Si può usare ChatGPT come psicologo?

Che non potesse essere davvero al 100% un suo sostituto già si poteva intuire, ma sicuramente può essere un ottimo strumento da studiare. Proprio come fa per moltissime altre cose e altri argomenti, ChatGPT è utile per dare spunti di riflessione e mettere in ordine le idee ma viene meno quando deve entrare in gioco il piano umano e relazionale

Più il tema emerge, anche durante le sedute psicologiche stesse, diventando uno strumento di analisi, più si analizza la sua funzione oggi. ChatGPT è infatti gratuito, accessibile e non dipende dal consenso o dalle finanze di altri, quindi se usato in modo etico e consapevole, è uno strumento utile che rimarrà tale ma non potrà mai sostituire un percorso terapeutico perché per quanto bravo sul tecnico mancherà sempre di empatia. 

Mentre sempre già persone si affidano a ChatGPT come se fosse uno psicologo, abbiamo chiesto alla psicologa Valentina Marroni cosa ne pensasse.

Sempre più persone, soprattutto Gen Z, utilizzano ChatGPT come psicologo. Che tipo di aiuto, se c’è, può dare una piattaforma di questo tipo?

ChatGPT può certamente offrire un aiuto, ma è importante chiarire di che tipo. Non si tratta di un aiuto terapeutico, bensì di un aiuto basato sui contenuti: può fornire informazioni, suggerimenti, spunti di riflessione, e talvolta dare l’impressione di offrire consigli simili a quelli psicologici. Tuttavia, questa somiglianza è solo apparente.

La terapia psicologica è qualcosa di profondamente diverso. Si fonda sulla relazione: una relazione empatica, viva, costruita tra due esseri umani. In questo spazio relazionale avvengono processi fondamentali come il rispecchiamento emotivo, l’identificazione proiettiva, il transfert e il controtransfert. Sono dinamiche complesse che non possono esistere in un’interazione con un’intelligenza artificiale.

ChatGPT non prova emozioni, non ha una soggettività e non può entrare in una relazione autentica. Può simulare un linguaggio empatico, ma non può realmente “sentire” o co-costruire un percorso trasformativo con la persona.

Per questo, più che uno psicologo, è uno strumento informativo e di supporto: può aiutare a orientarsi, a mettere ordine nei pensieri, a trovare parole o prospettive. Ma non può sostituire un intervento psicologico, che resta un’esperienza umana basata sull’incontro, sulla relazione e sulle competenze cliniche del professionista.

E non è una questione di idealizzare gli psicologi come “supereroi”, ma di riconoscere che il loro lavoro si basa proprio sull’uso della propria umanità nella relazione con l’altro, oltre che su una formazione e competenze specifiche.

C’è un modo “intelligente” di usarlo? Molti sostengono che se utilizzato insieme a un supporto psicologico, può essere utile, è vero?

Esiste sicuramente un modo “intelligente” di usare ChatGPT, ma va chiarito bene in che senso. Può essere utile come strumento di supporto: per chiarire concetti, trovare parole, riorganizzare pensieri. In questo senso, può affiancare un percorso psicologico, ma non integrarsi davvero con esso.

Quando si dice che “insieme alla terapia può essere utile”, mi viene però da chiedermi: utile per cosa, esattamente? E soprattutto, che tipo di esperienza terapeutica sta facendo la persona che sente il bisogno di affiancarlo?

Potrebbe essere utile perché dà una sensazione di continuità o di presenza, oppure perché colma dei vuoti percepiti nella relazione terapeutica. In altri casi, può offrire un’illusione di completezza o di autonomia, come se si potesse portare avanti un lavoro su di sé anche fuori dalla relazione. Ma è proprio qui che si apre un punto delicato: questa “integrazione” rischia anche di essere confusiva.

Il percorso terapeutico è altamente specifico, costruito su misura della persona, della sua storia, del suo funzionamento e della relazione con quel terapeuta. Affiancargli un’altra “voce”, che ragiona in modo generale e non conosce davvero quella complessità, può essere un po’ come essere seguiti da uno specialista e, contemporaneamente, cercare indicazioni altrove: alcune cose possono sembrare utili, ma rischiano anche di essere fuorvianti o di interferire.

Questo non significa che sia “sbagliato” farlo. Piuttosto, è interessante interrogarsi sul perché lo si fa. Se il bisogno di usare ChatGPT è molto forte, potrebbe essere un segnale: forse qualcosa nella terapia non è del tutto soddisfacente, o non basta, o non sta funzionando come ci si aspetta.

