, appunto) nel gergo dei neri del Sud. È difficile tracciare una linea ben precisa ma, indubbiamente, la stank face ha un legame stretto con la musica funk. Non è un caso che la parola funky – prima di assumere il significato di “cool” ed “eccentrico” (e di dare il nome a un intero genere musicale) – stesse a indicare qualcosa di maleodorante. Fu il jazz, o meglio lo slang dei musicisti jazz, a cambiarne il significato. 

È nei primi del ‘900, nella parte meridionale degli Stati Uniti, che gli artisti jazz iniziarono a trasformare il significato della parola funky in qualcosa di molto simile a quello che intendiamo oggi quando parliamo di stank face. Ed è proprio negli scantinati di New Orleans che, durante un assolo di tromba ben riuscito con quel twist innovativo, gli altri musicisti iniziarono a reagire mettendo su la stank face

Stankonia – OutKast (clicca sulla cover dell’album per ascoltarlo)

Dopo il jazz e il funk ci fu l’hip hop. Ed ecco che la faccia che prima era associata all’assolo di uno strumento ora viene legata a una barra o a un beat. Anche qui ritorna il legame con il sud degli Stati Uniti. Non è un caso che gli OutKast – il gruppo rap che a fine anni ’90 ha portato il southern rap nel mainstream – abbiano intitolato un album proprio Stankonia, titolo che sta ad indicare un’utopia musicale e che riprende a sua volta il nome degli studi di registrazione di André 3000 e Big Boi: Stankonia Studios. 

Oltre a sottolineare le origini black di questa espressione, sarebbe sbagliato tralasciare il ruolo che la stank face ha avuto nel mondo del metal. Anche qui il viso corrucciato ha una valenza positiva: solo i migliori riff meritano la stank face. Un accordo stridente, un ritmo sincopato o una melodia spigolosa quanto basta. Non è che sia qualcosa in particolare, piuttosto quel qualcosa fuori posto che mette ogni cosa al suo posto. Ecco, decisamente un piacere doloroso, specialmente nell’accezione metallara. 

Insomma, la stank face non è legata a un genere musicale in particolare, piuttosto li unisce tutti in una reazione involontaria universalmente riconosciuta da chiunque ascolti e apprezzi intensamente la musica. Non a caso, per quanto si possa provare a raccontarne un’origine e un’evoluzione, i contorni rimangono sfumati. Come spesso accade il mondo di internet, questo articolo incluso, tenta di dare un nome e di costruire una storicità intorno a comportamenti che sono, in realtà, decisamente spontanei e naturali. Si tende a classificare ed etichettare per cercare di comprendere. Ma, a dire la verità, viene prima la stank face di qualcuno che l’abbia chiamata in questo modo. 

In questa operazione di etichettatura compulsiva anche i meme giocano un ruolo significativo: dallo screenshot di Bill Cosby nel film Ghost Dad al video virale dell’internet sensation Brendan Jordan. All’exploit dei meme va aggiunto il fatto che la musica, come tutta la cultura contemporanea, è diventata sempre più pervasiva nella sua accezione visiva. Da qui lo spopolare delle reaction in ogni ambito possibile e immaginabile, musica inclusa. Del resto la perversione contemporanea più diffusa è guardare attraverso il buco della serratura: osserviamo gli altri fare cose che potremmo fare tranquillamente in prima persona. I creator enfatizzano le espressioni facciali portandole all’esasperazione consci del fatto che ci dà più gusto la loro reazione a un disco piuttosto che la musica in sé. Ed ecco che anche la stank face, da qualcosa di molto viscerale che era, si trasforma in una reazione mediata. Un significante in grado di accorciare la distanza con lo spettatore.

In questo mondo in cui tra noi e la realtà si frappone costantemente uno schermo a proteggerci dalle emozioni, la stank face rimane comunque la quintessenza del potere della musica. Se è vero che una canzone, o un prodotto artistico in generale, ci colpisce davvero solo quando è ben bilanciato tra qualcosa di riconoscibile – e quindi rassicurante – e qualcosa di innovativo – e quindi scomodo, disturbante – allora la stank face è la sintesi perfetta per capire se quel bilanciamento è riuscito.