Una battaglia dopo l’altra (One Battle After Another), il nuovo film di Paul Thomas Anderson uscito nelle sale italiane il 25 settembre di quest’anno, alza nuovamente la posta in gioco all’interno della filmografia del regista statunitense, in una carriera che oscilla tra dramma umano e critica sociale e uno sguardo mai convenzionale.
Ancora una volta infatti, PTA attinge dallo scrittore Thomas Pynchon e dopo “Vizio di forma”, per questa volta ha deciso di ispirarsi alle pagine di un altro suo romanzo, “Vineland”, mantenendo sempre la stessa folle struttura ritmata che aveva già reso noto il suo film con Joaquin Phoenix.
Paul Thomas Anderson non è un regista che lascia il pubblico indifferente e anche con questo film ha smosso gli animi di coloro che si sono ritrovati immersi in un racconto che mescola thriller, satira politica e drammi familiari in un intreccio tra l’intimità dei personaggi e la dimensione più ampia della storia.

In una California odierna, il film segue Bob (interpretato da Leonardo DiCaprio), un ex rivoluzionario che vive ormai ai margini della società con la figlia Willa. Il suo passato, fatto di scelte radicali e scontri ideologici, torna improvvisamente a bussare alla sua porta quando un vecchio nemico (Sean Penn) riemerge dall’ombra e la figlia scompare misteriosamente. Bob è così costretto a intraprendere un percorso che non è solo fisico, ma soprattutto interiore: fare i conti con i fantasmi delle rivoluzioni mancate, con il fallimento di un’epoca e con le nuove generazioni.
Un cast di prim’ordine completa lo spessore di questo racconto: oltre a DiCaprio e Penn, troviamo Benicio del Toro, Regina Hall, Teyana Taylor e altri volti che il regista orchestra con la sua consueta maestria. Le loro performance diventano ingranaggi di una macchina narrativa che alterna tensione, ironia e momenti di sorprendente leggerezza.
La fotografia, rigorosa e ipnotica, e la colonna sonora firmata da Jonny Greenwood (storico collaboratore di Anderson e membro della band Radiohead) rendono il racconto ancora più immersivo, quasi tattile, il tutto accompagnato dal formato IMAX con cui è stato girato il film.
«Da qui in poi sarà una battaglia dopo l’altra.Ogni rivoluzione inizia combattendo i demoni ma i bastardi finiscono per combattere loro stessi».
Beverly, nel film Una battaglia dopo l’altra
Il cuore pulsante di Una battaglia dopo l’altra non si trova però solo nei personaggi e nelle atmosfere.
Il regista affronta infatti temi politici senza correre mai il rischio di cadere nel troppo pesante o di sbagliare qualche colpo. La chiave di tutto ciò? La satira, un’ironia che tende ad essere a tratti grottesca ma che risulta sempre capace di ribaltare i codici del genere.
Il debito con la fonte letteraria è ovviamente evidente: il film ispirato a Vineland, mette a nudo la parabola della controcultura americana dagli anni ’60 agli ’80, riportandola ai giorni nostri e strappando qualche sorriso “di riflessione” allo spettatore. Pynchon usava l’ironia per smascherare la trasformazione della ribellione di quegli anni in spettacolo e per mostrare come la televisione e il capitalismo avessero inglobato al loro interno perfino la contestazione più forte.
Paul Anderson raccoglie questa eredità e la trasforma in immagini, coinvolgendo gli spettatori più attenti, attraverso escamotage di un sistema complice e ridicolo allo stesso tempo.
La satira all’interno del film non ha il semplice scopo di fare da contorno alla storia ma ne diventa motore che rende il racconto più accessibile e universale. Fa ridere lo spettatore mentre lo costringe a riflettere. Bob, attraverso il suo idealismo logorato, appare tenero e goffo; i suoi avversari, pur minacciosi, non sono altro che caricature di un potere che si prende troppo sul serio. È in questo cortocircuito che il film trova la sua forza: un ridicolo che smaschera la violenza, un sorriso che mette in discussione le ideologie.
In un’epoca in cui la politica è già spettacolo – vittima anche della cultura dei social e delle campagne pubblicitarie – “Una battaglia dopo l’altra” diventa un film che sceglie di essere ironico non solo come forma di intrattenimento ma come vero strumento di analisi. Ridere della politica, infatti, non sminuisce in alcun modo il tema ma ne svela le contraddizioni più profonde. Paul Anderson ci ricorda che, oggi più che mai, l’umorismo diventa una lente fondamentale attraverso cui guardare il mondo senza farsi inghiottire dalla retorica.
L’equilibrio proposto dal regista nel trattare determinati temi infatti sta raccogliendo applausi unanimi da parte della critica, che ne riconosce un’audacia stilistica tutt’altro che scontata. Paul Thomas Anderson dimostra come la risata può convivere con il dramma, se utilizzata nella percentuale giusta, quella percentuale che permette di raggiungere anche gli spettatori più diversi.
«Si parla del dissenso e del malcontento, e dell’eroismo solitario di chi non si conforma».
The Guardian
In alcune critiche provenienti da un pubblico più generalista si sottolinea però come il film risulti per certi versi “ambizioso fino all’azzardo” e come il suo tono ibrido (tra ironia, violenza e riflessione) possa spiazzare chi si aspetta una storia più “lineare” e in qualche modo più accessibile. L’alternanza di momenti frammentari e l’ampio uso di simbologie e riferimenti culturali risultano essere disorientanti, con il rischio quindi di non conquistare quel pubblico che preferisce storie più “passive”.
Questo però non rappresenta in alcun modo una nota di demerito per il regista, bensì sottolinea come il film – come peraltro anche l’omonimo libro – voglia stimolare un dialogo e, in un certo senso, restare fedele alle critiche che di base suscita la satira stessa. Il cineasta non vuole parlare solo a chi è già convinto delle sue storie e del suo modo di fare cinema ma vuole provocare resistenze e aprire prospettive diverse. Il suo è un film che amplifica il pensiero, restituendo la complessità della politica in una forma viva, colorata e, a volte, persino divertente.
In un panorama cinematografico dove spesso trionfa il “ di facile comprensione”, un film come quello di Paul Thomas Anderson va guardato e riguardato in modo tale da scorgere quelle sottigliezze nascoste all’interno dei dialoghi dei personaggi, proprio quelle che ci permettono di interrogarci un po’ sul mondo di oggi.