E allora il punto non è tanto integrare strumenti esterni, ma riportare questa esperienza dentro la terapia stessa: parlarne con il proprio terapeuta, esplorare quel bisogno, capire cosa rappresenta. Da lì si può valutare come procedere — se continuare, cambiare direzione o ridefinire il lavoro.

In sintesi, ChatGPT può essere un supporto informativo e riflessivo. Ma la terapia resta un processo relazionale unico, e tutto ciò che sembra “affiancarlo” va compreso più che semplicemente utilizzato.

L’approccio di costante conferma utilizzato da ChatGPT ogni volta che gli facciamo una domanda, è positivo o dannoso? Può creare una certa “dipendenza emotiva”?

Non parlerei tanto di qualcosa di “dannoso” in senso diretto, ma sicuramente di qualcosa che può creare un’illusione. Un’illusione sottile ma potente: quella di essere sempre sulla strada giusta, che i nostri pensieri, le nostre emozioni e le nostre interpretazioni siano sempre corrette o legittime senza bisogno di essere messe davvero in discussione.

Ed è proprio qui la differenza fondamentale con una relazione terapeutica.

In terapia non si tratta solo di essere accolti e compresi — cosa che è fondamentale — ma anche di essere messi, gradualmente e in modo sostenibile, di fronte alle proprie contraddizioni, alle proprie parti più difficili. La relazione terapeutica è “per coraggiosi” proprio per questo: perché, se c’è una buona alleanza, permette di esplorare anche ciò che non ci piace di noi stessi.

Possiamo entrare in contatto con la rabbia, con l’ambivalenza, con le nostre parti più scomode. Possiamo vedere quelle che Carl Gustav Jung chiamava “ombre”: aspetti di noi che tendiamo a negare, ma che fanno comunque parte della nostra identità.

Un sistema che tende a confermare costantemente, invece, difficilmente apre questo spazio. Se ogni volta riceviamo risposte che suonano come “hai ragione”, “è comprensibile”, “stai facendo bene”, nel tempo si può consolidare un’altra illusione: quella di essere sempre adeguati, sempre nel giusto.

Non parlerei necessariamente di “dipendenza emotiva” in senso clinico, ma può crearsi una familiarità rassicurante che evita il confronto con il limite, con il “no”, con la frustrazione.

E invece la capacità di stare nella frustrazione è un passaggio fondamentale della crescita. I bambini fanno fatica a tollerare il limite e la negazione; l’adulto, progressivamente, dovrebbe acquisire la capacità di reggere il disaccordo, la critica, il fatto di non avere sempre ragione.

Se questo passaggio manca, si rischia di rimanere in una posizione più immatura, dove si cerca conferma più che verità.

Per questo, soprattutto per gli adolescenti, l’uso di strumenti come ChatGPT dovrebbe essere accompagnato da maggiore consapevolezza. Non tanto evitato, ma compreso: capire che tipo di risposte offre, quali bisogni intercetta, e anche a quali condizionamenti espone.

Oltre a una questione di accessibilità, è possibile che i giovani preferiscono approcciarsi a una piattaforma come ChatGPT per evitare il giudizio?

Sì, è possibile che molti giovani preferiscano rivolgersi a una piattaforma come ChatGPT per evitare il giudizio. Ma questo apre una domanda importante: che idea hanno della relazione terapeutica?

Se si evita la terapia per paura di essere giudicati, probabilmente c’è una rappresentazione distorta di cosa sia davvero uno spazio terapeutico. Nella relazione terapeutica, infatti, il giudizio viene sospeso: non si tratta di valutare moralmente ciò che una persona fa o pensa, ma di comprendere. Si cerca di capire cosa accade nella mente, nella psiche, nel corpo della persona, e come si arriva a determinati comportamenti, anche quelli che generano vergogna, disagio o sofferenza.

Quindi, se il timore principale è il giudizio, questo indica spesso una scarsa conoscenza della terapia psicologica, ancora accompagnata da stigma: l’idea che “se vado dallo psicologo, allora c’è qualcosa che non va in me”.

Ma secondo me c’è anche un altro livello, meno esplicito ma molto rilevante: quello familiare ed economico.

Molti giovani non hanno autonomia economica e dipendono dai genitori per accedere a un percorso terapeutico. E qui può emergere una dinamica complessa: da un lato i genitori dovrebbero sostenere questo percorso, dall’altro possono — più o meno consapevolmente — temere ciò che potrebbe emergere in terapia.

La paura del giudizio, in questo caso, non è solo del giovane, ma anche del genitore: il timore di essere messo in discussione nel proprio ruolo, nelle proprie scelte educative, nella storia familiare. Questo può diventare un freno, a volte esplicito, a volte più sottile.

Alcuni genitori sono molto attenti e sensibili ai bisogni dei figli, altri fanno più fatica; ma anche tra i più disponibili può esserci, in profondità, questa ambivalenza.

In questo senso, ChatGPT diventa una soluzione accessibile, immediata e “senza rischi relazionali”: non costa, non espone al giudizio, non coinvolge altre figure. Ma proprio per questo resta anche uno spazio limitato, che non può sostituire la complessità e la profondità di un percorso terapeutico reale.

Come viene percepito il futuro di questo fenomeno? Si esaurirà nel tempo o andrà “peggiorando”? Attualmente, è un tema presente tra psicologi e pazienti?

Non è semplice prevedere come evolverà questo fenomeno. Più che “peggiorare” o esaurirsi, probabilmente si trasformerà. Molto dipenderà da come verrà utilizzato: se come strumento oppure come sostituto.

Io credo che l’aspetto centrale sia proprio questo. Se ChatGPT viene usato in modo etico e consapevole, come uno strumento per supportare il pensiero — per chiarire idee, riorganizzare contenuti, migliorare l’espressione — allora può avere anche un valore. Un po’ come sto facendo io ora: le idee restano mie, costruite attraverso studio ed esperienza, ma lo strumento mi aiuta a correggere il testo.

Se viene utilizzato per sostituire, allora diventa necessario fermarsi e porsi delle domande: cosa stiamo evitando? Cosa non vogliamo affrontare di noi stessi? Quale parte non vogliamo far emergere?

Perché ogni processo autentico — anche quello psicologico — richiede impegno, esposizione, a volte anche fatica e sofferenza. Se deleghiamo tutto a uno strumento, rischiamo di evitare proprio quella dimensione esperienziale che è alla base della crescita.

Per quanto riguarda la pratica clinica, sì: il tema sta emergendo. Mi è capitato che alcuni pazienti portassero in seduta ciò che avevano chiesto a ChatGPT. E questo è interessante, perché non viene trattato con giudizio, ma diventa materiale terapeutico.

Quello che spesso emerge, però, è che le risposte ricevute non risultano davvero soddisfacenti sul piano profondo. Possono essere corrette, sensate, persino rassicuranti, ma non “toccano”. Non arrivano a quelle corde più intime, perché manca tutto ciò che rende una relazione terapeutica tale: la conoscenza della storia personale, la continuità del lavoro condiviso, e soprattutto la relazione.

Per questo, più che temere il fenomeno, forse ha più senso accompagnarlo con consapevolezza. Aiutare le persone a capire cosa può fare uno strumento come ChatGPT — e cosa, invece, non potrà mai sostituire.

ChatGPT stesso dice che non può fare diagnosi né sostituire una terapia, ma può comunque suggerire strategie pratiche da applicare. In questo caso può funzionare? Cosa non potrà mai sostituire?

Dalle risposte precedenti si intuisce già cosa penso che ChatGPT non potrà mai fare.

È vero che può suggerire strategie pratiche, e in alcuni casi queste possono anche risultare utili: possono offrire spunti, indicazioni, piccoli strumenti per affrontare situazioni quotidiane o per iniziare a riflettere su di sé. In questo senso può “funzionare”, ma sempre entro un limite molto chiaro.

Quel limite è la relazione.

Ciò che ChatGPT non potrà mai sostituire non è tanto la tecnica, quanto ciò che rende la terapia davvero terapeutica: la dimensione umana. L’empatia reale, l’emozione condivisa, la costruzione di un legame. Non esiste relazione senza connessione emotiva, e non esiste terapia senza relazione.

La terapia non cura semplicemente perché si applicano delle strategie o perché si entra in uno studio. Cura perché si costruisce, nel tempo, una relazione fatta di fiducia, alleanza, condivisione emotiva profonda. È lì che la persona può sentirsi davvero vista e può avvenire un cambiamento.

ChatGPT può utilizzare un linguaggio empatico, può essere coerente, può anche essere utile sul piano pratico. Ma non sente, non partecipa, non entra in una relazione autentica. E quindi non può co-costruire quel processo trasformativo che avviene solo tra due esseri umani.

In sintesi: può aiutare sul piano dei contenuti e delle strategie, ma non potrà mai sostituire ciò che rende la terapia tale — la relazione viva, emotiva e umana.